Lectio Divina 2018/2019 - Parrocchia Sacro Cuore

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Lectio Divina 2018/2019


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LECTIO DIVINA 2018-2019
 
 
I ISAIA 1-39

 
 
INTRODUZIONE AL LIBRO DEL PROFETA ISAIA
 (Il tutto liberamente tratto da A. Mello, Isaia. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (MI) 2012.)
 
1 ISAIA
 
 
Chi è Isaia? Leggiamo nel titolo del libro: “Visione che Isaia, figlio di Amoz, ebbe su Giuda e su Gerusalemme al tempo dei re di Giuda Ozia, Iotam, Acaz ed Ezechia” (Is 1,1).
 
I re menzionati regnano in Giuda dal 740 a.C. Al 698 a.C., dunque l'attività profetica di Isaia si estende per una quarantina d'anni.
 
Il contesto internazionale è quello dell'espansione assira, che prende avvio nel 745 a.C. con l'ascesa al trono di Tiglatpileser III (vedi cartina).
 
Nella maggior parte dei casi non si riesce più, ormai , a ricostruire il contesto nel quale i singoli oracoli profetici vennero pronunciati da Isaia, ma in alcuni capitoli tale contesto è rimasto e ci permette di sapere qualcosa dell'Isaia dell'VIII sec. a.C.
 
La sua vocazione avviene nel tempio di Gerusalemme (Is 6). Qualcuno sostiene perciò che fosse un sacerdote; è senz'altro dell'alta società, anche intellettualmente: utilizza uno stile poetico talmente ricco e immaginifico da essere considerato l'espressione linguistica più alta di tutta la Bibbia ebraica. Poteva essere un politico, uno scriba di corte, dato che era così a suo agio con i regnanti.
 
Il suo primo intervento pubblico (Is 7-8) è in occasione della guerra siro-efraimita (734-733 a.C.), e si rivolge al re Acaz.
 
 
2 IL LIBRO DI ISAIA
 
 
Collegati a questa prima profezia sono i cc. 9-11 sull'Emmanuele (9,1: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce...; 11,1: “Un virgulto spunterà dal tronco di Jesse... su di lui si poserà lo Spirito del Signore, ...”).
 
Altri capitoli nei quali è riconoscibile il contesto in cui gli oracoli profetici vennero pronunciati sono i cc. 28-30, che si riferiscono alla “crisi assira”, quando Sennacherib invade il regno di Giuda (in seguito a un tentativo di rivolta) e assedia Gerusalemme (701 a.C.). Secondo alcuni il c. 28 potrebbe riferirsi anche alla caduta di Samaria (722 a.C.).
 
Il resto dei capitoli della prima parte di Is (cc. 1-39) presenta oracoli riguardanti Giuda, Gerusalemme o le nazioni, che sono sprovvisti del loro contesto originario, per cui è difficile stabilire a quali fatti, epoche e situazioni concrete si riferissero.
 
Leggendo il testo ci si accorge che al cap. 40 il tono cambia: inizia il cosiddetto “Libro della consolazione”: “Consolate, consolate il mio popolo...” (Is 40,1); cambia lo stile letterario ed è introdotto un nuovo protagonista, un conquistatore “che incontra la vittoria ad ogni passo” (Is 41,2); vengono descritte le sue imprese, ma lui è nominato solo in 44,28 e poi in 45,1: si tratta di Ciro, re di Persia, che dopo aver conquistato la Media e la Lidia, nel 539 a.C. conquista Babilonia. Cos'è successo? Eravamo rimasti all'impero assiro nell'VIII sec. a.C. e, saltando a piè pari l'epoca dell'impero babilonese, ci ritroviamo al VI sec. a.C. in epoca persiana. Siamo evidentemente davanti ad un altro autore, che non può certo essere lo stesso Isaia dell'VIII sec., un autore anonimo che gli studiosi hanno chiamato Deutero-Isaia, la cui opera si estende nei cc. 40-55 dell'attuale libro d'Isaia. Notando poi un ulteriore cambiamento nei cc. 56-66, gli studiosi hanno parlato di un Trito-Isaia.
 
Tutti questi testi sono stati poi assemblati, attualizzati e risistemati, nelle diverse epoche, dalla comunità credente e tradente che, ad un certo punto, lo ha fissato nella sua forma definitiva, che è quella attuale, fissazione che può essere collocata in epoca persiana (V sec. a.C.).
 

 
Possiamo ripartire così il libro d'Isaia come si presenta oggi:
 
 
Primo Isaia (le cose antiche)
 
 
A. Is 1: il titolo generale
 
che presenta il libro di storia come un unica “visione” e introduzione alla prima parte, intesa come processo contro Israele;
 
 
B. Is 2-12: prima raccolta di oracoli su Giuda e Gerusalemme
 
con al centro il racconto della vocazione del profeta (Is 6) e le profezie messianiche (Is 7-11);
 
 
C. Is 13-23: oracoli (o “minacce”) contro le nazioni
 
di cui soltanto alcuni attribuibili all'Isaia dell'VIII sec. a.C.;
 
 
D. Is 24-27: solitamente denominata come “apocalisse”,
 
è una potente metafora della fine del mondo, attraverso il giudizio di Babilonia (o di Gerusalemme?);
 
 
E. Is 28-33: oracoli su Samaria e Gerusalemme,
 
tenuti insieme dalla ripetizione di sei “guai”, ma in cui traspare già una prospettiva salvifica.
 

Secondo Isaia (le cose nuove)
 
 
A. Is 34-35: processo contro Edom,
 
che rovescia il processo iniziale contro Israele e introduzione tematica della seconda parte (la via del ritorno attraverso il deserto);
 
 
B. Is 36-39 Racconti storici
 
relativi al profeta Isaia dell'VIII secolo a.C. per mostrare che anche la sua profezia aveva un carattere salvifico;
 
 
C. Is 40-48: Il Deutero-Isaia (A)
 
celebra la liberazione portata da Ciro che rende possibile il ritorno degli esiliati a Gerusalemme (sezione molto esultante);
 
 
D. Is 49-55: Il Deutero-Isaia (B)
 
qui si produce un notevole spostamento di accento: da Ciro al Profeta stesso, e poi alla misteriosa figura del servo sofferente;
 
 
E. Is 56-66: Il cosiddetto Trito-Isaia
 
che è una riflessione, dipendente dal Deutero-Isaia, circa la ricostruzione di Gerusalemme e l'accoglienza in essa degli stranieri.
 
 

 
3 LINEE TEOLOGICHE DEL LIBRO DI ISAIA (leggi Is 1, 2-9)
 
 
A. La salvezza
 
Già il nome Isaia significa “YHWH salva”, inoltre, dopo i Salmi, Is è il libro biblico in cui la radice ‘  (salvare) compare il maggior numero di volte: 56. Però soltanto 3 volte su 56 questo termine compare nei testi attribuibili all'Isaia dell'VIII sec., per la maggior parte dei casi le ricorrenze sono nella seconda parte del libro, anche se non mancano ricorrenze del termine anche nella prima parte di Is, dovute alla mano dei redattori finali. Ciò significa che non è corretto affermare, come faceva l'esegesi tradizionale premoderna, che il primo Is è il profeta del castigo e il secondo quello della consolazione, ma, come dice il Talmud: “Il libro di Isaia è tutto intero di consolazione”. Esiste una continuità storico-salvifica tra il castigo e la consolazione: la consolazione suppone il castigo e nel castigo c'è già, embrionalmente, una consolazione. I profeti non hanno semplicemente previsto la sventura, ma hanno saputo vedere una sventura non chiusa su se stessa, ma aperta a uno sbocco positivo, a una speranza. Il castigo è gravido di salvezza (“il castigo della nostra pace”, Is 53,5).
 
 
B. Il resto
 
Uno dei figli di Is si chiama “Un-resto-tornerà” (o “-si-convertirà”, Is 7,3)
 
Se è poco presente la terminologia della salvezza nel Proto-Isaia, si nota però che è invece molto presente l'idea di “resto”, che nel Deutero-Isaia si trova solo un paio di volte. Nel Proto-Isaia è solo un resto che si salva, e ciò comporta castigo e decimazione, morte e resurrezione. Il “resto”  è ciò che viene “reciso”, cioè “separato” e ciò ha a che fare con il concetto di “santità”: “santo” (qādôš)  indica appunto ciò che viene “tagliato”, “reciso” come il resto, “separato”, “trascendente”.
 
 
C. La santità
 
Nella vocazione di Is troviamo l'invocazione liturgica del Trisagion, Is 6,3. Ma più spesso in Is troviamo Dio chiamato come il “Santo d'Israele”, quasi un ossimoro che unisce la trascendenza di Dio con il suo coinvolgimento con il popolo d'Israele. In Is quest'espressione si trova una ventina di volte, equamente distribuite tra prima e seconda parte, ma fuori di Is, nella bibbia ebraica, si trova solo 2 volte, segno che la santità di Dio è un tratto specifico della visione teologica di Isaia. Questa santità di Dio, che è in rapporto con la santità del “resto” e con la sua salvezza, è costitutiva della vocazione di Isaia e della sua identità di profeta: anch'egli un “messo a parte”
 
 
D. Il messia
 
Isaia è il profeta più citato nel NT soprattutto per dimostrare che Gesù è il messia, avendo egli adempiuto le profezie che riguardavano il futuro messia. “Messia” però compare in Is una volta soltanto, Is 45,1, e si riferisce a Ciro! Anziché “messia” troviamo, soprattutto nel Proto-Isaia, termini più altisonanti (9,5), spesso si fa riferimento a David (la casa di David, il trono di David, la città di David, la tenda di David, il germoglio di Jesse padre di David...): per Is il messia è il re seduto sul trono di Davide a Gerusalemme. Ma nella seconda parte di Is tutto ciò scompare: al posto del trionfalismo della prima parte troviamo la misteriosa figura del Servo di YHWH, servo sofferente, e ciò che di altisonante la prima parte del libro riservava al messia, lo troviamo in termini simili riferito a Sion: è Gerusalemme che diventa destinataria delle promesse davidiche.
 
 
E. Sion-Gerusalemme
 
Sion è il nome più antico, Gerusalemme prevale dopo l'esilio. In Is, in entrambe le parti del libro, “Sion” compare in assoluto più che altrove in tutta la Bibbia ebraica. Spesso troviamo in Is entrambi i nomi in parallelo. L'idea più ricorrente nel Proto-Isaia è quella dell'inespugnabilità di Sion (Is 31,5; 36-37), perché YHWH la protegge. Tuttavia l'inespugnabilità è subordinata alla fede: 7,9; 28,16; e credere per Isaia significa 2 cose: a) non temere, non aver paura, non lasciarsi condizionare dall'ansia (7,4); b) saper guardare all'opera di Dio, a ciò che fa lui nella storia (Is 22,11). Nel Deutero-Isaia la glorificazione di Gerusalemme esplode in tutta la sua solennità: Is 49; 54; 60; 62. Così, nello sviluppo dal primo all'ultimo capitolo, si passa dalla condanna profetica del culto in Sion (Is 1) al raduno finale di ogni carne a Gerusalemme, proprio in vista del culto (Is 66), raduno finale anticipato al c. 2 dal pellegrinaggio delle genti a Gerusalemme. In Is si passa dalla figura gloriosa del messia davidico all'eclissi della figura del messia (servo sofferente) fino al ruolo storico-salvifico di Sion: il profeta nel post-esilio vede che pur non essendoci più la monarchia, le promesse messianiche non sono andate a vuoto, perché Gerusalemme è ricostruita (52,9).
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28 ottobre 2018
 
ISAIA 6,1-13
 
La verità, per arrivare al cuore, ha bisogno dell’annuncio
 
 
Periodo storico
 
Isaia iniziò l’attività profetica prima della morte del re Ozia (Uzzia –Azaria) che aveva regnato su Israele per 52 anni; in quel tempo nel popolo già si avvertiva la paura dell’invasione Assira da parte di Tiglat-Pileser III.
 
La visione di Isaia avvenne alla morte di Ozia, tra il 740 ed il 736 a.C., che era considerato un re impuro perché, avendo commesso la terribile trasgressione di entrare nel tempio da laico, era morto di lebbra.
Come il re era impuro così lo era anche il popolo che aveva sorpassato i limiti della grazia e stava andando incontro alla morte.
Jhwh aveva preso al suo servizio il profeta prima dell’inizio degli sviluppi che sfociarono nella guerra siro-efraimita.
 
