Lectio Divina 2025/2026
Lectio Divina
E-vangelo di Matteo – Per una missione-compito che è fede-fiducia.
Il vangelo ecclesiale, che mostra che le Promesse hanno “compimento” nel Regno che Gesù inizia.
Scritto in greco tra il 70 e l’80, sapientemente unito tra racconto e catechesi (cinque grandi sermoni: le beatitudini, la missione, le parabole, la chiesa e l’escatologia, ossia l’ ”oltre”).
I. Domenica 12-10
Invocazione Spirito – Introduzione Vangelo
Iniziamo con un momento di raccoglimento in cui chiediamo il dono dello Spirito perché la Parola di Dio possa dare a ciascuno di noi una risposta:
“Respira in me, o Spirito Santo, affinché io pensi santamente.
Cresci in me, o Spirito Santo, affinché io agisca santamente.
Seducimi, o Spirito Santo, affinché io ami santamente.
Fortificami, o Spirito Santo, affinché io vegli santamente.
Custodiscimi, o Spirito Santo, affinché io non tradisca mai ciò che è Santo".
E’ questa un’invocazione dello Spirito scritta da Sant’Agostino che centra le sue domande sulla parola “santamente”, perché essere credenti significa diventare santi e collega le azioni come abbiamo ascoltato: respira e pensa, cresci e agisci, seducimi perché io ami, fortificami perché io vegli, custodiscimi perché non tradisca. Cinque paralleli e cinque conseguenze.
Ascoltiamo la Parola del Vangelo di oggi:
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 17,11-19
Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi a distanza, alzarono la loro voce dicendo: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si gettò ai piedi di Gesù, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio all’infuori di questo straniero?». Egli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Leggiamo la preghiera di ringraziamento (allegata), che esprime il senso di questo vangelo, centrato sulla gratitudine.
Don Gianni introduce la lectio, questo momento particolare, con alcune considerazioni e con due domande. A giugno ci siamo lasciati con la decisione, da prendere, sulla continuazione della lectio, perché sempre così si deve fare quando è il momento di ripartire e con la scelta, da fare, tra il tema della fraternità e quello della missione. Il primo pensiero è relativo al contesto in cui si pone la lectio ed anche a cosa è la lectio. Il tempo che viviamo è sicuramente molto diverso da quello, lontano, nel quale la lectio è iniziata.
Intitoliamo così il primo pensiero:
“SPIRITO”: la lectio è un tempo dedicato allo Spirito, all’interiorità, a ciò che è indicibile ma essenziale, è una via di crescita. E allora da subito, ci si potrebbe interrogare domandandosi “Dove sto io?” E ciò perché Qualcuno mi eleva. C’è una statura, uno spessore spirituale per cui la vita può essere più o meno consistente. Come diceva Giovanni Paolo II “duc in altum”, andiamo al largo, così come Emily Dickinson “we never know how high we are…”non sapremo mai come siamo alti finché non ci solleviamo dalla prostrazione a terra nella quale ci troviamo, in ragione della paura di stare in piedi.
La lectio è un cammino di meditazione, un laboratorio di passi per andare nel profondo o forse meglio in alto, verso l’ascesi, una ricerca di senso: noi, come Chiesa, abbiamo una tradizione che ci aiuta nei nostri passaggi, che ricerca la verità del sé e che, deve muoversi verso giù, come Sant’Ippolito, patrono della diocesi, che buttato nel pozzo é andato davvero a fondo.
Oggi più che mai, in una cultura della superficie in cui si sente dire e non si sa neanche di cosa si sta parlando, perché nulla viene approfondito e ci si riempie la bocca di slogan, il card. Martini diceva: “cosa c’è nel cuore dell’uomo? Cosa mi manca?” facendo capire che si parte sempre dal bisogno. “Qual è il mio disordine? Ciò che devo risolvere? Il nodo che ancora non ho sciolto?” E suggeriva quattro parole evangeliche per dire la nostra inconsistenza, utili come obiettivo in un cammino di ascolto, di lavoro con sé stessi.
Citava il passo evangelico del fico sterile: Gesù che va verso Gerusalemme, cerca i frutti, non li trova e maledice l’albero, che si secca. Noi abbiamo tante buone intenzioni ma un’incongruenza considerevole che ci impedisce di arrivare alla vita, di essere davvero incarnazione, di avere i piedi per terra.
Citava la parabola della casa costruita sulla sabbia: c’è un costruire sulla roccia che ci rende persone solide, con una consistenza e c’è il nulla che avanza, che ci fa venir meno quando siamo messi alla prova.
Citava quella cosa così difficile da accettare, di coloro che vanno da Gesù e gli dicono “ho predicato nel tuo nome, ho mangiato con te..” ed Egli dice “In verità non vi conosco, operatori di iniquità”. Tremendo, non tanto come Gesù ci disconosca, ma come noi non conosciamo chi è Gesù. Per noi è una figura della storia e soltanto il Vangelo ci dice la Sua umanità, il Suo essere presenza, accanto alla donna al pozzo di Samaria, neanche riconosciuta. Ma è proprio questo il Dio discreto che quasi si nasconde accanto a noi.
L’ultima parola che ci suggerisce il Card. Martini riguarda la verifica di Gesù ed è che siamo gli invitati alle nozze: il Figlio del Re fa festa ma ognuno ha altro da fare ed è quasi inaudito che ci sia qualcuno che rifiuta una cosa bella come l’essere invitato alla festa, alla gioia, a ciò che in fondo desidera.
Attenzione, dunque a fare questa cosa della lectio con convinzione, perché se non ci modifica è soltanto una conferma della situazione iniziale, terrena, alla quale torniamo se non siamo capaci di crescere. Ci sono persone che vivono nella Chiesa da una vita, e che fondamentalmente non sono cambiate, non si sono convertite, si autogiustificano. Ci sono matrici culturali che portiamo dentro, alle quali facciamo inevitabilmente ritorno se il Vangelo non diventa per noi lievito di vita “diversa”. Il nostro modo di reagire quando qualcosa vorrebbe provocarci è di fare un pò e un po’; ma non funziona così, rimaniamo separati e non diventiamo pasta nuova.
Intitoliamo così il secondo pensiero
“ UMANITA’ “: don Gianni ci dice che avrebbe voluto fare la lectio di quest’anno sulla fraternità ma di fronte alla domanda se siamo davvero fratelli risponde che non è così. Oggi è realmente difficile essere meno che anonimi gli uni per gli altri; ognuno ha le sue preoccupazioni e fare corpo è la grande scommessa, la fatica della Chiesa. E possiamo soltanto accettare questo, assumere la nostra parzialità, imparare che siamo poveri proprio nella cosa che più vorremmo: l’unità, la comunione, l’amore. Il nostro tempo sfida ciò che siamo. Le persone che ci circondano sono centrate soltanto sul proprio punto di vista, non sono in grado di vivere l’empatia, parlano dei loro problemi e non sono capaci di ascoltare quelli degli altri, di capire che anche l’altro ha un problema. Alcuni vivono davvero in una bolla autistica, non riescono a rendersi conto, neanche un po’, del proprio egoismo radicale, della concentrazione esclusiva su se stessi. E’ finita la stagione delle narrazioni, in cui chiedevi a qualcun altro “come vanno le cose?” In Puglia le case sono al piano terra, si mettono fuori le seggioline e si raccontano i fatti. Ora non esiste più il paese inteso come luogo di socializzazione; non c’è comunicazione profonda, ma solo funzionale e non proviamo neanche a dire i nostri problemi a qualcun altro perché ciascuno ha i suoi e non ci capirebbe. Tutto ciò non per denunciare qualcuno, ma per parlare di un fenomeno sociale che porta a relazioni solo “duali”, senza mai fare corpo, gruppo. Non ci accorgiamo che andiamo nei centri commerciali per prendere cose da mangiare e i centri commerciali mangiano noi…si incrociano persone disattente, distratte, selettive che danno attenzione a una persona dimenticando totalmente un’altra.
Il terzo pensiero si chiama “ECCLESIA”: la Chiesa è un luogo teologico, in cui c’è una Presenza, in cui l’uomo può incontrare il Mistero, Dio. Una Parrocchia, il set nel quale stiamo, si definisce proprio così, parà oikia, prossima alle case dell’uomo. Perché ci interessa la Parrocchia se il cammino è un’altra cosa rispetto alla pastorale? Perché ci sta dentro! E’ comunque Chiesa! Ecco, la Parrocchia, oggi, cerca una sua forma che non è più quella di prima. La grande questione è il fatto che la Parrocchia non è più, quella “cosa sola” indicata nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, quel qualcosa che non é individuo o semplice aggregazione di persone con la preghiera di Gesù al Padre “Ti prego, fa che siano una cosa sola”. Oggi, è a rischio l’unità della Chiesa. In nome delle idee individuali che ognuno coltiva stiamo rischiando di perdere di vista il focus che ci tiene insieme. La Parrocchia non é più una cosa sola anche perché l’appartenenza non è alla Chiesa, ma ad un gruppo o ad un altro e per questo siamo una federazione, un mosaico, e nonostante i continui richiami all’unità del Santo Padre, la Chiesa non è più l’orizzonte di riferimento. E non è detto che anche le persone che vivono all’interno della Chiesa, vivano lo stesso obiettivo e abbiano lo stesso target; e quindi qual è la missione, il compito che ci collega e che ci fa stare insieme?
Secondo il card. Martini la chiesa parte da quella bellezza che si sperimenta all’inizio, la bellezza dello stare insieme, quando si scopre di essere capiti ed in cui ci si sente parte; ma poi, sempre, arriva la crisi comunitaria, in cui prevalgono le diversità e non ciò che unisce. Il rischio più grande è quello che Martini chiama l’omeostasi facciale, quella che non ti fa più muovere anche se sei presente. Molte comunità sono affette da questa incapacità di modificarsi, di essere “altro”, di fare strada insieme e continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, senza anima, senza statura. Secondo Martini avremmo necessità di fare un battesimo collettivo, di ritrovarci intorno ad una volontà, ad un disegno; è ciò che Papa Francesco chiamava il discernimento, la capacità di immergerci di nuovo in qualcosa, che non sia semplicemente la prestazione d’opera di qualcuno accanto a quella di un altro, ma il fare insieme qualcosa di condiviso, non a distanza come nelle chat che oggi prevalgono nelle riunioni. Ci chiediamo se nella comunità di cui facciamo parte c’è l’amore di Gesù, quel fuoco che faceva l’unità, se la passione anima la nostra presenza. Dicendo che bisogna essere un po’ Marta e un po’ Maria, Martini suggeriva delle triadi di azioni del credente:
pregare, includere e ringraziare; (pregare nel senso di invocare, di fare riferimento a)
cercare, camminare e condividere.