 
La storia di un profeta comincia dalla sua chiamata, ma per ogni uomo è così; la nostra storia inizia col Battesimo ma ancor più dal giorno in cui abbiamo deciso in modo radicale di seguire il Vangelo. È un giorno che si deve ricordare soprattutto quando ci sentiamo lontani dal Signore; ritornare a quel giorno è sempre un ritrovare forza per ripartire.
Come Papa Francesco più volte ha ricordato il giorno della sua decisione di farsi Gesuita, così per Isaia tutto è accaduto quel giorno.
 
 
Dividiamo il racconto in tre parti.
 
Prima parte: Vers.1-5 Teofania /visione
 
1)   Nell’anno in cui moriva il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.
 
2)  Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due i piedi e con due volava.
 
3)  Proclamavano l’un l’altro: “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria”.
 
4)  Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo:
 
5)  E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”.
 
Isaia era un uomo molto vicino al tempio ed alla classe sacerdotale e proprio nel tempio, mentre era in preghiera, fa un’esperienza di Dio in tutta la sua grandezza e maestà; dal tempio con gli stipiti delle porte, l’altare ed il fumo Isaia si trova a contemplare “il Signore degli eserciti” (vers. 3 e 5). Le schiere o gli eserciti erano un modo per indicare le costellazioni, quindi re dell’universo ma anche re della terra, schiere degli eserciti.
 
L’immagine di Dio come di un re assiso sul trono seguirà Isaia per tutta la vita, per lui, infatti, Dio sarà sempre l’unico vero re. Il terribile sovrano dell’Assiria Tiglat-Pileser o il debole re Acaz di Giuda non sono veri re perché solo Dio ha in mano le sorti del mondo, solo lui può fare giustizia a tutti e prendersi cura dei deboli. Questo continuerà a gridarlo a tutti: “lasciate perdere gli altri re, non cercate alleanze altrove, perché è Dio l’unico nostro re”.
 
Noi celebriamo la solennità di Cristo re ma bisognerebbe ricordarsi delle circostanze in cui, papa Pio XI – 1925, l’ha annunciata. Erano gli anni a cavallo tra le due guerre, stavano prendendo piede il nazi-fascismo in occidente ed il comunismo più ad oriente, con questo gesto il Papa voleva dire a tutti i credenti di non aver timore di queste dittature perché il vero re della storia è Cristo.
 
Isaia resta abbagliato dalla maestà di Dio, ma non ce lo descrive e questa è la migliore testimonianza della veridicità del suo vissuto perché, lo dice tutta la Bibbia, Dio non si può vedere. Ci sono, però, tutta una serie di teofanie, le stesse che ritroviamo sul Sinai con Mosè: il fumo, la nube, il terremoto…
La nube o il fumo indicano qualcosa che, se da una parte vela una certa realtà, dall’altra ci sottolinea qualcosa di molto importante; Gli stipiti che tremano sono invece simbolo di un Dio che irrompe sulla terra. Oltre a ciò ci sono i serafini ( unico accenno in tutta la Bibbia) che costituiscono la corte celeste. Il loro nome significa “brucianti”, esseri incandescenti che bruciano al fuoco stesso di Dio, Sal.104,4  “(Dio) fa delle fiamme guizzanti i suoi ministri”. Come il re si attorniava di cortigiani, così Dio è attorniato dai serafini.
 
Di questo Dio Isaia percepisce due aspetti: la santità e la gloria.
Dio è invocato dai serafini come il tre volte santo; il superlativo, nella lingua ebraica, si fa ripetendo per due volte l’aggettivo, qui è ripetuto tre volte, come in Apocalisse 4,8, per indicare che non ci può essere nessuno più santo di Lui.
Cosa vuol dire santo? Significa “separato” dalla realtà comune, intangibile, invisibile, trascendente. Quando ci sembra di averlo capito, afferrato, non abbiamo ancora capito nulla.
 
Ma Isaia aggiunge a santo un altro termine “di Israele”. È molto bella questa espressione perché, se da un lato Dio è inconcepibile per l’uomo, dall’altro si dice che è vicinissimo al suo popolo, un alleato, un amico. Santo sì, ma il nostro santo.
 
Nel cuore della messa, all’inizio della preghiera eucaristica, noi cantiamo il canto dei serafini per indicare che Dio si fa presente nel pane e nel vino. Ecco la realtà di Dio, trascendente e così vicino da farsi mangiare.
 
L’altro aspetto è la gloria che indica la presenza concreta, attiva di Dio che riempie ogni ambito della vita. I nostri avi sapevano che cos’era la gloria di Dio perché lo ringraziavano o pregavano in ogni occasione, dal raccolto ad una nascita…Dio era presente nella loro vita in modo semplice, naturale spontaneo. Adesso per gloria si intende un omaggio dovuto, si va in chiesa (se va bene) a fare dei riti, non sappiamo vedere la sua gloria e così lo lasciamo fuori dalla chiesa, dalle case e dalla vita.
 
Di fronte a questa apparizione di Dio il profeta esce con l’esclamazione “ohimè io sono perduto” o “io sono ammutolito”, “ridotto al silenzio come gli sconfitti, infatti si sente fuori dal coro celeste, indegno anche di cantare lodi al Signore.
La prima reazione di Isaia non è la gioia ma il timore perché coglie subito l’abisso che c’è tra la grandezza di Dio e la sua fragilità, peccato ed inadeguatezza. “Io non sono degno di stare davanti ad un Dio così!”; questo è ciò che viene chiamato “impurità”.
Isaia si sente solidale col suo popolo perché la fragilità che percepisce è anche di tutto il suo popolo ed è un peccato talmente radicato ed ostinato che non basta che Dio lo dimentichi e lo perdoni, deve purificarlo, bruciarlo. Ecco il senso di tutte le sventure a cui andrà incontro il popolo di Israele, sono terribili prove in cui il peccato di Israele viene bruciato. (Vers.5)
 
 
Parte seconda versetti 6-7 azione /consacrazione o purificazione del profeta.
 
6)  Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.
 
7)  Egli mi toccò la bocca e mi disse. “Ecco questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”.
 
Se questo peccato deve essere bruciato, Isaia per primo ne fa esperienza.
 
Il serafino si reca all’altare in cui brucia un fuoco che è ritenuto sacro perché viene direttamente da Dio, per gli Ebrei il fuoco nel tempio era acceso direttamente da Dio, e con i carboni presi direttamente da quel fuoco, brucia le labbra di Isaia come segno di purificazione.
Perché è la bocca ad essere purificata? Perché il profeta è chiamato a parlare, annunciare, la bocca è lo strumento principale delle nostre relazioni, tra noi e con Dio; con la bocca si bacia, si parla… sono le relazioni frantumate a dover essere guarite e purificate.
 
Il segno dei carboni (vers.7) è anche accompagnato da una parola e quando c’è un segno e una Parola che lo accompagna noi diciamo che c’è un sacramento che, in questo specifico caso, è quello della riconciliazione o confessione. Il serafino ha dato ad Isaia l’assoluzione.
 
 
III parte, vers.8-13, la missione
 
8)  Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”.
 
9)  Egli disse: “Va e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere.
 
10) Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito”.
 
11) Io dissi: “Fino a quando Signore?” egli rispose: “Finché non siano devastate le città, senza abitanti, le case senza uomini e la campagna resti deserta e desolata”.
 
12) Il Signore scaccerà la gente e grande sarà l’abbandono nel paese.
 
13) Ne rimarrà una decima parte, ma di nuovo sarà preda della distruzione come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo. Progenie santa sarà il suo ceppo.
 
Il segno immediato della espiazione è la riconciliazione; Dio si fa più vicino tanto che Isaia può ascoltarne la voce, viene a far parte della corte celeste.
 
Ora Isaia è pronto a fare il profeta. A differenza di altri racconti di vocazione, Dio non chiede esplicitamente a Isaia di andare in missione ma fa una provocazione: “chi manderò e chi andrà per noi?”.
Isaia si fa avanti, si offre senza sapere ancora cosa è chiesto. C’è una disponibilità totale, senza condizioni che dovrebbe esserci di esempio.
 
Isaia scopre, inoltre, che entrare a far parte della corte divina vuol dire essere spedito in missione.
 
Se nella prima parte del brano prevaleva il verbo vedere ora prevale il verbo udire; è un discorso di Dio interrotto da una sola piccola domanda: “fino a quando Signore?”.
Dio ci sconcerta sempre, ad Isaia viene dato il compito di parlare a “questo” popolo, non al mio popolo, quasi a volerne prendere le distanze ma solo perché, il popolo stesso ha preso le distanze dal suo Dio.
Il messaggio non è di salvezza ma di giudizio e ad Isaia viene dato il compito di svelare quell’abisso in cui precipita la libertà umana quando si allontana da Dio.
 
I vers.9-10 sono molto importanti, anche se molto scomodi, e vengono ripetuti spesso nel nuovo Testamento, li ritroviamo in Mt.13,14, in Mc.4,12, Lc.8,10, Gv.12,40, Atti 28,26.
Il profeta dovrà indurire, accecare, rendere ottusa la mente del popolo perché possa arrivare a vedere la terribile situazione in cui si è cacciato ma, paradossalmente, non verrà creduto.
Una missione di indurimento del cuore è apparentemente fallita in partenza ma in che senso Isaia deve indurire il cuore dei suoi compatrioti? Sappiamo da Is.28,9-10 che Isaia presentava la verità con una tale semplicità che “gli uomini del mondo” del suo tempo lo avrebbero fatto insegnare all’asilo. Ma questa è la vera capacità di un predicatore, esporre in modo semplice la verità per cui nessuno possa dire di non aver capito. Isaia non causa nel popolo l’indurimento del cuore perché è già indurito, ma lo occasiona: ad esempio se uno torna a casa dall’ufficio, nervoso per qualcosa che è successo e, una volta a casa, gli viene detto di togliersi le scarpe perché sta sporcando il pavimento e questo si infuria, non è per la parola detta ma perché era già adirato e quella parola ha fatto scoppiare la miccia. L’ira che ho dentro viene a galla. È la stessa cosa che viene richiesta a Isaia, permettere al popolo di accorgersi del baratro, della furia che ha dentro. Chi è insensibile è trascinato più profondamente in tale condizione, proprio dalla chiamata alla conversione.
La missione del profeta è sempre impopolare, la Parola suscita sempre contrasti, divisioni, turbamenti.
La missione di Isaia è quella di fallire, di rimanere inascoltato ma sempre dire la verità, è come un genitore che deve parlare ma che dà fastidio e rimane inascoltato.
La missione è sempre quella di annunciare, non di convertire, Dio solo converte.
Qual è la verità che deve dire? Deve parlare di tutte le tragedie che stanno per avvenire a causa proprio dell’indurimento del cuore, della lontananza da Dio. L’inviato di Dio deve irrompere ed insediarsi come una spina nel fianco in una società superficiale incapace di vedere, ascoltare, capire, che ha imboccato una strada di morte scegliendo idoli falsi vivendo di ingiustizia e di violenza; il profeta è una coscienza che non sempre si vuole ascoltare, che non solleva dalla polvere ma dà consapevolezza della polvere che ci circonda in modo che la vergogna possa farci cambiare.
Come, in termini storici, gli assalti della Assiria furono graduali, così anche il giudizio è graduale: città, uomini, campagne e poi l’intero paese sterminato anche chi, in un primo tempo, si era salvato.
 
In mezzo al discorso di Dio si apre la domanda di Isaia: “Fino a quando?”
Fino a quando dovrò portare avanti questa missione così infelice? Fino a quando questo popolo rimarrà insensibile ai tuoi richiami? (Sal.13,2-3 fino a quando Signore continuerai a dimenticarmi…)
 
Come nei primi versetti si parlava per tre volte di pienezza nel tempio, luogo abitato da Dio: i lembi del manto riempivano il tempio; la gloria di Dio che riempie la terra, il fumo che riempie il tempio infatti dove c’è Dio c’è questa pienezza, così questi ultimi versetti mettono a fuoco che, in mezzo al popolo  che rifiuta Dio, c’è il vuoto: città rase al suolo, paese abbandonato, deserto. Dove manca Dio la pienezza si cambia in desolazione.
 
Tra questi due estremi, pienezza e vuoto, c’è la purificazione e la chiamata in missione. La chiamata del profeta c’è perché Dio possa tornare ad abitare quel vuoto che il popolo si sta costruendo con le sue stesse mani.
 