Don Gianni si dà qui il compito, non tanto di fare unità, ma di essere sentinella che ci avverte ogni tanto.
Il quarto ed ultimo pensiero è “MONDO”: noi siamo nel mondo, ma non del mondo. Oggi il mondo spaventa il credente; ci sono letture negative di ciò che accade, difficilmente riusciamo ad essere “sale” e “luce”, quel fermento che siamo chiamati ad essere. Siamo in una stagione di distruzione, che però rappresenta la pre-condizione affinché possa esserci un mondo nuovo. Ci riesce doloroso accettare di trovarci in un momento di decadenza, ma questo serve a pensare che potrebbero aprirsi orizzonti diversi.
Le beatitudini del sermone della montagna ci diranno come abbia valore l’antitesi che Gesù propone: “E’ stato detto, ma io vi dico…”significa che serve “un di più”, non basta accontentarsi di.., bisogna alzarsi ed andare, mettersi in movimento, non darsi per scontati, bisogna cambiare.
I rischi che corre la chiesa di oggi rispetto al mondo sono essenzialmente i seguenti:
la polarizzazione; tutto è molto più schierato oggi e quello che sta accadendo è che la politica sta entrando fortemente nelle cose spirituali, provocando atteggiamenti divisivi e contrapposizioni invece di unire. In America i giovani cercano radici identitarie, di gesti che in qualche modo ti definiscano, ma non solo lì…anche noi, nelle nostre chat sperimentiamo questa tendenza;
la chiusura, la rassegnazione, un altro rischio per certi versi maggiore, l’atteggiamento di chi non si schiera per non avere problemi. La Chiesa, infatti, sta facendo un sinodo sulla partecipazione perché si accorge che non c’è più coinvolgimento, appartenenza.
Si sentono ripetutamente critiche dell’avversario, denunce della sua incapacità e non pensieri propositivi, ragionamenti capaci di assumere il buono che la diversità dell’altro presenta; dobbiamo imparare a leggere quel che accade non in modo avversativo o fermandoci ad una lettura superficiale. Oggi il rapporto con il mondo è soprattutto una questione di linguaggio, di immaginario; prevalgono le leadership non razionali ma carismatiche, che fanno intuire orizzonti e così impariamo a parlare secondo il nostro guru di riferimento, e usiamo lo stesso linguaggio, la stessa espressività di parole, divisive, demonizzanti, distruttive dell’altro. Spesso il nostro linguaggio di oggi è ambiguo, fatto di fake, mentre cresce il bisogno di parole vere e questa cosa, di centrarci sulla Parola di Dio è oggi la missione più necessaria, senza la quale l’uomo vivrà confuso. Noi dobbiamo inventare linguaggi, essere capaci di usare parole “altre” da quelle che il mondo propone per fare i suoi giochi di dominio, essere capaci di costumi “altri”, quelli che la Chiesa chiama “le buone pratiche”. Come credenti e come cattolici siamo chiamati a contribuire alla costruzione di un mondo diverso e migliore secondo la nostra cultura, che già ci dà di essere luce e lievito.
Premesso tutto questo don Gianni ci rivolge una esplicita richiesta di adesione con continuità e fedeltà nei confronti della lectio e spiega le ragioni del calendario di incontri fin qui proposti. Avvia quindi un momento riflessivo, di confronto, di condivisione di risonanze e suggerimenti introducendolo con la beatitudine di coloro che “cercano” (allegata).
Segue il momento in cui Maria introduce il Vangelo di Matteo partendo da ciò che i Vangeli rappresentano per noi fedeli: non sono una dottrina che noi studiamo; è una persona che parla e alla quale dobbiamo credere. Nel nostro mondo caotico e disorientato, alla continua ricerca del suo tornaconto, il Vangelo è quel faro che ci illumina, è fatto dalle parole di un uomo che è morto ma è anche risorto, un uomo sofferente che era anche il Messia, il re dell’universo. Egli ci assicura la Sua eterna presenza. I quattro vangeli presentano caratteristiche diverse: il Vangelo di Marco è per il catecumeno, per il neofito, per colui che inizia il cammino; il Vangelo di Luca è per il teologo, colui che si aspetta di sondare le profondità; il Vangelo di Giovanni è per il contemplativo, colui che si fa illuminare e portare dallo spirito.
Il vangelo di Matteo dunque, è il vangelo del catechista, di colui che porta la Parola, tutti noi, insomma. Ed è per insegnarci come si vive nella Chiesa, perché … “ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13 44-52).
Questi nostri incontri sono anche una chiamata di Gesù a seguirlo su quel monte di cui si parla tante volte, soprattutto in Matteo (17 1): …”Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte…”. Anche noi dobbiamo affrontare il Vangelo in questa maniera, lasciandoci prendere per mano e condurre in alto. Quella di seguire il Vangelo non è una scelta facile, perché spesso siamo dominati dalle nostre esigenze personali oppure vorremmo conciliare le due cose; quindi appunto, la scelta del Vangelo ci mette in crisi e così deve essere.
In Gv 6 60 i discepoli dicono: “questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” Quindi sentiremo, e dobbiamo sentire la fatica di seguire il Vangelo. Il dobbiamo è usato spesso da Gesù nei Vangeli. Ci dice: “non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?” (Mt 26). Lo spirito è forte ma la carne è debole, ce lo dice Gesù stesso.
Non sappiamo con certezza se l’autore del vangelo di Matteo sia proprio il Matteo che seguiva Gesù, ma il fatto che si usi il nome Levi depone a favore di questa tesi. Silvano Fausti, noto biblista e teologo dice che era un “genio bilingue”, in quanto scriveva in greco pensando in ebraico. Il Vangelo è stato scritto intorno all’80 d.C., quando era già avvenuta la distruzione del tempio di Gerusalemme ed era destinato principalmente agli Ebrei, che in quel momento si erano chiusi più che mai nella Legge, diventando sempre più ortodossi e rifiutando il Cristianesimo e le altre religioni.
“Chiesa” (ecclesia) è un termine coniato da Matteo, e lo troviamo nei capitoli 16 (v. 18) e 18 (v. 17) e sta ad indicare non una nuova dottrina ma coloro che seguendo Gesù hanno una visione nuova ed aperta, escono dal legalismo perché c’è un nuovo Mosè. E questo, oggi, noi dobbiamo essere: liberi da tutte le innumerevoli chiusure.
Il testo di Matteo reca moltissime citazioni che mostrano come l’insegnamento di Gesù provenisse dall’antico Testamento e spesso vi è scritto “…perché si adempisse ciò che era stato detto nella Scrittura…” facendo esplicito riferimento agli Ebrei con i quali tentava così di stabilire la relazione, per indurre all’apertura e far andare “oltre”. Ma qui è proprio l’anello mancante della religione ebraica che non ha riconosciuto il Messia ed è rimasta senza collegamento.
La Sacra Scrittura è come la musica: si sente soltanto se qualcuno la esegue. Ma bisogna saperne interpretare le pause ed il ritmo, altrimenti stoniamo e rischiamo di dare la nostra interpretazione; dobbiamo invece scoprire l’armonia ed il vero spirito della Scrittura all’interno del Vangelo, in questo caso di Matteo.
Ecco la beatitudine che ci spiega questo senso musicale “Beati coloro che ascoltano perché ascolteranno suonare qualcosa”.
E una frase dalla Lettera agli Ebrei 4 “La Parola di Dio è viva ed efficace, scruta i pensieri e i sentimenti del cuore; tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi”.
Il Vangelo di Matteo si suddivide nei cinque grandi discorsi. Il discorso sulla montagna (cap.5 7), in cui troviamo le istruzioni per entrare nel Regno di Dio; il discorso sulla missione (cap. 10) in cui ci sono le istruzioni per portare la Parola, perché “missione” non è soltanto andare in Africa, ma portare la Parola da uno all’altro di noi anche qui; il discorso sulle Parabole (cap. 13) in cui c’è l’insegnamento per una buona vita; il discorso ecclesiale in cui si trovano le istruzioni per “fare ecclesia” ed infine il discorso escatologico (capitoli 24 e 25) in cui ci sono istruzioni che ci accompagnano nella fine dei tempi.
Il Vangelo di Matteo inizia con una profezia: “tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta: “ecco, la Vergine concepirà e partorirà un Figlio che sarà chiamato Emmanuele”, che significa “Dio è con noi”.
E finisce con l’azzeramento di tutto; dice: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.
Tutto il Vangelo è incentrato sulla figura di Gesù, sulla Sua manifestazione, ma sentire Gesù non è un regalo; non è qualcosa che dobbiamo aprire, guardare, meravigliarci e metterlo in una teca; dobbiamo sentirlo dentro di noi, in una strada che siamo chiamati a percorrere e che ci lega alla Chiesa. Quando operiamo e comunichiamo possiamo dire di essere nella Chiesa e di appartenere al Padre. Ma siamo chiamati a diventare maestri di vita pratica a due condizioni:
la prima è il coraggio, che viene messo in luce nel Vangelo di Matteo, di coloro che si fanno avanti, il coraggio di ringraziare, il coraggio della fede, il coraggio nelle tempeste, il coraggio di sapersi alzare.
E accanto al coraggio c’è il bisogno di essere umili, quando ci rendiamo conto che Dio ci sta facendo un dono troppo grande di cui non siamo assolutamente degni. Dobbiamo anche essere capaci di uscire da ogni nostro programma ed accettare la Sua volontà.