L’ultimo versetto vuole riportare speranza. Tutto è distrutto ma, come una pianta secolare che cade, rimane un ceppo. È la teologia del superstite.
“Seme santo sarà il suo ceppo” è un modo per dire che l’insensibilità del popolo alla fine cesserà e la storia di amore tra Dio e il suo popolo potrà riprendere. “Porrò inimicizia tra il seme del serpente ed il seme della donna” (Gen.3,15). L’ultima parola è sempre quella di fiducia e di speranza e se anche la parola del profeta è demolitrice, nasconde in sé un seme santo.
 
“Se Dio mi ha dotato di questo senso dell’avventura è perché attraverso quella vuole che arrivi a Lui. Io direi a tutti di fare, della vita, una Missione ed una avventura” (Padre Augusto Gianola missionario in brasile).
 
 
 
Possiamo, nella meditazione, ripensare alla nostra conversione o pensare se abbiamo sempre seguito il progetto che Dio aveva su di noi prima della nostra nascita “Prima di formarti nel seno materno, io ti conoscevo” (Ger. - Sal.139 – Gb.10,8)).
 
In principio c’è sempre la grazia gratuita di Dio ma la vocazione è sempre sospesa tra la grazia e la libertà nostra, se le due si incontrano c’è vita se si sottraggono una all’altra, c’è vuoto e deserto. Quali i deserti della nostra vita?
 
Sicuramente la missione, ieri come oggi, ha bisogno ancora di sognatori che siano alla ricerca, sempre e innanzitutto, della propria conversione. Dio chiama tutti ad essere profeti e ad andare in missione, non solo i più bravi, o i più buoni o i più giovani… “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto…” (Paolo).  Dio ama, Dio chiama, Dio manda. Sono cosciente che nel numero dei chiamati ci sono anch’io?
 
La vicinanza di Dio non è qualcosa che può lasciarci indifferenti, il discepolo non solo è chiamato ad amare il Maestro ma anche a farsi amare e proprio grazie a questo amore è in grado di affrontare ogni missione che Dio possa affidargli.
“Credevo che il mio popolo mi avrebbe seguito invece tutti mi avevano abbandonato… alzai gli occhi al cielo e guardai la croce del sud. Era una magnifica notte stellata ma quella che guardavo era pur sempre una croce!”. (Padre Augusto)
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LECTIO DIVINA 2018-2019
 
11 Novembre 2018
 
Is 1, 10-20
 
ORACOLO CONTRO L'IPOCRISIA. “SIETE CREDENTI IPOCRITI” *
 
 
Is 1 è stato considerato come la «grande imputazione», cioè un elenco dei principali capi d'accusa che giustificano la condanna di Gerusalemme: sono la disobbedienza (la non conoscenza del Signore), l'ingiustizia sociale e il culto ipocrita. Tuttavia la contesa non è ancora chiusa e Gerusalemme ha ancora la possibilità di discolparsi (1,18-20); inoltre è previsto un futuro di salvezza (il resto: 1,8-9; la restaurazione «come all'inizio»: 1,26-28) anche dopo il castigo.
 
Tutto il capitolo (che ha molte corrispondenze lessicali con il cap. finale, Is 66) rappresenta quindi un'introduzione al libro nelle sue due dimensioni teologiche: la minaccia del castigo e la promessa della consolazione.
 
Il genere letterario è quello della «lite», o contesa giudiziaria, cioè non un vero e proprio processo, quanto piuttosto ciò che lo precede. Un processo (mišpā) è a tre, con un giudice che dirime tra le due parti; la lite (rîb) è a due (cf. 1,18), in cui la parte lesa rivolge un'accusa all'offensore, ma nella speranza di una riconciliazione (un risarcimento, una richiesta di perdono). Solo nell'impossibilità di una riconciliazione tra i due si deve ricorrere a un giudice (Mt 5,25). Ne derivano, sul piano teologico, alcune importantissime conseguenze: la parte lesa può perdonare l'offesa (il giudice non potrebbe); può quindi accettare una qualche forma di compensazione (il giudice, se lo facesse, sarebbe corrotto). In questa disputa Dio non è il giudice, perché il giudice assolve l'innocente e condanna il colpevole: Dio invece può ancora perdonare.
 
L'oggetto della «lite » è il culto, o meglio la relazione tra culto e giustizia sociale, poiché il testo non oppone culto “ipocrita” a culto “sincero”, ma “delitto e solennità” (1,13): finché il popolo vive nell'ingiustizia, tutto il culto è viziato, costituirà un tentativo perverso di composizione, per ingraziarsi Dio.
 
Nella prima parte del brano (1,10- 15), l'abbondanza di pratiche cultuali contrasta con la loro inutilità; anzi, finisce per divenire un “anti-culto”. L'autore accumula un ricco elenco di pratiche cultuali qualificandole con predicati di inutilità o perversione. Si può così schematizzare:
 
sacrifici senza numero                                    perché?
 
olocausti di montoni, grasso                              sono sazio
 
sangue di tori, agnelli e capri                            non gradisco
 
visite                                                      chi ve lo chiede?
 
offerte                                                    sono inutili
 
incenso                                                    è un abominio
 
feste                                                      le detesto
 
stendete le mani                                          io distolgo gli occhi
 
moltiplicate le preghiere                                  io non ascolto
 
 
Nella seconda parte (1,16-17) troviamo una serie di 9 imperativi, che urgono esigendo ravvedimento, e che sfociano nel magnifico e decimo imperativo: «Venite»: Dio non respinge, ma piuttosto attrae, tuttavia il cammino per avvicinarsi sta nella pratica della giustizia e non semplicemente nel «calpestare gli atri».
 
Nella perorazione finale (1,18-20) Dio promette e minaccia: la sua parola accusatrice cerca in realtà la salvezza, ma l'uomo può respingerla con duplice colpa.
 
 
v. 10: La requisitoria ha inizio con un terribile insulto ai capi e al popolo, con la menzione di Sodoma e Gomorra, delle quali al v. 9 s'era detto che noi (Gerusalemme) non siamo come loro, perché il Signore ci ha lasciato dei superstiti; ma questa ripresa del v. 10 fa capire che Gerusalemme meriterebbe di essere trattata come Sodoma e Gomorra.
 
v. 11 : Sal 50, 7-14:
 
 
 
 
 
7 "Ascolta, popolo mio, voglio parlare,
 
testimonierò contro di te, Israele!
 
Io sono Dio, il tuo Dio!
 
 
8 Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
 
i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti.
 
 
9 Non prenderò vitelli dalla tua casa
 
né capri dai tuoi ovili.
 
 
10 Sono mie tutte le bestie della foresta,
 
animali a migliaia sui monti.
 
 
11 Conosco tutti gli uccelli del cielo,
 
è mio ciò che si muove nella campagna.
 
 
12 Se avessi fame, non te lo direi:
 
mio è il mondo e quanto contiene.
 
 
13 Mangerò forse la carne dei tori?
 
Berrò forse il sangue dei capri?
 
 
14 Offri a Dio come sacrificio la lode
 
e sciogli all'Altissimo i tuoi voti;
 
 
 
 
 
 
        Un interessante termine di paragone si trova in Sal 40, 7-9:
 
        
 
 
 
 
7 Sacrificio e offerta non gradisci,
 
gli orecchi mi hai aperto,
 
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
 
        
 
8 Allora ho detto: "Ecco, io vengo.
 
        Nel rotolo del libro su di me è scritto
 
9 di fare la tua volontà:
 
 
        mio Dio, questo io desidero;
 
        la tua legge è nel mio intimo".
 
 
 
 
v. 12 : Eppure Dt 16, 16 recita:
 
Tre volte all'anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore, tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto: nella festa degli Azzimi, nella festa delle Settimane e nella festa delle Capanne. Nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote
 
 
v. 13 : Delitto e solennità: ecco la chiave di tutto il brano. Delitto (in ambito sociale) e nel          contempo solennità (in ambito cultuale) è ciò che Dio non può sopportare.
 
 
v. 14 : Al posto di tutto ciò che costituiva il culto ebraico, potremmo intendere: “le vostre          Eucaristie, i vostri rosari, le vostre confessioni, adorazioni, processioni...”
 
 
v. 15 : Due azioni personali sembrano più sincere come partecipazione autentica: il gesto delle mani e la supplica delle labbra. Ma Dio penetra il velo dell'ipocrisia e scopre mani macchiate di sangue: di fronte alle mani tese distoglie gli occhi e di fronte al moltiplicare delle preghiere si tura gli orecchi. Le mani grondanti di sangue indicano chiaramente che si tratta di delitti gravi, non di trasgressioni lievi alla legge di Dio.
 
 
v. 16 : La purificazione avveniva mediante abluzioni rituali e altre pratiche (vedi ad es. Lv 15-16), ma non è questo ciò che qui Dio chiede: Egli vuole una purificazione morale, non rituale, che consiste nel cessare di fare il male e nell'imparare a compiere il bene. Da notare le proporzioni: due imperativi riguardano il male (da non fare) e cinque riguardano il bene (che urge fare).
 
 
v. 17 : Vedove, orfani e forestieri sono le classi sociali più sfavorite, perché incapaci di provvedere alla propria sussistenza, che va garantita dalla società; sono coloro che, avendo dei diritti, non sono in grado di farli valere. Spetta al prossimo che ha autorità o mezzi di incaricarsi attivamente di far valere tali diritti. Pietra di paragone della giustizia sono i diritti dei più deboli, secondo una costante dottrina profetica. Per questo motivo, l'idea di «giustizia», nella Bibbia, è indissociabile da quella di misericordia: cf. Dt 10, 16-19:
 
16Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervice; 17perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, 18rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. 19Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d'Egitto.
 
 
v. 18 : Qui il tono cambia e mostra le reali intenzioni di Dio, che non vuole respingere il suo popolo ma ne cerca la conversione. Offre la possibilità di un dialogo, di un incontro, una relazione. È nel dialogo personale col Signore che l'uomo scopre la propria situazione, si pente, trova la possibilità di emendarsi e riconciliarsi. Di qui l'insistenza sulla parola (1,2.10.20) che fa appello alla risposta autenticamente umana.
 
       Il cambio di registro fa venire in mente Ap 3, 15-20, dove a parole durissime da parte di Gesù, segue l'offerta di una intimità inaudita:
 
15Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo!16Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. 18Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. 19Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. 20Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.
 
 
vv. 19-20 : La risposta è però assunzione di responsabilità: l'uomo libero può accettare o respingere, la parola non è una forza magica. I due periodi ipotetici mostrano il confronto dell'uomo (e del popolo) con una parola che spinge a una decisione non eludibile. La chiusura del brano ripropone, dunque le due linee che percorrono tutto il libro di Isaia, castigo e consolazione, poste nelle mani dell'uomo e della sua scelta libera.
 
 
Altri testi:
 
 
Mt 23, 23-32:
 
23Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. 24Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
 
25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi pulito!
 
27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all'esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. 28Così anche voi: all'esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
 
29Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, 30e dite: "Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti". 31Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. 32Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri.
 
 
Gv 4, 23-24
 
Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità".
 
         
Fil 3,3
        
       
I veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù senza porre fiducia nella carne,
         
  
Rm   1,9
        
       
Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunciando il vangelo del Figlio suo,
 
 
Rm 12, 1-2
 
Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
 
 

 

   
 
*             Il tutto liberamente tratto da A. Mello, Isaia. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (MI) 2012;
 
               L. Alonso Schökel – J.L. Sicre Diaz, I Profeti, Roma 19963.
 
 
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Domenica 25 novembre
 

Is.2,1-11
 
Camminiamo nella luce del Signore

 
Nei cap. dal 2 al 4,6 Isaia fa una panoramica tra ciò che avrebbe dovuto diventare il popolo di Dio, ciò che è e ciò che sarà.
I vers. 2,2-4 e i vers.4,2-6 sono di tenore irenico e fanno da inclusione al resto del brano (vers.2,5-4,1) che mettono in risalto la storia contemporanea del popolo di Dio, evidenziando il collasso a cui l’hanno portata i dis-valori dovuti all’abbandono di Dio e alle idolatrie del popolo.
 
Questo capitolo ci presenta le tematiche che stanno a cuore ad Isaia ed alla sua scuola: Gerusalemme come luogo di salvezza universale; Dio sovrano assoluto; alienazione dagli idoli; ritorno alla Thorà
 
La scorsa volta, cap.1,10-20, dopo tutte le accuse a Gerusalemme, il brano si concludeva con una esortazione a ritornare al Signore eliminando le ingiustizie umane, soprattutto quelle dovute alle condizioni sociali, ora il profeta fa vedere come sarebbe il mondo se Israele ubbidisse a Dio.
 