Si conclude con alcune domande:
perché ci troviamo qui oggi? Chi siamo noi che abbiamo preso l’impegno per la lectio? Di cosa abbiamo bisogno? Che disponibilità abbiamo ad ascoltare, a farci stupire e a cambiare per la Parola di Dio? Dio ci accoglie così come siamo, mettiamoci in ascolto e manteniamo il silenzio nella meditazione; mettiamo a tacere non solo la bocca ma anche tutti i nostri pensieri, facciamo questo sforzo! “Beati i silenziosi, perché il loro silenzio coinvolgerà gli altri”.
Concludiamo con una preghiera di ringraziamento del Card. Martini:
Ti ringraziamo Signore, per averci condotto qui
Ti ringraziamo perché sei in mezzo a noi
Che stiamo insieme nel Tuo nome
Ti chiediamo Signore di manifestarTi
Apri i nostri occhi, le nostre orecchie
Perché possiamo vederti nella nostra vita,
nella nostra esperienza di Chiesa,
nel nostro peccato, nella nostra povertà
e nella resurrezione.
Lectio Divina
Tempo iniziatico
II. Domenica 26-10
Matteo 19, 16-22 – Cosa mi manca (il giovane ricco)
Don Gianni inizia la lectio facendo alcuni cenni sulla meditazione cristiana. Accade di sovente che si segua la meditazione di altre confessioni religiose senza sapere nulla del patrimonio della tradizione evangelica, che non si conosca il grande tesoro che ci è stato dato.
Anche qui, se si segue correttamente la sequenza di ascolto, silenzio, collatio e vita, ebbene quella sequenza è fondamentale per riuscire ad entrare dentro sé stessi, nel proprio profondo.
Ecco i due pensieri che formula Don Gianni:
il primo è che siamo chiamati ad imparare con il corpo, perché la nostra è una religione di “incarnazione” e la preghiera non è un fatto intellettuale ma passa attraverso il respiro, è ritmata e imparare a comporre il cuore ed il respiro è il primo passo della preghiera. Bisogna, in qualche modo, riuscire a concentrarsi, evitando di vivere le enormi distrazioni che affollano tutto il resto del tempo, per riuscire ad uscire dalla confusione.
Il secondo passo, più impegnativo, è fare il “vuoto”. Ma il vuoto non è l’assenza di pensieri, di sentimenti, anzi, é piuttosto l’intenzione deliberata di non fermarsi su nulla in particolare che non sia quello che la vita, Dio, lo Spirito, ci mette davanti; il vuoto è la decisione di liberarci di quello che sta dentro di noi e di non vedere attraverso le lenti con cui vediamo il tutto. L’ultimo passaggio al quale arriveremo è la decisione di arrivare alla morte completa di noi stessi, l’unica condizione che ci permetterebbe davvero di risorgere.
Leggiamo il passo oggetto della nostra meditazione, Matteo 19 16-23
“16 Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». 17 Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18 Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». 20 Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». 21 Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». 22 Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze. 23 Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.”
Cominciamo con un attimo di silenzio, in modo da entrare nel brano. Gesù sta salendo verso Gerusalemme; mettiamoci in questa condizione e vediamo che immagine ci suscita il brano. Il giovane ricco che si avvicina a Gesù siamo noi e Gesù parla con noi, e sta rispondendo alle nostre domande.
Per un confronto del brano con quelli paralleli, i riferimenti sono: Marco 10, 17-22, Luca 18, 18-23.
Da un sguardo su tutto il capitolo capiamo meglio cosa vuole indicarci Matteo e, apparentemente, Matteo sembra volerci parlare di tante cose diverse.
Nei versetti 1-12 ci parla dell’uomo e della donna, della chiamata al matrimonio, e della scelta, che non è una scelta facile.
Nei versetti 13-15 ci parla dei bambini, che appartengono al Regno dei Cieli; così ci dice Gesù.
Nei versetti che ci interessano, dal 16 fino al 30, parla della situazione dell’uomo ricco: ricco di doni, chiamato a condividerli, lasciando tutto. In realtà tutta la serie di versetti è legata da un filo rosso: “in principio” richiamato nei versetti 4 e 8 del capitolo 19.
Infatti Dio ha creato l’uomo e la donna e li ha fatti uno per l’altra, come ricchi di doni e liberi; il peccato, però, ha offuscato tutto questo. E’ necessaria, quindi, una nuova creazione, un nuovo inizio che riporti l’uomo ad essere bambino, perché il regno del Cieli è dei bambini, e per diventare bambini, bisogna denudarsi: nudi siamo usciti dal seno materno e nudi torneremo alla terra. (Giobbe 1 20). Dunque l’uomo perfetto, maturo, completo é colui che vive tutto come dono, da ricevere e donare a sua volta. L’uomo deve vivere un eterno anno santo, in cui tutto sia donato tutti e a nessuno manchi. Ciò che non deve mancare, non è riferito soltanto ai beni materiali, ma anche a quelli intellettuali, morali e spirituali. Siamo chiamati a ricevere tutti doni da Dio come figli e a darli ai nostri fratelli.
Esaminiamo più attentamente i nostri versetti: ci troviamo davanti ad un bellissimo dialogo, serrato, fra Gesù ed un uomo ricco, probabilmente conosciuto e stimato …come sono generalmente i ricchi. Mettiamo subito in chiaro che “lasciare tutto” non fa parte della vocazione religiosa, nel senso che non riguarda soltanto i religiosi, ma ciascuno di noi. E lasciare tutto è un’azione essenziale dell’esistenza umana, nella vita quotidiana, per ogni persona. Il nostro ricco inizia il dialogo facendo una domanda: “cosa debbo fare di buono per avere la vita eterna?” Chiariamo questa immagine di “ricco”: è un uomo qualsiasi, benestante, di cui non conosciamo il nome, perché, in fondo, è semplicemente uno di noi.
La sua non è una domanda sorprendente, perché in realtà è la tipica domanda che faceva il discepolo ad un maestro; ed il maestro rispondeva solitamente con le cose da fare, come praticare le virtù, e con consigli e tecniche da mettere in atto. Gesù è un maestro a cui viene rivolta questa domanda, che mette un po’ in mostra la preoccupazione del fare. L’uomo è un ricco, abituato ad attribuire un prezzo ad ogni cosa, è pratico e si preoccupa di perdere la vita eterna. Non è cattivo, è uno come noi e sta cercando di centrare la propria vita, di viverla bene. Il rabbì Gesù dà una risposta che inizia a correggere un po’ la mira:
- “perché mi interroghi su ciò che è buono? “ L’uomo è preoccupato del fare bene e Gesù risponde che il bene è una persona, il bene è Dio, e il bene sono anche gli altri intorno a noi. Ancora il bene non è una questione di quantità, ma soprattutto di “qualità” di ciò che doni.
- Gesù dà poi un consiglio: “ se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti”. Ma anche qui c’è una correzione. La vita eterna non si possiede, è un’offerta di Dio. Alla domanda del ricco “quali?” Gesù risponde con la seconda tavola dei comandamenti, quella che riguarda le relazioni con il prossimo: “non rubare, non uccidere…” Osserviamo quindi che mentre il ricco fa una domanda per sé stesso, su come guadagnarsi la vita eterna, Gesù risponde di guardarsi intorno, di pensare agli altri, di esercitare l’amore. A questo punto il dialogo avrebbe potuto finire, invece il ricco prosegue e dice “tutto questo l’ho osservato”. Di nuovo una puntualizzazione; il ricco non è malvagio, non è il ricco epulone che ignorava il povero Lazzaro, è onesto, non ha rubato, non ha mentito, ha onorato i genitori e ha amato facendo l’elemosina. Ma la sua è un’osservanza puramente formale dei comandamenti; è l’osservanza del fariseo. Al suo posto, dopo il consiglio di Gesù, noi ci saremo allontanati, pensando di fare il nostro dovere e di essere già a posto, invece il giovane ricco continua a chiedere…ha qualcosa dentro che lo inquieta, cerca una risposta più profonda, capisce che c’è bisogno di un di più per entrare nella vita eterna, in quella porta stretta di cui parla Gesù e ancora chiede: “Cosa mi manca ancora?” Gesù non risponde con un obbligo, non dice “devi fare..”, ma al versetto 21 risponde “se vuoi…” Non dà ricette, come facevano tutti i rabbì, non suggerisce tecniche infallibili alla maniera della catena di Sant’Antonio; Gesù dice invece una cosa all’apparenza paradossale: “se vuoi possedere, dona”, perché bisogna spendersi per fare delle cose grandi, bisogna liberarsi da diverse cose, dalla nostra vita di routine, dalle cose che facciamo abitualmente e continuamente, da tutto ciò che “va bene così”, da ciò che ci immobilizza e non ci fa andare più in là, che fa parte di una vita scontata e borghesemente onesta.
Nell’introdurre il Vangelo di Matteo abbiamo evidenziato il coraggio e l’umiltà; ecco, il nostro uomo ricco non ha il coraggio, quel coraggio di San Francesco, non se la sente di andare controcorrente per avere un tesoro nel Regno dei Cieli. Dunque, avendo ascoltato, il giovane, triste, se ne va.
La domanda è: perché non riusciamo a sbilanciare la nostra vita? Perché puntiamo sempre il nostro baricentro sulle cose terrene e non verso Dio? La scommessa è passare da un rapporto di comodo (…ho la mia vita, ho il necessario, non faccio male a nessuno…) ad un rapporto precario, che si appoggia soltanto su Dio. Sappiamo giocare in borsa ma non sappiamo comprare le azioni di Dio. Per seguire Gesù bisogna sbilanciarsi, soltanto così possiamo trovare il nostro vero essere, l’autenticità della nostra vita.
L’uomo del nostro brano conosce la verità, non l’accetta, preferisce mantenere quell’etichetta da ricco che il mondo gli ha dato e rimanere così com’è. E’ arrivato baldanzoso, sicuro, aspettando delle lodi e se ne va triste, perché? Perché è pieno di cose che lo possiedono, che non lo lasciano libero; una cosa ci lascia liberi se possiamo anche perderla, lasciarla, donarla. Ma se noi non sappiamo far questo non ci lascia liberi.
Il giovane ricco è pieno di cose da fare, ma è vuoto dentro e quel vuoto che sentiva, lo sente ora più profondamente. Che cosa farà ora? Il vangelo non ce lo dice, ma ci chiede di rispondere alla domanda: “cosa facciamo noi, ascoltando queste parole?” Cosa dobbiamo lasciare della nostra vita, ma anche dei nostri gruppi, del nostro lavoro, per essere autentici con noi stessi? Dobbiamo guardarci dentro, dobbiamo essere pronti a dire a Dio: “non ce la faccio a fare quello che tu mi chiedi, a lasciare tutto, però ho il desiderio di seguirti.”
Sorprendentemente Gesù guardandoci, ci amerà, ce lo dice il Vangelo parallelo di Marco 10,17-22, ci verrà anche incontro, perché “ciò che impossibile agli uomini è possibile a Dio”.
Di seguito, alcune riflessioni conclusive del nostro parroco:
il primo pensiero è che la ricchezza non fa la felicità, ma che cos’è la felicità? Perché anche se siamo poveri non siamo felici…La scelta di mettere questo passo all’inizio del cammino è stata fatta per poter capire “cosa mi manca”. E questa domanda ci aiuterà ad arrivare a ciò che vogliamo. E ciò che vogliamo non è pensare solo a noi stessi, ma, come dice Sant’Agostino, “ama e fa ciò che vuoi” dunque ciò che hai scelto, ciò che ti muove, la tua ragione essenziale, ciò che sei.
Il secondo pensiero è relativo al rapporto tra possibilità e impossibilità: impossibile per gli uomini, ma a Dio tutto è possibile. Nella stagione di profondo disincanto che attraversiamo, se pensavamo che ci fosse una possibilità per l’impossibilità, ci accorgiamo che forse non c’è nessuna possibilità…ma nello stesso tempo è questo che ci blocca, e se non ci diamo una speranza, un orizzonte, non andiamo avanti. E darsi un orizzonte è essere capaci di immaginare l’inedito, è essere creativi, perché nulla come la fantasia dello spirito ci rende generativi, ci fa produrre vita. E se sono gli eunuchi quelli che secondo Gesù danno fecondità, può essere che anche una persona sola, uomo o donna che sia, possa comunque vivere una fertilità. Ragionando, quindi, paradossalmente sul fatto che il giovane ricco abbia delle possibilità, ahimè vediamo che se ne va. E le possibilità sono proprio quelle che gli fanno dire di no a Gesù. Evidentemente non è quello che si ha a farci felici ma proprio ciò che ci manca. Forse è questa la chiave; purtroppo però non si ha il coraggio di perseguire ciò che ci manca, e perché? Forse per paura di perdere anche quello che abbiamo? Perché significa mettersi in gioco di nuovo? Aprire orizzonti che creano aspettative che potrebbero andare deluse? Ma Gesù dice che la vita non è vita, a metà, e potrebbe anche essere che seguendo Gesù (..ma poi che significa seguire Gesù?), si aprano nuove strade.
Un’altra riflessione è relativa alla cruna dell’ago, a quella porticina attraverso cui si entrava a Gerusalemme quando di sera, i varchi venivano chiusi per paura dei briganti; ma da quella particina poteva passare solo l’uomo con la sua nudità, lasciando fuori tutti i suoi beni, carri, cammelli, ecc.
Forse noi abbiamo un futuro, una possibilità, ma dobbiamo cominciare daccapo ed essere come i bambini, perché noi, in realtà stiamo bene, nella nostra povertà e non ci curiamo molto degli altri. Non abbiamo proprio tutto quello che vorremmo? Possiamo ricorrere a droghe che ci accontentano. Dobbiamo essere noi a decidere. La differenza è data dalla semplicissima parola, la chiave di tutto, che Gesù dice a quest’uomo alla fine: “Seguimi”. E questo non vuol dire che tutto quello che c’è prima non vale…Va e vendi tutto, dallo ai poveri, impara la condivisione, impara che i beni non sono solo possesso, che non puoi possedere gli altri …”Seguimi” vuol dire facciamo strada insieme, vuol dire “che tu non sia solo”, che tu sia capace di accorgerti che c’è un altro, che tu sia uno che abita sé stesso non da sé ma in compresenza con l’altro perché, altrimenti, non fai strada.
“Seguimi”, presuppone che qualcuno che mi muove può esserci. E non è che in questo modo perdiamo tutto, perché “avremo il centuplo”, e lo avremo quaggiù, in questa vita, non chissà quando. Ma a noi spesso non interessa questo centuplo, non ci pensiamo, non sappiamo cos’é. E quindi diciamo, semplicemente “prova a camminare, non fermarti da solo”, La chiave è quella sinodalità di cui parla il testo finale del documento approvato il 25 ottobre c.a. dalla terza Assemblea del Cammino Sinodale, intitolato “Lievito di pace e di speranza”.
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III. Domenica 16-11
Matteo 25, 31-46 – Cosa c’è nel cuore dell’uomo (Il Giudizio)“Non stanchiamoci di fare il bene. Se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede”(Galati 6: 9-10). Queste parole della Lettura breve ci collegano al Vangelo di oggi che ci invita alla perseveranza, al non venir meno e all’opportunità di essere all’opera, nella fede.
Il Vangelo sul quale ci fermiamo, per capire cosa muove il cuore dell’uomo, è quello del Giudizio. La volta scorsa abbiamo fatto una riflessione su cosa manca all’uomo e ciò perché si parte dal bisogno, e ora, in modo quasi sorprendente, invece di partire dall’inizio del Vangelo di Matteo, partiamo dalla fine, ossia dal giudizio finale, dove ci muove ciò che sta dentro di noi.
Luca 21:5-19
5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Questo vi darà occasione di render testimonianza. 14 Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15 io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. 16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; 17 sarete odiati da tutti per causa del mio nome. 18 Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” .
Facendo un parallelo con questo, che è il Vangelo di oggi, noi possiamo valutare il presente, a partire dal nostro orizzonte, perché non si guarda all’oggi se non con la prospettiva del domani. Il Vangelo di cui trattiamo è nel capitolo 25 di Matteo, in quel grande scenario del giudizio finale, dal versetto 31 al 46:
31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Introduciamo questo Vangelo cercando di focalizzarci, come si fa prima di ascoltare, perché si fa attenzione all’ascolto nella misura in cui si lascia perdere tutto il resto e ci si ferma su ciò che il Signore ci dice. Invochiamo quindi lo Spirito che ci aiuti a fare concentrazione. Prego – ci dice Don Gianni - affinché col mio diminuire il Signore possa crescere dentro di me e questo disequilibrio è il mio movimento; perdere ciò che è terreno, limite, perché l’altro possa ricevere spazio, possa rivedere riconosciuta la sua iniziativa. Prego per ringraziare del fatto che ogni giorno è dono e non mi interrogo su cosa sarà: terremoti, guerre, pestilenze, perché so, che se lo riconosco, tutta la mia storia è stata una Presenza che mi ha accompagnato alla Verità. La Presenza di Lui che c’è se riesco a stare dinanzi, a non fuggire, a non guardare a me, ad essere capace di incontro.
Il brano di oggi ci dà una grande visione giudiziale, una dinamica uno- molti; è come se ci fosse un faro nella notte che diventa riferimento; tutt’intorno è buio ma c’è questa luce.
Questo Vangelo si gioca sul vedere: non ci si occupa delle persone insignificanti, è gioco facile che siano messe da parte, nessuno se ne preoccuperà. Ed invece il brano ci dice che i dimenticati hanno un loro posto nella Chiesa e nel mondo e tutto si gioca su questa attenzione. Si dice che abbiamo un terzo occhio, quello profondo, che i giapponesi chiamano “kokoro”. Anche nei manuali zen o nella pratica di yoga è presente l’occhio della mente e l’occhio del cuore.
Come già anticipato, ragioneremo di meditazione; abbiamo un tesoro nella nostra Madre Chiesa di cui non ci interessiamo perché spesso per noi, un po’ devozionisti, la preghiera è solo quella recitata. Occorrono dei passaggi per fare meditazione: imparare attraverso il corpo, abbiamo parlato delle onde cerebrali; un altro passaggio consiste nel comporre il cuore e il respiro e un altro ancora è fare il vuoto dei pensieri e dei sentimenti, e l’ultima tappa è il passaggio dalla morte alla resurrezione: ogni giorno siamo chiamati a morire a noi stessi per rinascere a vita nuova.
Nel prossimo incontro Don Gianni suggerisce, come il Vangelo sembra ispirarci, qualcosa che abbia a che fare col discernere, verbo spesso richiamato da papa Francesco in poi, ma che in fondo è stato usato anche nei secoli precedenti.
Discernere perché:…ero nudo…quando ti abbiamo visto?...Non ti abbiamo visto…Discernere significa distinguere, se non lo fai non capisci…E significa decidere; non è un esercizio intellettuale, è qualcosa che da’ corpo, realtà. Decidere è una parola composta “de-cedo” significa “taglio”, non nel senso di buttare via ma di “mettere da parte”. Vuol dire essere capace di capire la differenza, imparare a custodire.
Il Vangelo è pieno di questo concetto: il pescatore, che, tratte le reti a riva, mette da una parte i pesci buoni e dall’altra i pesci cattivi; l’agricoltore che dopo aver tanto atteso, alla fine dei tempi, mette il grano da una parte e la zizzania dall’altra, e tutto questo non è soltanto un esercizio di ragione: il discernimento suggerito dal Vangelo è un’affermazione di volontà, nel senso che Gesù ci spinge a definire noi stessi, perché scegliendo, come fa anche Lui, io mi identifico, trovo chi sono, trovo la mia identità profonda.