Ci soffermeremo di più sui vers. 2,1-4, che sono quelli più commentati dai vari biblisti, e poi faremo un escursus sui rimanenti versetti che sono di tutt’altro tenore.
 
Il testo di is.2,1-5 è quasi identico a quello di Michea 4,1-4 (Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sulla cima dei colli e affluiranno ad esso i popoli; verranno molte genti e diranno: “Venite, saliamo al monte del Signore e al tempio del Dio di Giacobbe; egli ci indicherà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri”, poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà arbitro fra molti popoli e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni; dalle loro spade forgeranno vomeri, dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra nazione e non impareranno più l’arte della guerra. Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore h parlato!).
Non ci perdiamo su chi ha copiato chi, ciò che ci interessa è che, uno stesso canto, sulla bocca di due profeti, ce ne fa intuire l’importanza per la nostra vita.
 
Vers.1 Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme.
 
In questo versetto c’è una parola molto interessante, “visione”, perché dobbiamo capire bene questo termine usato da tutti i profeti. In ebraico questa parola ha una valenza molto diversa dalla nostra; vediamo la traduzione letterale del versetto: “La Parola che vide Isaia…”. C’è sempre un legame tra visione e Parola perché è questo che ci rimanda a Dio, il Sal.115 (113b) dice che “gli idoli hanno occhi e non vedono, hanno bocca e non parlano…” C’è un solo Dio, quello di cui si vede la Parola.
L’uomo biblico ascolta udendo e guardando insieme: Ne.1,5-6 “Signore Dio…siano i tuoi orecchi attenti , i tuoi occhi aperti, per ascoltare la preghiera”; Amos1,1 “Vide su Gerusalemme una Parola”. La Parola di Dio non è “detta” è “fatta”; Egli crea per mezzo della Parola e gli avvenimenti che ne succedono sono “dabarin” parole. Le parole di Dio sono quindi fatti storici e visioni mistiche.
 
I° poemetto: vers.2-4. Grande pellegrinaggio escatologico al monte del tempio del Signore
 
Vers.2 Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti.
 
“Alla fine dei giorni” va tradotto “Sul retro dei giorni”. È una espressione tipicamente profetica; secondo la concezione ebraica ciò che è già avvenuto, il passato, si trova davanti all’uomo perché può essere meditato e approfondito, ciò che è futuro si trova alle spalle dell’uomo, esattamente il contrario della nostra concezione dove il passato è alle nostre spalle perché non si può più cambiare. Questa espressione viene qui usata per indicare un futuro che ci sarebbe già stato se non fosse per i peccati degli Israeliti, un futuro di accoglienza nei confronti di tutti i popoli, un cambiamento radicale in raffronto alla situazione esistente così ricca di infedeltà.
 
Si può immaginare che Isaia, durante una delle tre feste annuali dell’ascensione a Gerusalemme, stia contemplando la fiumana di gente che sta arrivando cantando. La sua mente si apre seguendo il suo desiderio di vedere ogni popolo recarsi ad onorare il suo Dio.
 
Cosa ne verrebbe da questo? Una pace universale. Non capita anche a noi di pensare come sarebbe bello il mondo se solo…
 
Sempre nel vers. 2 “Il monte del tempio del Signore…cime dei monti”.
Le alte cime dei monti, plurali, sono le idolatrie, simboli delle paure indotte dagli idoli sugli Ebrei: paura della deportazione, degli stranieri e dell’esilio, ma qui Isaia ci dice che, il luogo dove Dio vuole portare il suo popolo è “più alto”, è “un’unica cima” e lì non ci si potrà più contaminare né trovare il giudizio di Dio perché ci sarà una pace infinita e stabile.
 
Vers.3: Verranno molti popoli e diranno: “Venite saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.
Un altro particolare interessante è ciò che in italiano viene tradotto con “tempio”, in ebraico è “bet – casa”; lo stesso vocabolo lo ritroviamo nel vers.3 e 5. Non si intende, quindi, un luogo di culto ma è prima di tutto il luogo in cui il Signore viene a vivere in mezzo al suo popolo, luogo in cui deciderà di nascere. Sal.122 (121) “Andremo alla casa del Signore”.
 
Proprio su quella strada su cui passavano solo nemici per depredare, i popoli vengono attirati verso Dio; è un richiamo ma è anche un passa parola, “venite”; è una fame di verità ed i popoli vengono per imparare (indichi le sue vie) e per obbedire (camminare per i suoi sentieri).
Ognuno ha un suo dio ma non ha importanza che ci sia solo una religione nel mondo, è importante che tutti camminino nella stessa direzione, nel rispetto reciproco e nell’accoglienza. “Il Signore…sceglierà ancora Israele…a loro si uniranno gli stranieri…” (Is. 14,1).
“Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola”. Poiché Sion e Gerusalemme sono la stessa cosa, è un modo per dire che Dio si trova nel suo popolo eletto e lì aspetta tutti. Ciò che attira è proprio la “legge e la Parola” non come complesso di regole da osservare ma come rivelazione di Dio che conduce, tutti gli uomini verso un ordine nuovo di amore e di pace.
Partendo dal profeta Giona che si chiude, invece, davanti alla conversione di Ninive, si apre un universalismo della salvezza dove, i capi dei popoli, si raccolgono col Dio di Abramo (Sal.47,10); anche Ger.3,7 ha un pensiero simile: “in quel tempo chiameranno Gerusalemme trono del Signore, tutti i popoli vi si raduneranno”; Zac.8,22-23 “10 uomini di tutte le lingue…afferreranno un lembo del mantello di un Giudeo e gli diranno: vogliamo venire con voi perché abbiamo compreso…”; Sof.3,9 vede l’uguaglianza di tutta l’umanità di fronte a Dio.
Questa dovrebbe essere la chiesa, non una associazione che fa proseliti ma che attira a sé per le comunità che le animano, piena di Spirito Santo e senza spirito di rivalità.
 
Vers.4 Egli sarà giudice tra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra.
 
In questo mondo trasformato sarà solo Dio a “giudicare” cioè a prendere decisioni e sarà arbitro. L’opera del Signore è sempre soggetta al disfacimento perché gli scopi sono l’accumulo delle ricchezze che, a sua volta, si ottiene con le armi, il sopruso, l’egoismo, l’avarizia, eppure il disordine è temporaneo perché Dio lavora fianco a fianco dell’uomo nella storia. La Parola del Signore dona a tutti un destino di giustizia, di disarmo, di pace. Le armi si trasformeranno, non solo quelle materiali ma anche quelle che ci portiamo dentro, i rancori, le liti, le discordie, i dissapori, le antipatie…non è possibile una esperienza di impegno morale se prima non c’è un’esperienza con Dio.
Questi versetti si ricollegano con Is.11,3-4 in cui comparirà un misterioso personaggio che “si compiacerà del timore del Signore; non giudicherà secondo le apparenze, non prenderà decisioni per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi…”, “questo germoglio di Iesse spunterà…alla fine dei giorni”.
La salvezza nasce da uno sforzo, la pace è una conquista, bisogna “passare per la porta stretta” (Lc.16,16/Mt.7,13-14). Chi può salvarsi? “Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio” (Lc.18,27)
La pace messianica potrebbe essere definita come la realizzazione del singolo all’interno della realizzazione di tutta l’umanità. Gaudium et spes: la pace è “opera della giustizia” (Is.32,17)…non è mai acquistata una volta per sempre, ma la si deve costruire continuamente… non si può ottenere su questa terra se non viene assicurato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi…le ricchezze del loro animo e del loro ingegno… ci vuole la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli, l’impegno di ritener sacra la loro dignità e la pratica continua della fratellanza”.
 
Vers.5 Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore
 
Questo versetto fa da tradeunions tra il primo ed il secondo poemetto del cap.2.
Israele ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza liberatrice di Dio e la sua alleanza, ora deve essere pronta a camminare con gli altri popoli, deve uscire dal suo isolamento e accostarsi agli altri: “Casa di Giacobbe, vieni!”.
Chi fa questo invito? Non il Signore. Sembra quasi che siano gli altri popoli a chiamarla ad uscire dal suo isolamento, che si riscontra ancora oggi molto forte, Israele deve uscire dalle tenebre della sua presunta predilezione, dalle tenebre delle tradizioni incrollabili, per camminare nella luce verso cui, gli altri popoli, sono già in cammino. Balaam, profeta pagano (Nm.24,17) annunciava già il Messia: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele; In Gal.3,28-29 san Paolo parla anche di questa universitalità della promessa “non c’è più Giudeo né Greco…”.
La meta del pellegrinaggio diventa un enorme abbraccio fra Dio e tutti gli uomini.
Non cerchiamo Dio chissà dove, in una particolare chiesa o in un particolare luogo, questi momenti ci possono anche servire ma Dio è nella nostra quotidianità, Gesù, dopo la resurrezione  invita: “Tornate in Galilea, là mi vedrete!”, cioè nella vita di tutti i giorni.
Il popolo ebraico è chiamato a non escludersi da questo cammino per non diventare solo uno spettatore geloso e inerte ma un vero popolo missionario. È questo il dramma dei “buoni” ebrei ma anche dei “buoni” cristiani.
In realtà ciò che fa problemi a tutti è l’amore esagerato di Dio che non esclude nessuno.
Continuiamo a ricordare la “chiesa in uscita” di Papa Francesco, una chiesa che non pretende di convertire (come era un tempo), ma cerca la comunione. Un autore del II secolo (lit. ore del 14 nov. 2018) scrive così: “procuriamo di fare del bene non solo ai fratelli, ma anche a coloro che sono estranei alla nostra fede. Pratichiamo con essi la giustizia perché il nome di Dio non sia bestemmiato per colpa nostra”.
 
Tutto quello descritto in questi versetti è possibile già adesso?
La salvezza è per l’oggi e Dio la sta realizzando. Bisogna credere nei momenti difficili e seguire i profeti che, anche oggi, si impegnano per far crescere la pace. Non abbiamo il giardino di Eden nelle nostre mani ma un piccolo seme è stato seminato nelle pieghe del tempo.
 
2° poema, teofania e giudizio di Dio. Vers.6-21 (commento fino ll’11)
 
In opposizione all’immagine ideale dei vers.2-5 c’è un doloroso presente: il popolo del Signore non sta camminando nella sua luce.
Gli Israeliti devono iniziare un vero e proprio esodo unendosi agli altri popoli, questo comporta purificazione e accettazione della Signoria di Dio contro l’idolatria dilagante. Israele, santificando sé stesso, sarà in grado di comunicare la propria elezione a tutti gli altri popoli.
 
Questo oracolo si rivolge ancora alla “casa di Giacobbe” giocando su simboli contrastanti come: pienezza e vuoto.
 
Vers.6-8 Tu hai rigettato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché rigurgitano di maghi orientali e di indovini come i Filistei; agli stranieri battono le mani. Il tuo paese è pieno di argento e di oro, senza fine sono i suoi tesori; il suo paese è pieno di cavalli, senza numero sono i suoi carri. Il suo paese è pieno di idoli; adorano l’opera delle proprie mani, ciò che hanno fatto le loro dita.
 
Il popolo del Signore è richiamato, non si sono neanche accorti che io li ha abbandonati, troppo presi nel fare alleanze che garantiscano le loro sicurezze.
 
Vers.6 esoterismo per poter dominare presente e futuro.
 
Vers.7 potere economico e militare
 
Vers.8 idolatria, io mi costruisco da solo e costruisco il mio dio.
 
In questi versetti abbondano solo le cose di falsa consistenza, vuote, senza valore (argento, oro, cavalli, carri), che sottolineano l’enorme baratro in cui è caduto il popolo di Dio che si ritiene ricco, sicuro e santo ed, invece, manca dell’essenziale. All’abbondanza di ricchezze corrisponde l’abbondanza delle pratiche magiche che rivolgono il popolo verso l’idolatria (maghi, indovini, adorare ciò che è opera delle proprie mani, orgoglio) tutto ciò fa emergere la totale assenza di Dio. La parola in gioco è “non entità”, cose che sembrano vere ma non lo sono.
 
Vers.9-11 Perciò l’uomo sarà umiliato, il mortale sarà abbassato; tu non perdonare loro. Entra fra le rocce, nasconditi nella polvere, di fronte al terrore che desta il Signore, allo splendore della sua maestà, quando si alzerà a scuoter la terra. L’uomo abbasserà gli occhi orgogliosi, l’alterigia umana si piegherà; sarà esaltato il Signore, lui solo in quel giorno.
 