Non possiamo vivere, come ci propone la cultura di oggi, nell’indeterminazione e dire, per esempio, che tutte le religioni sono buone: bisogna concentrarsi su una strada, la nostra. Ciò non perché le altre strade non siano valide, ma semplicemente perché sono “altre”. Se siamo capaci di uscire dal grembo, facciamo selezione, non per fare classifiche ma perché ci accorgiamo che ci sono modi “diversi”. Scegliere, scegliere cosa fare. Il nostro cervello ha due sistemi rispetto alla questione delle scelte: il primo è quasi automatico, immediato, istintuale, impulsivo. Nel suo libro “Pensieri lenti e veloci” lo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia (e l’economia ha molto a che fare con il cuore dell’uomo), ci spiega che ci determiniamo in un decimo di secondo: il sistema 1 (giudizio positivo-giudizio negativo) è segnato dalla rapidità e dalla precisione; invece il sistema 2, quello che vale il 5 per cento di tutta la nostra capacità selettiva, ci mette in grado di essere responsabili ed autonomi, ci fa riflettere sulle cose ed arrivare ad una conclusione.
Ed ora un pensiero sui versetti 31, 32 e 33. Come sappiamo, mentre le pecore stanno volentieri all’aperto, per le capre non è così, ed il senso di questo stare, tutte le genti, davanti, è l’incipit del brano. Interessante il fatto che si tratti dell’ultima apparizione del Cristo. Nella storia della Chiesa non appare mai il Cristo mentre sono sempre la Madonna ed i Santi ad apparire. Perché? Perché l’apparizione di Gesù Cristo sono i poveri, che sono Sacramento, sono il segno e lo strumento del Mistero: ”…ero nudo e mi avete vestito…”. Non c’è altro modo di riconoscere una Presenza, un Mistero nel nostro reale, se non quello di avere a che fare con coloro che sono esclusi. La cosa che Papa Francesco chiamava le periferie, in realtà è una porta, è come lo star-gate: entriamo da questo accesso, la famosa “cruna dell’ago” per poter essere corpo dobbiamo avere a che fare con coloro che di solito non hanno corpo, perché nessuno glielo dà.
Attenzione: il pastore non giudica e non condanna; lui semplicemente svela. C’è un libro della vita che è la natura, c’è un libro della fede ed è la Bibbia ed il giudice, alla fine, ci invita ad una vigilanza; è capace di orientare e tutto si gioca sullo sguardo, sulla capacità di contemplazione di ciò che ti sta davanti agli occhi e di cui tu, tante volte, non ti accorgi: nel tuo egoismo, nella tua chiusura, fai riferimento a te stesso, ai tuoi pensieri e non a ciò che ti sta davanti. Decifrare il reale è la vera grande teofania, quell’evento che è rivelativo del mistero di Dio.
E ora un altro pensiero su “Venite, benedetti del Padre mio, …perché ero nudo e mi avete vestito…”. Si identifica, si immedesima: per “vedere” dobbiamo fare empatia, camminare nelle scarpe dell’altro per un mese “prendere parte a…” e poi farsi un’idea.
Su questo alcuni pensieri: prima di tutto chi sono i giusti? Coloro ai quali si rivolge? A Gerusalemme, all’interno di Yad Vashem, si trova il Giardino dei Giusti. Dovremmo inventarcelo anche noi… Un giorno Madre Teresa, quando ancora non la conosceva nessuno, senza dire chi era, andò al Seminario Romano e disse al Rettore che lei passava le sue serate alla Stazione Termini, perché le avevano detto che a Roma, c’era bisogno che andasse lì; chiese quindi al Rettore di mandarle dei seminaristi per prestare aiuto dato che non sapeva come fare tutto ciò che serviva. Il Rettore la guardò un po’ perplesso.. ma da allora il Seminario Romano, ha questa tra le sue attività formative più belle.
I giusti sono coloro che hanno a che fare con l’altro mediante una relazione che non è come quelle che noi abbiamo di solito, segnate dal calcolo, dalla lite, facendo un po’ per poi tirarci indietro…, non dicendo mai di sì per qualsiasi cosa: sono coloro che diventano l’altro e quindi Eucarestia. Fermiamoci su questo, perché ad un certo punto, sia gli uni che gli altri, al Giudice domanderanno quando? …”Quando eri nudo e ti abbiamo vestito?” Il nodo è il passaggio tra il dire e il fare, laddove il fare è prezioso; è il passaggio dalle buone intenzioni alla vita vissuta.
Un’altra cosa da segnalare, al riguardo è che dunque bisogna partire dal sé: “anche voi fatelo a loro”. Quindi saremo capaci di toccare la carne ferita dell’altro, che è la Presenza del Mistero di Dio in questo mondo, se prima saremo capaci di lasciarci avvicinare e toccare nella nostra povertà; e così scopriremo che ciò che salva è l’incontro tra queste due povertà, non altro, non che siamo più buoni di….
Nella logica della croce Dio ha voluto che anche la fragilità esprimesse fortezza ed è la nostra speranza: quella di chi è un po’ di qua e un po’ di là e si chiede dove sarà al momento del Giudizio finale: sicuramente tra le fiamme, ma anche un po’ dall’altra parte: ci salverà, forse, quanto riusciamo a stare dalla parte giusta.
Ancora un pensiero invece lo facciamo su chi sta distante: “Via, lontano da me, nel fuoco e nelle fiamme…”. Tutto parte da una domanda: “Quando non ti abbiamo visto?” Tutto si gioca sullo sguardo e la cecità esclude. Il male, attenzione, non è chissà quale cosa da bestia, ma, è l’omissione. Vuol dire che il buono, il vicino, colui che “non ha fatto del male a nessuno”, è colui che, magari, ha il peccato più grave.
Interessante questa differenza tra la totalità delle genti e la separazione, non solo tra uomo e uomo, ma all’interno dello stesso uomo. Io sono io e sono anche un altro io e sono diviso dentro me stesso. La salvezza fa verità su questa divisione in modo tale che possiamo poi ritrovarci ad essere tutto nel frammento. Chi sono costoro, che Gesù chiama “minimi”? Sono gli invisibili; Gesù esprime questo giudizio tutte le volte che vede ciò che l’uomo non vede e “giudica il nostro giudicare”, e lo fa da Maestro, come Colui che guarda più la fatica che il peccato; quando ci dice: “Sposta lo sguardo” lo fa per portarci a comprendere “chi è l’uomo?” L’uomo è chi è responsabile dell’altro, chi si accorge, chi si prende cura, chi dà una risposta e non la tace.
Un ultimo pensiero per la nostra riflessione: è stata proposta come segno della Giornata dei Poveri l’ancora della Chiesa che vedremo accanto all’altare: per essere capaci di attaccamento, ed il nostro primo attaccamento sono i poveri, per essere capaci di andare nel profondo, di esplorare le risorse, di immaginare la carità. Perché in questo mondo in cui ci sono tanti deficit vogliamo poter pensare, anche, che siamo creativi. Dovremmo, ad esempio, avere il brivido dei cominciamenti, dei nuovi inizi e non soltanto lo sbadiglio delle cose che accadono; dovremmo esprimere stupore e se crediamo che ogni giorno possa essere un nuovo giorno, troviamo allora tutta la passione di una nuova avventura.
Il suggerimento che viene fatto per la giornata dei Poveri è anche quello di dipingere il proprio personale albero dei sogni, che parte dalle radici, (le cause), passa attraverso il tronco, (le questioni), e arriva alle foglie (le conseguenze, gli effetti). Questo vale per ciascuno dei deficit (ero nudo, ero carcerato…).
Come parallelo biblico del giudizio finale possiamo fare un confronto con le otto Beatitudini.
Alcune considerazioni conclusive di don Gianni: tornando al brano del Giudizio, a questo momento particolare nel quale incontreremo la Verità del Maestro e la verità di noi stessi, ci fermiamo a riflettere sulla parola “quando”. Il senso è che c’è sempre tempo, ma ad un certo punto scatta un “quando”. Da giovani pensiamo di avere sempre ancora tanto tempo, ma intanto la vita passa. Ci piace comunque pensare che c’è sempre un’altra possibilità. E inaspettatamente si apre una nuova via, una resurrezione. E quando siamo più nudi, incarcerati, affamati, assetati e via così, può esserci qualcuno che ci accoglie.
Ancora qualche altro pensiero: allacciandoci alla Marcia degli Alberi che ogni anno introduce nuovi alberelli nei giardini di Ladispoli, viene da pensare a quanto tempo è necessario perché un albero cresca e si sviluppi, alla perseveranza che ci dice il Vangelo di oggi (Luca 21, 5-19), e, nello stesso tempo a quanto poco ci voglia per tagliare un albero e non farlo più esistere; viene da pensare a come la vita sia un processo e a come siamo chiamati a crescere sapendo che ciò che si fa oggi “ero nudo e mi avete vestito” porterà conseguenze domani.
Leggendo del secondo principio della termodinamica, si ragiona dell’entropia, che può essere in due modi: i sistemi possono essere ad alta o a bassa entropia. Ci sono dei sistemi in cui i componenti tendono a non confondersi e a rimanere separati; ma, se ad esempio, con un cucchiaino mescoliamo la panna ed il caffè all’interno di una tazzina, otteniamo una miscela più amalgamata. Ecco, diciamo che la nostra vita avrebbe bisogno, ogni tanto dell’intervento di un cucchiaino esistenziale che agiti, affinché riusciamo ad individuare forme “altre”, nelle quali integrare le parti diverse e mettere un po’ di spirito nella nostra materia, un po’ di corpo nelle nostre intenzioni per renderle concrete…Riuscire a fare questa cosa ci dà ancora speranza.