Allo stato di cose dei vers.6-8 c’è solo una conseguenza inevitabile: “non c’è modo che Tu li possa perdonare”.
C’è un secondo contrasto: L’umiliazione umana nascosta in luoghi angusti (Roccia, polvere) e l’altezza di Dio ( terrore, splendore, scuotimento - Sinai).
L’uomo nutrito da Dio di saggezza, si ritrova nella polvere.
Il testo vuole evidenziare come l’uomo si riempie di cose e conoscenze esoteriche per innalzarsi su sé stesso, sulle situazioni e su Dio ed invece ottiene l’effetto contrario. Umiliato in tutto, il suo sguardo non si può più posare su cose da desiderare, da conquistare, ma l’uomo avrà solo uno sguardo atterrito dalla grandezza di Dio.
Il vuoto umiliante dell’uomo e la sublimità di Dio sono di fronte ad un giudizio; l’uomo è un perdente e deve accettare la correzione ed il richiamo.
 
È necessario avere alti ideali per gestire alla meno peggio il presente. A. de Saint-Exupery ammoniva che per formare un bravo marinaio non basta insegnare a guidare una barca, bisogna instillare nella persona l’amore per il mare spazioso ed infinito. Molte cose diventano ardue perché non abbiamo il coraggio di affrontarle e allora cerchiamo delle mediazioni, dei compromessi! Bisogna trovare e ritrovare una carica profonda che ci faccia scalare la vetta, non è importante fermarsi su un costone ma non fermarsi in pianura perché lì Dio non c’è.
 
Vers.11-17 tutto in ogni caso è fallace perché Dio ha l’ultima parola su tutto.
 
Il vers.2,22 è la vera esortazione: smettete di confidare nell’uomo che ha appena un soffio nelle narici, giacché…a che vale?
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 LECTIO DIVINA 2018-2019
 
 Is 7, 10-17
 
IL SEGNO DELL'EMMANUELE . “IL SIGNORE STESSO VI DARA' UN SEGNO” *
 
Il contesto del nostro brano, che avevamo già accennato nell'introduzione a Is fatta nel nostro primo incontro, è quello della guerra siro-efraimita: intorno agli anni 734-733 a.C. Samaria (Israele del Nord, Efraim) e Damasco (capitale del Regno di Aram), il più meridionale dei regni siriani, stipulano un'alleanza militare per scongiurare il pericolo assiro, che si fa sempre più imminente. La guerra non è però diretta contro gli Assiri, ma contro il regno di Giuda, per costringerlo con la forza ad aderire alla coalizione antiassira e spodestare Acaz, che vi si oppone, per sostituirlo con un re fantoccio. L'impresa fallirà, Gerusalemme non sarà espugnata né Acaz deposto (cfr. Is 7,1).
Ma quando giunge la notizia che i siriani di Aram si sono accampati in Efraim e si preparano a muovere guerra contro Giuda, il cuore del re Acaz e il cuore del suo popolo «si agitarono come si agitano gli alberi della foresta per il vento» (7,2): i nemici si accampano e il cuore del re trema. Succede l'esatto contrario di quanto descrive il Sal 27,3: «Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una guerra, anche allora ho fiducia.»
Isaia viene inviato dal Signore a tranquillizzare Acaz, predicendogli che i due regni, che si sono alleati contro Giuda, sono ormai agli sgoccioli (sono «due tizzoni fumanti») ed entro breve cesseranno di esistere (vv. 7-9), tuttavia – conclude l'oracolo – «se non crederete non resterete saldi»: gioco di parole tra avere fede ed essere rinsaldati, azioni che in ebraico si esprimono con lo stesso verbo 'āman (= essere saldo, essere sicuro), dal quale deriva il termine amen. L'invito di Dio (e di Isaia) è, dunque, quello di non avere paura ma di avere fiducia, non nelle alleanze umane, ma nel Dio dell'Alleanza che ci può rendere saldi. Potremmo di nuovo servirci delle parole di un salmo: «Gli altri si fidano dei carri, contano sui cavalli, noi chiediamo aiuto al Signore, nostro Dio. » (Sal 20,8).
Ma il cuore di Acaz non pare affidarsi a Dio, dunque di nuovo il Signore parla ad Acaz, 7, 10-11: pur di rassicurare il cuore del re, perché non agisca in preda alla paura, il Signore si mostra disposto a dare un segno. Chiedi un segno, quello che vuoi, o dal cielo o dal profondo degli inferi, in modo che la tua fede in Dio sia rafforzata e le tue paure si dissolvano.
«Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore» risponde Acaz (7, 12). Ora è vero che non spetta all'uomo esigere segni, (anche se l'uomo può umilmente domandarli, vedi Gedeone in Gdc 6, 36-40), e il non voler tentare il Signore sembra essere un atteggiamento conforme alla Legge (Dt 6, 16: «Non tenterete il Signore, vostro Dio», cfr. Sal 95, 8; Mt 4,7; Lc 11, 29: «Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: "Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno...»). Ma qui Acaz è ipocrita: si serve della Parola di Dio per andare contro la volontà di Dio, come fa satana nell'episodio delle tentazioni di Gesù.
Come sappiamo che Acaz è ipocrita ? Leggiamo in 2Re 16, 7-9 che in realtà Acaz non è così discreto e timorato di Dio da non volerlo tentare, come vorrebbe far credere; infatti, di fronte alla minaccia congiunta d'Israele e della Siria, lui è corso ai ripari stringendo alleanza con l'Assiria. Dunque se non chiede un segno non è per non tentare Dio, ma per poter fare di testa propria. Preferisce confidare nell'uomo che confidare nel Signore (cfr Ger 17, 5.7). E ciò avrà conseguenze drammatiche su Acaz e il suo popolo.
L'atteggiamento di Acaz è considerato offensivo della pazienza divina (7, 13): il verbo “stancare” usato qui indica proprio il far perdere la pazienza. Da notare che mentre prima Isaia si era rivolto ad Acaz dicendo: “... il Signore, tuo Dio”, ora invece gli si rivolge parlando del “... mio Dio”: il Dio di Isaia non è più il Dio di Acaz, il re ha bypassato il suo Dio, non gli si è messo contro (scelta preferibile), ma lo ha semplicemente ignorato; anziché chiedersi: “Che cosa vuole Dio da me in questa situazione?”, ha preferito decidere da solo ignorando l'offerta di Dio. Si è sottratto alla relazione con Dio.
Dio perde la pazienza: voleva dare un segno ad Acaz con il suo consenso, per rispettare, come fa sempre, la libertà dell'uomo; ma poiché Acaz non vuole chiederlo Dio dà ugualmente il segno, di sua iniziativa. Ciò è molto bello: Dio ti fa del bene, se glielo consenti, ma se non glielo consenti … ti fa del bene ugualmente !
«Ebbene, il Signore vi darà lui stesso un segno. Avverrà che la giovane incinta darà alla luce un figlio e lo chiamerà Emmanuele» (7, 14). Isaia non parla di vergine, ma di giovane, giovane donna, usando un termine che indica di solito una ragazza nubile, ma non necessariamente. Chi è questo bambino ? Con molta probabilità si tratta di Ezechia, primogenito di Acaz, che la giovane sposa del re partorirà. Perché sarebbe un segno ? Perché sta ad indicare che la dinastia davidica non s'interromperà: Dio è fedele e non permetterà che i due tizzoni fumanti pongano fine alla casa di Davide, destituendo il re Acaz. Il nome, “Dio con noi” è la promessa di vicinanza che vuole rassicurare la fede del re: che bisogno hai delle alleanze umane, Acaz, se Dio è con noi ? Perché agitarsi come si agitano gli alberi della foresta per il vento, se Dio è con noi ?
La tradizione successiva (prima giudaica e poi cristiana) ha letto l'oracolo come eccedente rispetto alla sua realizzazione storica in Ezechia, interpretandolo in senso messianico. La traduzione greca dei LXX (250 a.C. circa) traduce “giovane donna” con “vergine” comprendendo così il segno come miracoloso; nello stesso senso lo intende Mt.
«Mangerà panna e miele» (7,15): si tratta del primo cibo solido dopo lo svezzamento ed evoca l'abbondanza della terra promessa, terra dove scorrono latte e miele. Acaz teme l'assedio dei due re; assedio vuol dire fame; Dio invece promette abbondanza.
Prima che il bambino sia in grado di fare scelte consapevoli («impari a rigettare il male e a scegliere il bene») «sarà abbandonata la terra di cui temi i due re» (7, 16), vale a dire Damasco e Samaria, che infatti, nell'arco di una decina d'anni verranno conquistate dagli Assiri e la loro popolazione deportata (722/721 a.C.).
Il v. 17 preannuncia: «Il Signore manderà su di te, sul tuo popolo e sulla casa di tuo padre giorni quali non vennero da quando Èfraim si staccò da Giuda». Efraim, cioè l'Israele del Nord, si staccò dal Regno di Giuda (il Regno del Sud) alla morte di Salomone (930 a.C. circa). L'espressione può essere intesa in due sensi opposti: “il Signore manderà giorni bellissimi, quali non vennero da quando...”, oppure “il Signore manderà giorni bruttissimi,  quali non vennero da quando...”. Probabilmente, dato il tono dell'oracolo, in origine il senso era positivo; ma visto come poi si sono svolti i fatti, a causa del rifiuto del re Acaz di ascoltare il profeta, un redattore posteriore ha aggiunto una glossa finale: «manderà il re d'Assiria» che dà al versetto un senso negativo e fa da collegamento con gli oracoli dei vv. successivi che annunciano un'invasione.

Altri testi utili per la preghiera:
D'obbligo è Mt 1, 18-25, dove troviamo la realizzazione più piena e definitiva dell'oracolo di Isaia: la nascita di Gesù, il Dio con noi, da Maria Vergine.
Riguardo al “non temere, perché Dio è con noi”: Is 41, 8-20; Is 43, 1-7; Ger 30, 10-11; Sal 23; Mt 28, 16-20; At 18, 9-11.


* Il tutto liberamente tratto da A. Mello, Isaia. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (MI) 2012;
 L. Alonso Schökel – J.L. Sicre Diaz, I Profeti, Roma 19963.
 
 
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Isaia 9,1-6
 
La speranza di un bambino
 
 
Prima di passare al capitolo 9 vediamo l’oracolo che si apre nel cap.8. Gli Assiri saccheggeranno Damasco e Samaria e poiché il re Acaz e il suo popolo preferiscono fare le loro alleanze con gli stranieri, questo agire con autosufficienza porterà al collasso di Israele. Alla protezione delle acque di Siloe, segno di Dio, hanno preferito le acque dell’Eufrate, fiume Assiro.
 
Vers.8,21-23: l’orizzonte è desolato, la strada desertica, il cielo livido…un reduce cammina faticosamente, affamato e lacero e, alzando lo sguardo, impreca contro Dio e contro il re e, a lui, che potrebbe essere ognuno di noi, viene detto che là, dove c’è oscurità e angoscia, tornerà la luce.
 
Siamo all’interno del libro dell’Emmanuele (cap. 7-12). Come la volta scorsa siamo nel contesto della guerra Siro-Efraimita; la Siria con Israele dichiarano guerra a Giuda per farselo alleato contro l’Assiria che è alle porte, ma il re Acaz preferisce fare direttamente alleanza con l’Assiria, che è più forte. Isaia dice con chiarezza che bisogna rifiutare ogni alleanza perché la vera potenza sta nella fede in Dio, l’unico che non si rimangia mai le promesse.
 
Qual era questa grande promessa? Quella del II libro di Samuele dove Natan dice a Davide che gli sarà data una discendenza perenne, un regno che non verrà mai meno anzi, dopo di lui verrà qualcuno che gli è superiore. Questa è la promessa che Israele si porta nel cuore ed è quella che Isaia ricorda ad Acaz dicendogli che la dinastia davidica, di cui lui fa parte, continuerà con un bambino, l’Emmanuele, il Dio con noi.
Dio non ci abbandona anche se siamo davanti a terribili nemici e non ci punisce per i nostri errori ma tutti ne paghiamo le conseguenze; il filo rosso, che lega i capitoli dal 7 al 12, è proprio l’annuncio dell’Emmanuele (nome che non verrà più ripetuto in tutto il libro di Isaia) il Messia che instaura il nuovo regno.
 
 
Il cap.9 si apre con un oracolo gioioso, che definisce il mondo nuovo, un mondo che si apre con un bambino, segno piccolo, debole, potremmo dire “mite”, come si definisce Gesù stesso.
 
Questo inno di Isaia si svolge su un protocollo regale, un’ode ad un bambino che sta per essere intronizzato, che sta per ricevere l’unzione regale.
Come nel cap.7 questo bambino viene esaltato con tratti talmente superiori che non fanno pensare ad una persona concreta ma a qualcuno di più grande, al Messia.
 
Se nel cap.7 il richiamo era alla fede, oggi la protagonista è la speranza che dischiudendo orizzonti più vasti, ci conduce avanti nel cammino della vita anche e soprattutto nei momenti più difficili. Il desiderio è il motore della speranza; de-sideribus, qualcosa che discende dalle stelle, dall’infinito, da dove noi veniamo e verso cui tendiamo.
 
Per il popolo di Israele, soprattutto nei tempi bui come quello che stanno passando, il motivo della speranza è sempre riposto nel Messia, ancora adesso gli Ebrei aspettano il Messia. Noi, che crediamo che il Messia sia già qui, ed è Gesù, nei nostri momenti bui, abbiamo fiducia in Cristo?
 
Guardiamo velocemente il testo. In ogni versetto ci sono delle parole che si ripetono per sottolineare l’importanza del tema: tenebre e luce; gioia e letizia; libertà; potere divino; pace. Abbiamo poi una antitesi temporale che racchiude il brano: Vers.8,23 “in passato…il popolo camminava…”, vers.9,6 “ora e sempre” che ci porta più in là dell’epoca del profeta, ci porta nel futuro e verso l’infinito.
 
Il testo di oggi sembra partire in modo drammatico, con le tenebre, ma chi è questo popolo che camminava nelle tenebre? È quello del nord, le tribù di Zabulon e Neftali del vers.8,23, per loro è un momento di grande buio, dolori, paura, è la notte della fede perché Dio sembra averli abbandonati; è la notte in cui non si vede un futuro, non si hanno soluzioni, si brancola nel buio perché si è senza fede e speranza.
I nostri giorni non sono un po’ così? Giorni di tenebre non solo a livello personale ma anche familiare e globale: ai giorni nostri c’è una crisi generale dei valori, di fede, economica, la gente non trova lavoro e arrivano le migrazioni di massa che cambiano l’assetto della nostra società. Anche noi, guardando avanti, ci chiediamo che cosa sarà il domani, cosa sarà dei figli, ma ci sarà un domani? Se è una situazione di confusione quella del popolo di Israele, così è anche per noi.
Noi “cristiani” abbiamo ancora speranza o nei nostri discorsi diciamo che non c’è più niente da fare? E se abbiamo una speranza, chi o che cosa è l’oggetto della speranza? Magari un gratta e vinci?
Per Isaia, con i nemici alle porte di Giuda, con Acaz sul trono, re malvagio, la speranza viene guardando all’erede al trono, ad un erede bambino, egli profetizza che, se il passato ci ha riservato l’umiliazione, il futuro sarà ricco di gloria: Sir.7,11 “non deridere un uomo dall’animo amareggiato, poiché c’è chi umilia ed innalza”.
 
Quando la speranza si infiltra tra le tenebre il cuore torna a sorridere, “un’alba nuova sorge all’orizzonte”.
 
“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda”
I vers.1-2 ci presentano la speranza con quattro immagini; le prime due sono luce e gioia: “ha visto una grande luce …una luce rifulse”. Le tenebre, simbolo del nulla e della morte, sono cancellate dalla luce: Genesi 1,1, il buio è totale ma poi echeggia una Parola, “sia la luce” ed inizia la creazione. Isaia vuole predire una creazione nuova, vita nuova, l’uomo può tornare a guardarsi attorno, a vedere, a realizzarsi perché non si sente più minacciato, c’è Dio con lui.
Nel vers.2 per 5 volte si ripete il concetto della gioia, “hai moltiplicato la gioia…aumentato la letizia”. Il termine gioia è sempre strettamente legato alla luce, Sal.97 “una luce si è levata per i giusti, gioia per i retti di cuore”. Per vivere questo mondo non come un luogo di minaccia, questa vita non come un peso, è indispensabile la presenza di Dio sul singolo come sul popolo come ci ricorda Is.2,1-5 “tutti i popoli salgono sul monte del Signore” e Is.56,6-7 “gli stranieri li condurrò sul mio monte e li colmerò di gioia perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”.
Le altre due immagini sono quelle della mietitura e della battuta di caccia. Sono due immagini che nel nostro tempo ci dicono poco, in Levitico si dice che per la mietitura si doveva far festa per 7 giorni, ma anche solo 50/70 anni fa si facevano feste al momento della mietitura e della caccia ed in entrambi i casi, sia i contadini che i cacciatori, condividevano il lavoro ed i suoi risultati, era questo a dare gioia. Adesso tutto è fatto per competizione, guadagno e sport e non c’è più motivo per festeggiare.
Ricordiamo, nella nostra vita, una esperienza di gioia molto forte, vera, intima, profonda che, in qualche modo, ha rilanciato la nostra speranza, ci ha fatto guardare in avanti con fiducia? Potrebbe essere stata proprio una nascita a ridarci vita, a portarci luce e questo ci fa capire come la figura della speranza  ruoti intorno ad un bambino, l’Emmanuele.
 
Che cosa ha fatto Dio per ridare speranza a Giuda? Ha fatto tre cose scandite nel testo da un “perché”.
Vers.3 “Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian.”
Quel “tu” si riferisce a Dio, la speranza non può venire che da Dio.
Il primo motivo della speranza è il dono della libertà. Le immagini si riferiscono alla deportazione degli Israeliti del nord dove, agli uomini veniva messo un giogo o una trave perché non scappassero ed erano spronati a camminare con le bastonate; Gesù sul calvario ha provato anche questo tipo di tortura, anche Lui si è fatto deportare.
Dio annienterà l’avversario, in un modo così sorprendente che Isaia lo paragona alla notte di Madian (Gdc.7-8) dove Gedeone, con pochi soldati, riesce, nella notte e solamente con l’aiuto della luce delle torce, a mettere in fuga un intero accampamento nemico.
Vers.4perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Sorprendentemente la speranza nasce da un rogo. Tutto ciò che ricorderà la guerra come le calzature impolverate del soldato o la sua divisa sporca di sangue, sarà ridotto in polvere come merce votata allo sterminio che appartiene solo al comandante divino. Il fuoco cancella tutta la sofferenza che c’è stata. Questo vale anche per noi solo sappiamo dimenticare il male sofferto, se lo riduciamo in polvere, possiamo ricostruire. E’ Il fuoco pasquale che purifica ogni cosa.
Vers.5 “ perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”.
È il motivo più grande di speranza. È Dio stesso che dona un bambino e questo lo capiamo dal passivo “ci è stato dato” perché nella Bibbia ogni volta che si incontra un passivo, si sottintende che l’autore è Dio.
 
Dio sta facendo un’opera unica e definitiva e in questo versetto si sottolineano gli attributi di questo bambino.
Anche se Isaia probabilmente sta facendo il discorso di intronizzazione per Ezechia, come si usava in tutto il mondo antico, si vede subito che queste 4 qualità vanno verso il divino.
“Consigliere ammirabile”. È un titolo che rimanda alla politica interna. Questo bambino sarà saggio come Salomone, capace di grandi decisioni e non folle e temerario come i suoi predecessori, e farà meraviglie cioè governerà in piena sintonia col Signore
“Dio potente”. È un titolo che riguarda la funzione politica estera e militare. Chiamarlo Dio, per gli Ebrei, voleva indicare lo stretto legame che il bambino avrebbe avuto col Signore; indica la capacità di portare a termine i suoi progetti senza che alcuno glielo possa impedire. Dio lo proteggerà e lo guiderà a favore del suo popolo.
Padre per sempre”. È un appellativo di taglio sociale. Essendo re è “padre della patria” ma la sua paternità è duratura. È un padre e quindi a servizio del suo popolo, se ne prenderà cura. Sarà padre e non padrone.
Principe della pace”. Non sarà Signore, perché l’unico Signore è Dio. È un principe non di nuove conquiste ma di pace e questa porta tutti quei beni personali e comunitari che rendono bella la vita; è lo “shalom” la vera realizzazione del singolo dentro il gruppo. (Mic.5,3-4).
E’ quello che ogni buon governante dovrebbe fare; anche se non abbiamo guerra, non abbiamo neppure pace. Pace è armonia tra il popolo e con Dio.
 
Con questo dono divino che si accompagna alla giustizia, (Sal.85,11) “giustizia e pace si baceranno”, si chiude questa scena sulla speranza. Non è la speranza in un sogno, non è un mito, è la speranza in un bambino che diventerà uomo. Una speranza concreta, con risvolti sociali, che si occuperà soprattutto dei miseri e dei deboli. Politicamente impotente e ridotto in schiavitù, Israele può sperare nella liberazione e nella salvezza unicamente in virtù dell’onnipotenza del suo Dio che, nell’ora decisiva, susciterà colui che diverrà suo strumento.
E’ importante “l’ora decisiva” ecco come Giuditta  parla agli anziani a Betulia;”Se non siete capaci di scorgere il fondo del cuore dell’uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potrete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri o comprendere i suoi disegni? No, fratelli, non vogliate irritare il Signore nostro Dio. Se non vorrà aiutarci in questi 5 giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere da parte dei nostri nemici. E voi non pretendete di impegnare i piani del Signore Dio nostro, perché Dio non è come un uomo che gli si possano fare minacce e pressioni come ad uno degli uomini. Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido se a Lui piacerà” (Gdt.8,14-17); ed ecco come parla Gesù “Padre, se vuoi allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc.22,42).
 
È la speranza in un Messia, qualcuno mandato da Dio, qualcuno di cui Isaia riparlerà nel cap.11,1-9 e che ci sarà dato dallo “zelo del Signore”.
Vers.6 “Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, ed egli viene a consolidare e rafforzare ora con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti”.
Zelo è una parola che si usa in ebraico per indicare la “gelosia” come amore ardente ed appassionato. È grazie a questo amore di Dio che noi riceviamo tutti i doni anche quello della pace, della libertà e della luce che sono portati dal Messia.
Dobbiamo credere che l’ultima parola, anche in un momento terribile della nostra vita, è data da Dio col suo amore appassionato su noi. Alla fine le tenebre non l’avranno vinta. “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal.126,5-6).
 
Nella messa di Natale si legge sempre questa lettura, perché la Chiesa ha fatto questa scelta? Perché, per noi, il Messia è Gesù, quel bambino di Betlemme, della stirpe di Davide. È importante che sia un bambino perché dire bambino vuol dire semplicità, debolezza, piccolezza, umiltà proprio come nella profezia. Il bambino è il segno di come Dio agisce nella storia, nella nostra vita, con la piccolezza e la debolezza.
Questo testo viene citato dall’evangelista Matteo per indicare l’inizio del ministero pubblico di Gesù quando dice: “convertitevi, il regno di Dio è vicino” e quando dice che Gesù lasciò Nazaret ed andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e Neftali” (Mt4,13.17).
Con Gesù inizia quel regno di pace di cui parla Isaia. Gesù sarà un Messia-bambino che viene nella debolezza del bambino; un re che non si impone con la forza anche se è capace di instaurare un regno portando sulle sue spalle la croce come manto regale che “consolida e rafforza”.
E’ uno strano Messia, che si dichiara luce del mondo, via verità e vita, portatore di pace, che usa la mitezza come arma, ma è perdente agli occhi degli uomini. Con Lui si chiude il libro del profeta Isaia e, proprio la liturgia odierna, ce lo indica  perché: dopo aver letto il brano del profeta Isaia, Gesù arrotola il papiro (chiude il libro) e dice che “oggi si è compiuta la profezia”.
Gli errori hanno delle conseguenze su tutti che noi neanche immaginiamo, la salvezza ha dunque un costo ma, tale costo, è saldato da Dio stesso per mezzo di quel bambino “cha viene a visitarci dall’alto…” (Lc.1,78-79).
 
 
Spunti di riflessione
 
1)     Luce, libertà e pace sono le promesse ad un popolo che si trova nelle tenebre.
C’è qualcosa, in questo momento concreto della vita, che mi fa sentire al buio? Che cosa mi fa sentire schiavo? Cos’è che mi toglie la pace?
 