In occasione del venticinquesimo anniversario della parrocchia, vedendo le persone che hanno vissuto questi 25 anni, affinché non sia soltanto un evento celebrativo ma sia un incontro, ovvero una storia, don Gianni ci dice che quasi da tutte le persone, che sono prevalentemente avanti con l’età, ha riscontrato lo stesso problema. Il Giudizio universale si potrebbe riassumere in una sola questione: ero solo e mi avete fatto compagnia. Ciò che oggi tutti, non solo i carcerati, rischiamo di vivere, è l’isolamento. In una società che è così individualista, é tolto anche a chi è libero, il tempo di stare con qualcuno. E’ soprattutto su questo che oggi dobbiamo ragionare. Se la qualità della vita che corriamo ogni giorno è questa, allora dovremmo fermarci un attimo e cambiare strada, perché noi, non ci accorgiamo, letteralmente, nemmeno di noi stessi. Ci rendiamo conto di avere la separazione dentro di noi. Sarebbe molto bello offrire una diversa esperienza spirituale, come una meditazione in riva al mare, sul Giudizio, questa Parola faticosa ma salvifica. Alla fine Lui dirà “Venite” e se prenderà distanza, la prenderà più che dalle persone, dai comportamenti, per aiutarci a vivere “bene”, non come gente che non visita, non veste, non si immedesima, perché questo fa male ed è ciò che ci sta succedendo
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Tempo iniziatico
IV. Domenica 30-11
Matteo 3, 1-12 – Una possibilità c’è (La Via nel deserto)
Prendiamo la nostra meditazione cristiana di oggi dal Catechismo della Chiesa Cattolica, richiamando soltanto alcuni punti chiave. Che cos’è la meditazione? E’ una ricerca, una ricerca orante che si svolge nel cuore, che è il nostro centro nascosto; è portare al cuore. Attraverso il libro della Vita, il libro della Storia, il libro delle Scritture, possiamo fare la Verità di noi stessi, ossia discernere i moti che agitano il nostro cuore (paragrafi 2706, 2723). Un terzo passaggio è capire il carattere intellettivo e volitivo della meditazione; essa conduce a una conoscenza d’amore del Mistero di Dio e suscita quella che noi chiamiamo la conversione del cuore. Il quarto punto è il metodo, perché la meditazione domanda una disciplina dell’attenzione; il metodo non è altro che una guida, un accompagnamento, un orientamento; avendo a che fare con l’attenzione la prima cosa che si suggerisce è la rinuncia all’io; passa attraverso un combattimento con le nostre distrazioni. Esse ci rivelano a chi siamo attaccati; dobbiamo decidere quale padrone seguire tra i molti che abbiamo davanti, e soprattutto, quando ci accorgiamo che siamo distratti, provare a tornare al cuore. Tornare al cuore significa tornare al luogo della decisione e dell’incontro. E’ molto bello questo passaggio in cui si dice che può capitare di vagare, ma attraverso un ritorno si può recuperare un focus, una concentrazione.
San Giovanni della Croce chiamava la meditazione il silenzioso amore, nel senso che non c’è preghiera se non c’è una passione verso Qualcuno a cui ci rivolgiamo; potremmo esprimere fisicamente questa cosa dicendo che “la meditazione è mettersi nell’abbraccio del Padre che ci accoglie con le Sue mani: il Verbo e lo Spirito”. Seguono i Canti e la lettura della Liturgia delle Ore.
Chi è il Messia? E’ Colui che è rivelato dallo Spirito, profetizzato nelle Scritture e indicato dall’uomo. L’uomo che indica Gesù è Giovanni il Battista. Giovanni è l’uomo in attesa descritto da Matteo nei primi versetti del Capitolo 3; Dio, da sempre, vuole incontrare l’uomo, ma l’uomo da sempre scappa; Giovanni è colui che non fugge e sta davanti a Dio. Nei primi due capitoli Matteo ha parlato brevemente dei primi tre decenni della vita di Cristo. Ora, nel terzo capitolo c’è un cambio di protagonista e questo è, appunto, Giovanni.
1 Ora in quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, 2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
3 Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
4 Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. 5 Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; 6 e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.
7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi, all'ira imminente? 8 Fate dunque frutti degni di conversione, 9 e non crediate di poter dire fra voi: abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. 12 Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».
Questi versetti vengono di solito suddivisi in tre parti: dall’uno al sei, abbiamo una descrizione di Giovanni Battista; dal sette al dieci la sua predicazione, nei versetti 11-12 l’annuncio.
Sarà più approfondita l’esegesi della prima parte, quelle racchiusa nei versetti dall’uno al sei, e ciò perché nella Bibbia ogni parola ha un significato; andiamo quindi ad analizzare il significato preciso e profondo delle parole con cui Giovanni viene descritto e che ci dicono chi é.
Versetto 1: “Ora in quei giorni”. Due simboli particolari della Bibbia sono il tempo e il deserto, entrambi presenti nel brano. Il versetto indica il passaggio del tempo, un tempo che si fa più vicino al discepolo, anche al discepolo che legge, noi, insomma. E’ un tempo attualizzato, che ci introduce nell’eterno oggi di Dio. C’è un nuovo personaggio, Giovanni. Appare proclamando. Comparve, apparve, giunse, venne…sono tutte traduzioni dello stesso verbo ebraico, il verbo usato per la venuta dei re Magi, ad indicare che sta arrivando un uomo mandato da Dio. Il verbo predicando, invece non è giusto; in realtà Giovanni arriva gridando, proclamando. Il nome Giovanni vuol dire Grazia di Dio, quindi Giovanni, che è Grazia di Dio, grida questo dono nel deserto perché tutti l’ascoltino. Il deserto è un luogo affascinante; vediamone le caratteristiche: è un luogo del già e non ancora, perché indica la fine della schiavitù, e una Terra Promessa non ancora raggiunta. Il deserto è il luogo del cammino, del dubbio, dell’ascolto, della ribellione, è il luogo della fiducia ma anche della caduta. Nel deserto non c’è nulla ma si va verso il tutto, e lì si è soli davanti a Dio e al mondo. Osea (2, 16) ci dice che il deserto è il tempo del fidanzamento; quindi il deserto produce paure, tentazione di tornare indietro, di fermarsi, oppure accontentarsi di quanto si è raggiunto per non fare ulteriori fatiche; è anche il posto in cui si è sfiduciati; pensiamo a cosa dice il popolo d’Israele:”…ci hai portato fuori dall’Egitto per farci morire nel deserto? (Esodo 16, 3). La vita stessa – noi diciamo a volte – è un deserto, che cos’è questa vita che conduce alla morte? Perché mai vivere? Ma il deserto è un luogo essenziale, è lì che troviamo Dio, nella condizione di fragilità estrema. Infatti come si presenta Dio nel deserto? E’ un Dio che nutre, manda le quaglie e la manna; è un Dio che disseta, fa uscire l’acqua dalla roccia nel deserto; è un Dio che consola e fortifica attraverso la Sua Parola; quindi è essenziale andare nel deserto della vita per trovare Dio.
Che cosa dunque proclama Giovanni? La frase è “convertitevi, perché è qui il Regno dei Cieli”. Ma cos’è per noi la conversione? Pensiamo che significa smettere di fare i soliti peccati, per i quali continuiamo a confessarci?…Ma non è così: attraverso Giovanni, Dio sta gridando di evolverci, perché evolvendo possiamo passare dalla paura alla certezza della promessa; possiamo passare dall’egoismo alla condivisione, dalla sordità all’ascolto, dalla cecità alla visione. Ci si converte per tutta la vita ma giorno dopo giorno, giorno per giorno. La conversione non è facile, non tanto perché qualcuno ci mette chissà quale peso addosso, ma perché bisogna sentirla, capirla; non è soltanto un elenco di mancanze da portare nel confessionale per essere pronti, dopo un’ora, a commetterle di nuovo; la conversione è soprattutto “religiosa”. Perché? Perché dobbiamo cambiare l’immagine che abbiamo di Dio, dobbiamo passare dall’immagine di un Dio che chiede, che pretende, che domanda, a cui si fanno sacrifici, a un Dio che invece ci interpella per costruire il Regno, che ci chiede di avvicinarci e di portare la Sua Parola, all’altro che ci è accanto. E’ un Dio che vuole darci la Sua immagine e che non pretende nulla da noi. Naturalmente questo Dio che sta costruendo il Regno e che vuole costruirlo con noi, vuole costruirlo adesso, non ieri, non domani, ma oggi, giorno per giorno, con Lui. La conversione quindi, è veramente capire chi è Dio.
Nel versetto 3 c’è la citazione del Profeta Isaia (40,3), con una piccola differenza; qui viene scritto, così come in Luca, “voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore, fate diritti i suoi sentieri”. La traduzione di Isaia ci dà: “voce di uno che grida, nel deserto, preparate i miei sentieri…” La differenza é che non ci chiama uno che vive nel deserto, ma è il deserto della nostra vita che siamo chiamati a cambiare. Il deserto è il grande microfono di Giovanni, quello che oggi si definisce un influencer; è la voce, dice qualcosa all’umanità che è in attesa, ma non è ancora la Parola; la Parola verrà dopo di lui.
La domanda è: noi siamo voce o rumore nella nostra vita, nel nostro andare?
Nel versetto 4 viene indicata l’identità di Giovanni: è vestito con pelli di cammello, e cos’è il cammello se non proprio quell’animale che fa uscire dal deserto? ed ha una cinta sui fianchi che indica il controllo di sé, il cammino; pensiamo a come nell’Apocalisse, Gesù è cinto da una cintura d’oro che indica la sua maestà. Mangia locuste e miele: nel deserto è abbastanza normale mangiare le locuste. La locusta si chiama ophiomaca ed il termine biblico si riferisce ad un tipo di cavalletta che combatte i serpenti; quindi si tratta del simbolo della Parola che uccide il serpente antico; insieme alle locuste mangia il miele che rappresenta la dolcezza della Parola di Dio. Detto tutto questo possiamo asserire che Giovanni è un Profeta, l’ultimo Profeta. Ma nella Bibbia “ultimo” vuol dire “nuovo”; è quindi un nuovo Profeta e come tale dice cose nuove; dice di raddrizzare i sentieri tortuosi che l’uomo segue da sempre, che portano lontano dalla Promessa ma soprattutto lontano dall’ascolto della Parola. L’uomo infatti è capace di togliere la Parola a Dio stesso e di seguire una parola – idolo. Per esempio, i Farisei, i Sadducei, i dottori della Legge seguono una parola che non è quella di Dio. E per noi quali sono le parole – idolo? I nostri attaccamenti, quelli che non ci permettono di avere una buona conversione, di seguire Dio?