2)    I doni arrivano da Dio attraverso un Bambino.
Qual è il piccolo dono di Dio, una persona, una cosa, un avvenimento, nella mia vita di oggi, che diventa motivo di speranza, che mi fa credere che sia possibile un cambio? Attraverso quali segni mi accorgo che Cristo sta lavorando nella mia vita?
 
3)    Zelo. Credo che Dio mi ami di un amore appassionato e geloso? Credo che le sue promesse di pace, libertà e luce, valgano anche per me?
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LECTIO DIVINA 2018-2019
 
 
Is 21, 6-11
 
LA SENTINELLA NELLA NOTTE. “AL POSTO DI OSSERVAZIONE, SIGNORE” *
 
 
I primi 10 vv. del cap. 21 compongono un oracolo che contempla la caduta di Babilonia, avvenuta nella seconda metà del VI sec. a.C. Storicamente la caduta di Babilonia, per mano di Ciro re dei Persiani, si rivelerà una benedizione per gli Israeliti, perchè porrà fine al loro esilio permettendo il ritorno in patria e la ricostruzione del tempio; ciononostante qui il profeta è fortemente scosso, terrificato, non gioisce affatto per la distruzione degli avversari.
 
Possiamo individuare due strofe: vv.1-5: la visione; e i vv. 6-10: la spiegazione della visione.
 
vv. 1-5: La visione è angosciante: l'avanzata di Elamiti e Medi (popolazioni persiane) è descritta come una tempesta che si scatena, un turbine che avanza. Saccheggio, distruzione e morte: il profeta è turbato a questo spettacolo, che sconvolge i suoi sentimenti: “reni” (v. 3) qui significa “tutto il sistema affettivo”. Al v. 5 si parla di tavole imbandite, si mangia e si beve: secondo Erodoto, storico greco che scrive meno di un secolo più tardi, Babilonia, già assediata, si abbandona alle gozzoviglie più sfrenate e cede all'assedio, inabissandosi in questa palude tempestosa.
 
E ora veniamo al nostro brano: vv. 6-10
 
La visione viene adesso interpretata in modo più esplicito. Il profeta ce l'ha annunciata, con la sua più commossa e intensa partecipazione affettiva; ora il profeta spiega quella visione. Il fatto è che il Signore gli ha detto:
 
vv. 6-7: «Va', metti una sentinella che annunci quanto vede. E se vedrà cavalleria, coppie di cavalieri, uomini che cavalcano asini, uomini che cavalcano cammelli, allora osservi attentamente, con grande attenzione».
 
Ci vuole qualcuno che osservi; in realtà questa sentinella è proprio lui, il profeta. È lui che viene messo di vedetta; ed è come se dicesse: «Mi capita di essere spettatore di questo evento, mentre coloro che vi sono coinvolti sono storditi, annebbiati, ciechi, impazziti, tutti intenti ad organizzare le loro gozzoviglie».
 
v. 8: «La vedetta ha gridato: "Al posto di osservazione, Signore, io sto sempre lungo il giorno, e nel mio osservatorio sto in piedi, tutte le notti"». Il profeta non guarda la realtà dallo stesso punto di vista da cui la guardano gli altri: il profeta guarda da una prospettiva privilegiata, che è quella di Dio (cf. Ap 4,1: «La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: "Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito"».) È un punto d'osservazione privilegiato, alto, conseguenza della comunione e condivisione che il profeta ha con Dio, nella sua vita di preghiera. Il profeta, grazie alla sua frequentazione di Dio, ha sul mondo, sulla realtà, lo stesso sguardo di Dio.
 
«… lungo il giorno e tutte le notti...»: il profeta veglia quando tutti gli altri dormono, ha gli occhi aperti quando tutti gli altri li chiudono (cf. 1Ts 5,6: «Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri»). Sobrietà e vigilanza in un mondo di frenesie e  ubriacature che annebbiano la vista e fanno perdere lucidità, tanto che non si è più consapevoli di quanto sta accadendo: ecco il profeta che scruta Babilonia.
 
v. 9: «Ecco, qui arriva una schiera di cavalieri, coppie di cavalieri. Essi esclamano e dicono: "È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi"».
 
Il profeta che sta di sentinella scorge un movimento all'orizzonte: si solleva polvere e si delineano delle figure, che man mano si precisano, dei cavalieri, disposti a coppie, ma non sono un esercito che attacca: sono i messaggeri che annunciano la catastrofe di Babilonia, come la visione aveva preannunciato. Non troviamo qui, come pure sarebbe plausibile, parole di recriminazione o di soddisfazione da parte del profeta («...finalmente è caduta Babilonia; ci siamo rifatti; ci siamo potuti vendicare...»): la disfatta riguarda un nemico d'Israele, ma il profeta assiste sconvolto, non compiaciuto.
 
v. 10: «O popolo mio, calpestato e trebbiato come su un'aia, quanto ho udito dal Signore degli eserciti, Dio d'Israele, a voi l'ho annunciato».
 
         Bella l'immagine a inizio verso: lett. “mia trebbiatura e figlio della mia aia”: il popolo è come il risultato dell'azione del profeta, che, con la Parola di Dio percuote, batte, calpesta e trebbia il grano, per liberarlo dalla pula, dalla paglia e da tutto ciò che nella spiga imprigiona il chicco di grano. È un'azione non tenera la trebbiatura, si fa con attrezzi di ferro, ma il risultato è una purificazione che permette di raccogliere il buon grano: questo fa il profeta annunciando la Parola (cf. Gv 15, 3: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato”). Il popolo è gia stato trebbiato e calpestato, perché Gerusalemme è già caduta da tempo: ora è la volta di Babilonia, verso la quale il profeta sembra mostrare profonda compassione.
 
         Qui il profeta svela di essere lui la sentinella, alla quale il Signore ha fatto vedere e udire la visione, dichiarando, inoltre, di avere compiuto la propria missione di annunciare fedelmente la visione al popolo.
 
v. 11: «Oracolo su Duma. Mi gridano da Seir: "Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?"».
 
Qui inizia un nuovo oracolo, abbastanza enigmatico, composto di due soli vv., una domanda (v.11) e una risposta oscura (v.12). A noi interessa la domanda per riflettere ancora un po' sul ruolo di sentinella del profeta, o di una comunità che vuole essere profetica. “Quanto resta della notte?” La domanda costringe la sentinella a scrutare il cielo stellato, per capire a quale punto del suo corso è giunta la notte; è una domanda che fa volgere a Oriente, da dove spunterà la luce dell'aurora. La sentinella attende con trepidazione l'aurora, e ne sa indicare i segni al suo avvicinarsi.
 
 
Il profeta è sentinella per definizione: appartiene alla sua carta d'identità l'essere sentinella. Anche altri profeti, oltre Isaia, ricevono la stessa missione: Ab 2,1; Os 9,8; e soprattutto Ez 3, 17-21 (cf. 33,1-9).
 
L'opposto del profeta-sentinella: Is 56,10-11.
 
Ma il profeta non si accontenta mai solo di denunciare il male: sempre annuncia anche il bene, la speranza, la salvezza: Is 52, 8; 62,6-7.
 
Due termini per “sentinella”: al v. 6 dal verbo  hp'c' (“spiare, scrutare”)  e al v. 11 dal verbo  rm;v'  (“osservare, sorvegliare, custodire”); al v. 8 troviamo entrambi i verbi a comporre i sostantivi: “posto di osservazione” e “osservatorio” .
 
Ma questi due verbi (o i relativi deverbativi) li troviamo anche riferiti a Dio e all'uomo, sebbene a volte la traduzione italiana riporti “guardiano, custode, ...”:
 
Dio come sentinella: Zac 9,8; Sal 127, 1; 121, 3-5.
 
L'uomo sentinella di ogni uomo: Gen 4, 9.
 

 

   
 
*              Il tutto liberamente tratto da A. Mello, Isaia. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (MI) 2012;
 
               L. Alonso Schökel – J.L. Sicre Diaz, I Profeti, Roma 19963; Pino Stancari, Fino a quando, Signore? Una lectio divina del libro di Isaia, Genova 2009.
 
 
 
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Isaia 26,1-13

 
I cap. dal 24 al 27 sono comunemente definiti l’Apocalisse di Isaia.
 

Sono pagine scritte dal profeta in un tempo molto oscuro di Israele e scrive per aiutare il popolo a capire la situazione drammatica che sta vivendo, per vedere la mano di Dio che sta agendo anche dentro questa terribile situazione.
 
Tutti sappiamo come è difficile riuscire a vedere la mano di Dio quando tutte le cose vanno male nella nostra vita e, per contro, come siamo restii a ringraziare quando le cose sono tranquille, quindi non stupiamoci che il profeta continui con le sue esortazioni, bisogna essere continuamente vicini a coloro che hanno bisogno, non basta una volta sola.
 
Questa prima parte del cap. 26 viene comunemente suddivisa nei vv.1-6 come inno di vittoria e nei vv. 7-12 come salmo ma, il capitolo cambia totalmente dal vers.16 in cui predominano i toni del lamento. Tutti i restanti versetti del brano sono invece, il testo più antico che parla sulla risurrezione concludendo che tutte le nostre iniquità e le nostre giustizie passeranno per la morte, ma solo queste ultime vedranno la risurrezione.
 
Il brano odierno mette in luce che, la nazione giusta che si mantiene fedele, troverà posto nel banchetto di Dio sul monte Sion (cap.25 e cap.2,1-5) e che la visione offerta nel cap.25,8, dove si dice che la morte sarebbe stata annientata per sempre, è valida solo per la nazione giusta o per l’individuo giusto che riconosce il nome di Dio.
 
Secondo Isaia il peccato del popolo di Dio, nel corso della storia, era quello di allontanarsi dalla via della fede infatti Efraim aveva confidato nella Siria e non nel Signore (cap.17) mentre Giuda aveva scelto di fare di sé (cap.22); Isaia sa che il popolo alla fine si rivolgerà sempre a Dio, che giustizia – fede – pace – salvezza sono le pietre miliari del popolo, pietre che sono l’autentica sicurezza in mezzo alle minacce del mondo.
- E per noi è così?      
 
In questo brano Isaia non fa nomi e così, la città eccelsa rovesciata fino a terra, è sia la Babilonia che aveva schiavizzato il popolo di Dio, che ogni nostra nazione/città in cui quotidianamente siamo schiavizzati perché non si costruisce secondo il piano di Dio, o ogni nostro problema che ci attanaglia lasciandoci a terra e senza forze. Ancora una volta l’autore vuole rassicurarci che Dio sa spianare ogni valle, raddrizzare ogni sentiero di chi confida in lui, ma, soprattutto, mette l’accento sulla giustizia: solo il giusto potrà entrare nell’altra città senza nome, la nuova Gerusalemme. “Non quella che viene calpestata dagli eserciti, ma quella acclamata dagli angeli” (san. Gregorio Nazianzeno).
Chi sono i giusti? Quelli che sanno che i giudizi di Dio mirano a dare vita e insegnano la giustizia agli abitanti del mondo.
 
In sintesi il testo odierno che cosa ci vuole dire? La storia del popolo o della nostra vita può essere attraversata su due strade, quella dell’empio e quella del giusto; sono due modi diversi di vivere che portano a due esiti molto diversi. Naturalmente non dobbiamo dividere il mondo in giusti ed iniqui mettendoci in uno o l’altro gruppo, ognuno è un po’ giusto ed un po’ empio, si cammina su entrambe le strade. Inoltre in Rm.5,6.10 si dice “Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” e “quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo” se noi fossimo giusti, Cristo, per noi, sarebbe morto invano. “Beata colpa!” (Sant’Agostino)
 
Prima parte
Nei vv.1-6 una voce, alla prima persona plurale, canta le lodi di Dio che ha eretto per i suoi giusti una città forte con mura e baluardi.
 
Vers.1) In quel giorno si canterà questo canto nel paese di Giuda: “Abbiamo una città forte; egli ha eretto a nostra salvezza mura e baluardo.
 
“In quel giorno”. È la terza elaborazione del giorno del Signore; la prima è nel vers.24,21 dove si prospetta un regno glorioso; la seconda è nei vers.25,9 dove si dice che, quel regno, è per tutti perché tutti i popoli sono invitati al grande banchetto; ora, in 26,1, ci viene detto che questo regno è formato da una città forte, una città di salvezza.
 
Vers.2) Aprite le porte: entri il popolo giusto che si mantiene fedele.
 