Nell’ultimo versetto Giovanni inizia un nuovo Esodo perché tutte le genti lo seguono nel deserto, fuori dai luoghi del mondo e anche dai luoghi sacri. Giovanni vuole che sia seguita la Parola di Dio e chi c’è dietro l’Antico Testamento. Giovanni ci porta fuori affinché ritroviamo il vero Dio e battezza con acqua per ricordarci che siamo creature mortali. L’unico fiume del deserto della Giudea è il Giordano e Giovanni battezza nel Giordano per indicarci che quest’acqua porta vita nel deserto, a significare che noi, anche se mortali possiamo ricevere la vita di Dio. Possiamo quindi dire che il Vangelo è qualcosa che ci aiuta ad uscire dalle nostre idee, dai nostri luoghi santi, dalle nostre certezze perché Dio non è lì. E poi Dio non vuole scuse, giustificazioni o penitenze. Pensiamo al figliol prodigo: Dio non vuole che faccia le cose che dice, fare il servo, lo schiavo, mangiare gli avanzi… Dio lo riveste di una veste nuova.
Dio, insomma, non vuole che ci sentiamo servi, dobbiamo cambiare liberamente e sentirci Figli di Dio, figli di un Padre misericordioso. Nella Lettera ai Corinzi, San Paolo dice che siamo senza peccato perché Cristo è risorto e se non fosse così saremmo ancora nei nostri peccati; tutto, quindi, dipende da questo; non è la Confessione, è il Cristo risorto che ci fa uscire dai peccati, che ci fa cambiare vita e ci fa scegliere la conversione.
Nei versetti 7-10 Giovanni usa degli epiteti che hanno un fondo da conoscere: “tutti devono convertirsi”. Questi versetti sono quindi per coloro che si sentono già garantiti solo perché sono Cristiani; e sono quindi anche per tutti coloro che si dicono Cristiani e che escludono i non Cristiani, ponendo così delle barriere. Giovanni li chiama “Figli di Abramo, progenie di vipere”. Non è un epiteto, vuol dire “figli dell’inganno”, “figli del serpente”. Forse dovremmo apostrofare così quelli che pensano sia sufficiente andare a Messa la domenica, perché si sono ingannati. Giovanni, ancora, dice che Dio può suscitare figli dalle pietre; tutti possono essere figli di Abramo; Dio può far diventare Suo figlio anche un cuore di pietra; a nessuno è preclusa questa possibilità.
“L’ira di Dio è imminente”. Questo è il tempo in cui Dio si adira contro il male per salvare i peccatori. “La scure è pronta” per tagliare anche il più piccolo germoglio di male in modo che i Figli di Dio possano trovarLo, possano avere la vita.
Nei versetti 11-12 c’è l’annuncio di una nuova era. Ci sono degli elementi del giudizio: acqua, fuoco e spirito. Solo l’acqua fa parte dell’uomo, il resto fa parte di Dio. All’orizzonte sta sorgendo un altro personaggio: è talmente superiore che Giovanni non può neanche portargli i sandali. Nella cultura ebraica, neanche gli schiavi ebrei portavano o ancor di più, allacciavano, i sandali; soltanto gli schiavi stranieri si umiliavano a fare questa cosa. Abbiamo quindi l’acqua che lava, il ventilabro, (una pala con cui il grano veniva buttato in aria e setacciato e che serviva quindi a togliere le scorie morte), il fuoco che è l’amore di Dio, che brucia per arrivare allo Spirito Santo e che ci immerge come un fiume nella vita santa di Dio: è questo il giudizio per ogni uomo. Ciò che rimane di ognuno di noi, lavato, pulito e bruciato, è il giudizio di ogni uomo, ciò che va verso Dio. “Convertitevi perché il regno di Dio è vicino”. Queste parole di Giovanni sono le stesse che pronuncerà Gesù quando inizierà la predicazione. (Capitolo 4 versetto 17). Seguono le invettive contro gli scribi e i farisei. I profeti sono chiamati soprattutto a impedire quella religione che si riduce a legge, e nella quale non c’è più cuore, né uomo né Dio, non c’è niente. Giovanni stesso si converte, perché quando scopre Gesù si butta ai suoi piedi. E’ Giovanni quella via dritta che Gesù percorrerà nella sua vita; è lui che ha aperto la via dritta di Gesù. E noi come possiamo diventare una via per Gesù nell’oggi della vita?
Le riflessioni conclusive di Don Gianni ci invitano a capire che il nostro cammino è fondato su Shema’ Israel, Ascolta Israele, un cammino che “procede”: oggi ho compreso questo, non è tutto; domani farò un altro passo.
Due pensieri particolari: il primo è sul deserto. Secondo la tradizione è quasi sicuro che Giovanni appartenesse alla comunità degli Esseni e fece poi la sua strada; Gesù ebbe la sua formazione alla scuola degli Esseni, alla scuola del deserto. Da qui il pensiero che il tempo della nostra crescita è come il deserto che fiorisce. Madeleine Delbrel ci ha insegnato che il deserto è qua o là, non c’è bisogno di andare ad Algeri e vediamo questa cosa nei nostri tempi. Ci chiediamo cos’è il deserto metropolitano? E’ precisamente la condizione nella quale siamo slegati, viviamo a tentoni cercando un orizzonte. Abbiamo una certa responsabilità perché abbiamo voluto un’umanità senza legami, laddove abbiamo rivendicato un’indipendenza da Dio che è il primo dei soggetti in alleanza e da lì è nato il distacco della fede dall’etica, una spiritualità che non è religione quando invece “non c’è appartenenza se non c’è alleanza”, come diceva Don Luigi Giussani. E poi una cosa che appartiene alle storie ferite di tanti di noi: se io non metto insieme le volontà, posso sorridere ma in realtà ognuno si disperde…Ed è ciò che accade; noi rivendichiamo la nostra volontà e questo è il nostro deserto, è la sabbia mobile in cui l’uomo affonda se non trova la sua salvezza.
L’altra cosa che impressiona è la conversione religiosa. Don Gianni si interroga sulla sua conversione e dice di essere arrivato al punto che il suo padre spirituale gli aveva anticipato: ciascuno di noi è mistero, convertirsi a Dio significa accettare che Dio è tutt’altro rispetto a ciò che pensiamo. In questo tempo una cosa importante è essere curiosi, anche di Dio.
Lectio Divina
Tempo iniziatico
V. Domenica 15-12
Matteo 1, 18-24 – Il sogno di un Dio (La fuga in esilio)
In questa lectio facciamo un ultimo passaggio sulla meditazione cristiana, ossia sulla meditazione evangelica. E’ una cosa che già conosciamo perché la nostra è una meditazione: siamo il cammino che ascolta e cerca di pensare; dovrebbe poi cercare anche di agire…
La meditazione, dunque, è quella cosa semplice per la quale qualcuno parla a qualcun altro e quest’ultimo si muove sulla base di ciò che ha ascoltato. Il che ci dice che non c’è un pensare individuale, c’è una relazione, e dentro di essa c’è una comprensione; noi ci diamo conto dell’oggettività dell’altro nella misura in cui comunichiamo con questo altro. Viceversa diventa faticoso. E attraverso i simboli si esprimono messaggi. Ecco: come parla Dio al cuore dell’uomo perché l’uomo possa comprendere? Come sempre accade c’è comunicazione nella misura in cui c’è condivisione di linguaggio; Dio comunica con l’uomo parlando la lingua degli uomini, e quale lingua parla l’uomo? E’ sempre la stessa: i suoi pensieri e i suoi sentimenti; le parole e le emozioni sono la nostra lingua. Il discernimento, che poi questo significa la meditazione, capacità di discrezione, di avere comprensione di, di differenziazione di ciò che ci è messo dinanzi, tutto questo passa attraversa i pensieri e i sentimenti. E come si fa a capire ciò che i pensieri e i sentimenti esprimono? O meglio come posso distinguere ciò che è di Dio, dentro di me, da ciò che è dell’uomo? Da ciò che è mio? Come posso distinguere, per esempio, se un pensiero è buono o no? Abbiamo già lavorato su questo più volte. Sant’Ignazio ce lo suggerisce: la differenza tra il pensiero di Dio ed il pensiero dell’Avversario è il fatto che il pensiero di Dio rimane. E perché? Perché Dio non ha paura di fare l’agricoltore paziente e se anche gli si dice di no, dopo un po’ torna alla carica.
L’Avversario invece, essendo orgoglioso, non torna alla carica dopo aver ricevuto un no. Ma poiché noi, più che per la verità, viviamo per l’inganno, per i miraggi, che non ci fanno crescere né vivere, pensiamo sempre che sia seduttivo ciò che è miraggio e non la realtà. Allora i Padri, per esempio Evagrio Pontico, suggeriscono una modalità di selezione dei pensieri che è la ripetizione, quella sorta di scrematura che io faccio dentro di me portandomi al cuore più volte lo stesso pensiero, perché se il pensiero persiste e trova una sua forza e una sua conferma, allora è buono; se il pensiero magari all’inizio scalda il cuore ma piano piano diventa meno impegnativo, più noioso, allora non lo seguo. Questa cosa ci dice che il differenziale dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti è il tempo. Attendere serve a dare la libertà a quel pensiero di attraversare tutto il processo che dentro di me deve fare opera di convincimento.
Leggiamo Matteo Capitolo1 dai versetti 18 a 25:
“18 La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. 21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».
22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi».
24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù”.
I primi due versetti, 18 e 19, ci parlano della nascita ma in realtà non raccontano dove e quando ciò è accaduto, perché l’intenzione vera è quella di dire di Giuseppe, legando la vita di Gesù a quella del padre. E’ questa la ragione fondamentale, perché per venire alla luce, c’è bisogno di una madre, ma anche di un padre. Nelle immagini Giuseppe è raffigurato canuto in ragione della verginità di Maria ma in realtà il racconto ci dice come Giuseppe stia all’inizio della storia dell’altro e faccia tutto quello che va fatto per essere padre; il senso è che venire alla luce significa entrare in una storia e questo è il compito che ha il padre: introdurre qualcuno in un contesto, in un mestiere. Il padre è deputato a questo mentre la madre nutre e fa vivere nel nucleo familiare. Questo oggi ci interessa, perché, paradossalmente, il decreto sul diaconato femminile chiude il ragionamento in ragione del fatto che c’è una mascolinità, proprio nella stagione della forte crisi della mascolinità di fronte all’emergere della figura femminile.
Giuseppe, l’uomo giusto, è chiamato in due o tre modi: innanzitutto Giuseppe, Josef, radice JHWH, che significa “Dio aggiunge”: è ciò che fa il padre, ci mette del suo, e questo ci parla di quella cosa fondamentale che muove l’uomo, il desiderio; come diceva Sant’Agostino “il nostro cuore è inquieto finché non trova l’infinito”. Giuseppe, e Maria, prima che andassero a vivere insieme, si trovano in attesa del Figlio, per opera dello Spirito Santo, come sottolinea la narrazione. E’ una genesi particolare: Giuseppe è suo sposo, ma è anche l’uomo giusto, non soltanto perché ha a che fare con lo Spirito Santo ma perché, sulla questione del matrimonio, alla fine, tutto considerato, decide il gesto di non ripudiare la donna. Come sappiamo, prima del matrimonio, c’era un anno di fidanzamento, e non c’è dubbio che esporre Maria avrebbe significato affermare sé stesso; Giuseppe però rinuncia alla propria iniziativa per salvare lei e dunque, fa una scelta che non corrisponde a quello che avrebbe dovuto fare. Cosa significa che Maria rimase incinta per opera dello Spirito? Che c’è una generatività diversa da quella della carne, ossia che può esserci un dare alla luce vero, ma di altra natura, spirituale. E poi ancora, come si fa quando si sta dinanzi a qualcosa che non è come te lo aspetti? E devi decidere come muoverti, nella tua coscienza, tenendo conto dei tanti fattori in causa? Giuseppe ci interessa soprattutto per questo. E cosa significa questo far vivere senza un rapporto carnale? Dare nutrimento, essere generativi, in diverso modo? E come tutto sia “fondamentale”, perché parte dalla nascita e da questa cosa così ombelicale, cicatriziale: il fatto che la dinamica della vita non è per forza quella del clone, di chi deve vivere fusioni che in realtà non sempre funzionano. La dinamica della vita è la separazione: nella misura in cui sto dinanzi all’altro riconoscendone la differenza, non ci sarà quello che penso: che 1+1 sia uguale a 2, ma forse qualcosa di più…
Al versetto 20 e 21 subentra l’angelo del Signore: gli apparve in sogno, mentre stava considerando queste cose. Il sogno, nella storia della salvezza, ricorre più volte: c’è Daniele, Giuseppe schiavo in Egitto, ecco, il sognatore non sogna soltanto una volta, ma anche quando l’angelo gli dice di alzarsi e fuggire in Egitto, perché Erode cerca il bambino per ucciderlo. E lui, nella notte prende le sue cose e va. Anche lì la scelta è di un uomo deciso, non di uno che non è capace di affermare se stesso. E poi Paolo, “io ho un popolo numeroso in questa città” e, prima ancora, Giosuè, “io sarò con te”. Il sogno è manifestazione di un mistero, perché a volte l’uomo non comprende. Pietro, per darsi conto che non c’è più la legge del nutrimento secondo Mosè, deve sognare la tovaglia che fluttua..
Ci fermiamo sul fatto che secondo il racconto questo accade mentre stava considerando queste cose. Ossia, tu hai una preoccupazione dentro e lì ti raggiunge Dio. E la domanda allora è: “da cosa sono occupato?” Ripetizione: “dove torna e ritorna il pensiero?” L’angelo dice a Giuseppe quello che la Scrittura ripete più volte: “Non temere” ossia, all’inverso: “Sii capace di fiducia perché la paura è un freno, non una garanzia, e rischi di perdere il meglio, se non hai coraggio”: nella fattispecie “non temere di prendere con te, Maria tua sposa”, questo prendere con sé significa che decidi di vivere con qualcuno, ossia che lo fai entrare dentro una compagnia. Essere due o tre non significa possesso ma sicuramente significa appartenenza. Se non c’è questo, ognuno è un cane sciolto. Sottolineiamo che prendere con sé chi viene dallo Spirito, il bambino generato al quale Maria darà luce, è l’indicazione di quel progetto che persiste, la cui ripetizione è conferma che sei sulla giusta strada, perché non sei tu che decidi, ma è Un Altro che decide. Un figlio è qualcuno che noi facciamo essere e al quale diamo di noi e mentre la Madre, è Colei che fa venire alla luce, Giuseppe, il padre, è colui che dà il nome; ricordiamo che nel linguaggio biblico il nome è identità, potenza, il nome di Gesù è il nome che sa.
Altri due versetti, 22 e 23: l’evangelista ci tiene a far capire che questo corrisponde a un pensiero che c’era, non è che accade una circostanza e basta. Tutto questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta. Ecco, la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a Lui sarà dato il nome di Emanuele che significa Dio con noi. Avvenne il principio di realtà, perché la psicologia ci insegna che quello che vale è una storia che è in corso, che già si sta facendo, che c’è un compimento e noi siamo chiamati a credere che quello che Dio inizia, fa parte di un processo che non resta lì, per strada.
Giussani usava la parola “nesso”. Quando guardiamo il Presepe non guardiamo il singolo personaggio ma tutta la scena, il tutto, il quadro complessivo; senza questo orizzonte di pienezza non ti dai conto neanche di ciò che è specifico. Il messaggio fondamentale è questa cosa che il profeta esprime in modo inaudito: “la Vergine concepirà”. Sta dicendo che è generativa, colei che paradossalmente è vergine; è bello questo concepire che parte dal limite, perché è tutto teso a dirci che Dio ha una sua potenza, una sua energia. E allora, in questa cultura del sesso sfrenato in cui viviamo, il messaggio della verginità feconda, di un amore che non è possessivo ma donativo, perché amare non significa prendere ma offrire, ebbene, questa cosa molto eucaristica ci interessa. A maggior ragione per il fatto che al Figlio viene dato questo nome bellissimo “Dio con noi”, che esprime ciò che nasce dall’amore fatto dono: nasce la compagnia di Gesù, Uno che è Presenza.
Oggi forse è in crisi proprio il passaggio generazionale che permette di trasmettere davvero la vita e la fede. Anche la vita perché trasmettere la vita non è soltanto il fatto di dare una carne; noi non siamo capaci di dare “oltre” questa carne.
Don Gianni ci dice che se dovesse dire cos’è, di se stesso, si sentirebbe di dire, abbastanza, che è “figlio”, ossia che ha ricevuto. Più diventa vecchio, paradossalmente, più se ne accorge. Quando era bambino non ne era consapevole. Si domanda cosa vuol dire dare alla luce un figlio, esprimere un dinamismo, che fa essere qualcun altro.
Un ultimo pensiero é relativo all’obbedienza di Maria e di Giuseppe. Dovremmo fermarci soltanto su questo: di fronte all’inedito sono capaci di leggere il limite come un disegno, di andare oltre le circostanze e comprendere, assumere il progetto. Se non avessero detto si, Dio ne avrebbe trovati altri, e di fronte a gente che non se ne accorge, ma soffre perché non ha superato se stessa, qualche volta comprendiamo che il male non è l’Avversario; il male siamo noi stessi quando non siamo capaci di andare “oltre”; il male ce l’abbiamo dentro.
Versetti 24 – 25: “quando si destò dal sonno” arriva la risposta di Giuseppe; non è uno che recita passivamente solo ciò che ha detto il copione; “Giuseppe fece, - perché lo fa lui – come gli aveva ordinato l’angelo del Signore, e prese con sé la sua sposa. Senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù”. (Yehoshua Dio salva). E’ molto bello che la narrazione chiuda con questo riferimento al fatto che Giuseppe dorme come tutti gli altri ma che c’è una resurrezione che consiste nell’aprire gli occhi, e, quando è possibile, sognare ad occhi aperti. I veggenti per definizione, sono capaci di vedere l’invisibile e il racconto dice che allora Giuseppe ci prova, sta con la sua sposa e anche se “non la conosce” biblicamente parlando, lei dà alla luce il figlio: il mistero passa nella carne dell’uomo, non c’è una fede che abbia a che fare soltanto con le nuvolette, a prescindere da… E’ dentro questo storia che Dio si coinvolge. Possiamo dire di essere santi ma non da soli, Maria e Giuseppe, e qua ci fermiamo.
Alcuni pensieri. A partire da quando Gesù, Maria e Giuseppe sono stati profughi in Egitto, i primi di una lunga serie ed è nella notte, perché l’angelo, anche quando muore Erode e li chiama al ritorno, arriva sempre nella condizione del sogno: la fede non c’è nella chiarezza, c’è nell’ombra. Don Gianni sottolinea come Giuseppe non parla mai, non dice una parola, bisognerebbe imparare questa piccola regola essenziale. E perché non parla mai? Forse perché la sua storia è segnata da un altro. E’ la Parola che parla nel suo silenzio. Qualche volta, quando ci sono i silenzi, dovremmo imparare ad ascoltarli molto di più. Sottolineo la scelta personale “prendi con te Maria, tua sposa”, che ha conseguenze universali, quello che fa Giuseppe, cambia la storia di tutti noi.
Viene in mente il tempo dei trent’anni a Nazareth, nei quali Gesù è cresciuto e nei quali gli saranno piaciuti i mestieri del Padre, la scuola della Parola che frequentava, le ragazze che giravano nel paese. La tradizione richiama la morte di Giuseppe; i Padri nulla ne raccontano se non che è avvenuta in serenità.
La domanda finale è riassunta a partire dalla storia di Don Gianni, non perché voglia essere modello, anche se un sacerdote si identifica abbastanza nella figura che meditiamo. Ha detto di se stesso, tante volte, che ha vissuto fuori dalle righe; ecco, questo essere fuori dalle righe lo ha aiutato ad avere a che fare con quello che non pensava… non aveva idea che avrebbe fatto il prete e neanche conosceva i luoghi dove poi sarebbe stato. Ecco, come ti poni di fronte all’inedito? Questa è la storia di Giuseppe. Non sempre le cose accadono ma a volte accadono ed il fatto che accadano vuol dire che dietro c’è un disegno; essere capaci di discernere questo disegno è importante, ma, ancor più importante, è credere che questo disegno sia un disegno per stare bene, è il non pensare che sia solo per caso o per sbaglio