Bisogna “aprire” le porte di questa città fortificata ma solo i giusti hanno le qualifiche necessarie, essi hanno con Dio un rapporto in cui riconoscono che non sono giusti per i propri meriti, ma “per grazia” di Dio che offre loro la fedeltà come dono.
- Cosa mi manca per essere tra i giusti?
 
Vers.3) Il suo animo è saldo; tu gli assicurerai la pace, pace perché in te ha fiducia.
 
L’animo, i sentimenti di questo popolo, il modo di vedere la vita è risoluto a non deviare perché confida in Dio; è questa la chiave per aprire le porte della città santa.
 
Vers.4) Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna;
 
La fede non è qualcosa che finisce ma un atteggiamento da assumere. Non è la mia fede ad essere una roccia, posso anche vacillare ma è Dio ad assicurarmi che posso portare avanti il mio impegno. Il mio Dio è una roccia, cioè non cambia verso di me.
In questo versetto c’è un particolare interessante, “il Signore” è ripetuto due volte ma  è scritto in due modi diversi, il primo è yh mentre il secondo è yhwh, yh è un  diminutivo affettuoso che compare nella parola “alleluia”.
Perché Isaia è così sicuro di Dio? Cosa può dirci per aumentare la nostra certezza?
 
Vers.5) Perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto; la città eccelsa l’ha rovesciata, rovesciata fino a terra, l’ha rasa al suolo.
Vers6)I piedi la calpestano, i piedi degli oppressi, i passi dei poveri”.
 
Si apre con un “perché” che ci vuole dare una spiegazione a tanta fiducia.
Secondo il vers.24,22 la vittoria del popolo di Dio non è immediata ma si realizzerà “dopo molti giorni” quindi i verbi “ha abbattuto, ha rovesciato, ha raso al suolo”, non indicano un tempo preciso (né presente, né passato) ma indicano un tempo del Signore, cioè una decisione ferma che si potrebbe tradurre con “ha deciso di abbattere…”
La città alta, eccelsa, non è solo Babilonia ma è l’orgoglio umano, le sicurezze degli uomini che contano solo sulle proprie risorse e non più su Dio così come, la città forte, che accoglie tutte le nazioni, non è solo Gerusalemme ma è quella preparata nel cielo.
E’ la nostra particolare Babilonia quella che Dio ha già abbattuto, che deve ritornare polvere per essere ricreata ed è la Gerusalemme celeste che ci accoglierà come poveri, oppressi, che camminano nelle strade del Signore, nella polvere di Babilonia
 
Seconda parte
 
Dal vers.7 entrano in scena i giusti del Signore.
Chi è giusto per la Bibbia? Abbiamo già dato due definizioni: il giusto sa che Dio dà sempre la vita; i meriti si hanno per “grazia”. Ora si dice che il giusto è quello che vuole seguire la volontà di Dio.
 
Vers,7) Il sentiero del giusto è diritto, il cammino del giusto tu rendi piano.
 
Il giusto cammina in modo lineare, senza andare dietro a tante correnti diverse perché vede la strada spianata dal Signore stesso. Quando Dio attira qualcuno a sé, gli spiana la strada nel senso che, anche di fronte alle difficoltà, il giusto tira dritto, non si ferma, non usa delle scappatoie ma si affida a Dio. Giuseppe viene definito “giusto sposo della vergine Maria”.
 
Vers.8) Sì, nella via dei tuoi giudizi, Signore, noi speriamo in te; al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio.
 
Il giusto è colui che spera aspettando, cioè ha una fede paziente, obbediente. Vuoi che siamo il tuo popolo Signore? Noi procediamo sulla strada che giudichi, scegli tu per noi, secondo il tuo progetto, perché solo Tu sai cosa ci serve.
Nelle situazioni più pesanti bisogna attendere con speranza, perseverare nella fede, che le cose si volgano al meglio ma attendere con speranza è attendere i tempi di Dio senza cercare soluzioni alternative; è ricordare il suo nome, cioè tutto ciò che ci ha rivelato di sé stesso, i suoi atti nella nostra vita; le azioni che compiamo possiamo riconoscerle, davanti a noi stessi ed agli altri, come opere nostre (orgoglio e vanto, vanagloria) in nome nostro, o come opere di Dio, in nome di Dio, per “grazia”.
- So aspettare i tempi di Dio nelle diverse situazioni della mia vita? So perseverare nella fede? Cosa vuol dire perseverare?
 
Vers.9)La mia anima anela a te di notte, al mattino il mio spirito ti cerca, perché quando pronunzi i tuoi giudizi sulla terra, giustizia imparano gli abitanti del mondo.
 
Il desiderio si volge a Dio giorno e notte; la notte è il buio della vita, quando non si vede via d’uscita.
- Tutto il nostro desiderio è rivolto al Signore oppure Dio è una delle tante cose importanti? “Al mattino io ti invoco e sto in attesa…” (Sal.5,4).
- Ci facciamo ammonire, riprendere, accettiamo le correzioni di Dio che spesso ci vengono da chi è vicino e ci ama, oppure pensiamo di poter avere un rapporto esclusivo con Dio e quindi di sapere già tutto e non accettiamo la comunione con i fratelli?
Il giusto, che fa la giustizia di Dio, sa ascoltare i fratelli che lo circondano. Nel film “main list” il protagonista che aiuta tanti Ebrei durante la guerra, verrà sepolto come Giusto perchè ha ascoltato il grido del popolo ebreo ed il piano di Dio per salvarli.
 
Ricapitolando i giusti camminano sulla via diritta (comandamenti) (vers.7); aspettano o sperano nel Signore (vers.8); lo desiderano (vers.9)
 
Vers.9-10) Si usi pure clemenza all’empio, non imparerà la giustizia; sulla terra egli distorce le cose diritte e non guarda alle maestà del Signore.
Signore, sta alzata la tua mano, ma essi non la vedono. Vedano, arrossendo, il tuo amore geloso per il popolo; anzi, il fuoco preparato per i tuoi nemici li divori.
 
Qui entrano in gioco gli empi.
L’empio come percorre la strada della vita?
Dio ha tre modi per mostrarsi: la grazia, una pausa di tranquillità o con la mano alzata. Dio può accompagnarci ma anche lasciarci andare perché impariamo a cercarlo ma per quanto Dio faccia, incontra incomprensioni, durezza di cuori e cecità.
 
La strada dell’empio è quella di un ipovedente che non cerca la guarigione perché gli basta vedere ciò che in quel momento gli fa più comodo.
L’empio non vede la “maestà del Signore” né “la mano alzata”. L’empio, allora, è colui che distorce la strada dritta, non guarda in alto, non desidera Dio, basta a sé stesso. È inutile fare grazia ad una persona così perché continuerà a non imparare, a non capire e a non vedere le opere che Dio compie; quando finalmente gli empi vedranno sarà troppo tardi. Gli esiti di due strade così diverse sono solo conseguenze di scelte umane che Dio ratifica.
 
Il mondo continua a vivere senza Dio, continua a non vedere, ma la tragedia ulteriore viene dalle conseguenze di queste scelte perché le pagano i giusti (crocifissione di Cristo).
Come potranno resistere i giusti? Dio ha stabilito un limite.
 
Vers.12) Signore, ci concederai la pace, poiché tu dai successo a tutte le nostre imprese.
 
La fine dell’empio è un vedere per poi essere consumato dal fuoco.
Alla fine della vita non resta nulla di tutto ciò che ha cercato di costruire con le proprie capacità (la casa costruita sulla sabbia). Al contrario, per il giusto, il cui destino è stato condotto da Dio, il frutto è la pace.
“Tu ci darai la pace”, Tu fai della pace il nostro destino. Qualsiasi cosa riguardi il giusto, è Dio che se ne occupa. Anche le nostre incomprensioni e cecità sono nelle mani di Dio: Dio dà salvezza.
È Lui che “compie in noi tutte le imprese” e questa è la teologia di san Paolo in cui la “grazia” ci precorre: “con l’uomo buono tu sei buono, con l’uomo integro tu sei integro, con l’uomo puro tu sei puro, con il perverso tu sei astuto” (Sal.17).
- Ricordiamo le volte in cui abbiamo lasciato fare a Dio nella nostra vita? Abbiamo sperimentato la pace?
 
Vers.13) Signore nostro Dio, altri padroni, diversi da te, ci hanno dominato, ma noi te soltanto, il tuo nome invocheremo.
 
Dobbiamo riconoscere che su di noi dominano gli idoli. L’unico modo di ottenere la pace tanto desiderata è di metterci di fronte a noi stessi e riconoscere il nostro peccato che proviene sempre da un tradimento verso Dio.
 
In questo ultimo versetto si parla nuovamente del “nome” di Dio. Vers.8 “al tuo “nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio” qui si dice: “grazie a te solo noi possiamo lodare il tuo nome”. Nonostante la nostra infedeltà, Dio mantiene stabile la relazione per “amore del suo nome”, perché il popolo che vuole essere giusto, possa ricordare il nome di Dio e così invocarlo per salvarsi.
 
Gli empi sono sempre all’opera per le strade del mondo e abbiamo tanti padroni ma il popolo della fede deve resistere perché gli iniqui conducono esistenze apparenti mentre la “nazione giusta che si mantiene fedele” è chiamata a riflettere “come in uno specchio” (2Cor.3,18) la gloria di Dio.
 
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LECTIO DIVINA 2018-2019
 
 
Is 33, 10-16
 
L'ATTESA DELLA SALVEZZA. «ORA MI ALZERO'» *
 
 
Il cap. 33 di Isaia, pur contenendo riferimenti storici, si proietta in un orizzonte escatologico, nel quale alla devastazione (33,1) che coinvolge popoli e nazioni (33, 3.12), fa seguito l'intervento decisivo e salvifico di Dio, che si alza a giudicare (33, 10.22); e il giudizio escatologico di Dio, che si rivela giudizio di misericordia e non di condanna (33, 24),  apre per Gerusalemme un'era di stabilità e di pace: Sion diviene “la città delle nostre feste!”(33, 20), vi regna “un re nel suo splendore” (33, 17), non c'è più oppressore (33, 18-19), nè povertà o malattia (33, 23-24). Questo giudizio si compie attraverso un fuoco purificatore (33, 11-12.14), come già annunciato in Is 1, 25.
 
v. 10  Il nostro brano (vv. 10-16) si apre con le parole di Dio, che si alza in piedi: questo movimento è espresso da tre verbi in progressione, che indicano non solo un movimento verso l'alto, ma anche un'esaltazione o una glorificazione: Dio decide di agire, e questa azione manifesta la sua grandezza, la sua gloria (vedi v. 13). Il primo dei tre verbi ( ~wq : sorgere, risorgere ) è uno dei verbi tecnici della resurrezione: è come se Dio, finora in preda ad un sonno (addirittura il sonno della morte), adesso si svegliasse e si alzasse in piedi, deciso ad agire, ad intervenire. I tre verbi sono preceduti, ognuno, da un avverbio di tempo: un insistente “ora, adesso”. È il kairo.j , il momento favorevole del giorno della salvezza (2Cor 6, 2): Dio agisce ora, nel presente, nel nostro presente.
 
“Ora mi alzerò, dice il Signore”: la stessa identica espressione si trova in Sal 12,6, che dice così: “Per l'oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, ora mi alzerò, dice il Signore, metterò in salvo chi è disprezzato”. Dunque si conferma essere un'espressione che indica la decisione di Dio d'intervenire a favore di chi ha bisogno di salvezza.
 
v. 11-12  I popoli, che hanno devastato Sion (vv. 1-9), e che sono oggetto del “Guai a te!” fin dal v. 1, hanno un titolo (“devastatore”), ma non un nome: possono essere gli Assiri, i Babilonesi o qualunque altro impero di turno (come troveremo in Ap); hanno creduto di essere i dominatori, coloro che con il loro potere hanno in mano il comando, che hanno concepito e realizzato piani di conquista: ma tutto ciò non è che paglia e fieno, ésca per il fuoco, che in un attimo li divorerà. [Qui c'è un'incertezza testuale: alcuni traducono “il mio (= di Dio) soffio”, altri traducono “il vostro (= dei popoli devastatori) soffio”. In questo secondo caso il testo significherebbe che la loro stessa vita (soffio = soffio vitale) li porterà alla rovina]. L'immagine del fuoco, frequente nei contesti di giudizio, indica una distruzione ma allo scopo di purificazione, non per annientare, ma per far emergere il meglio, per salvare, appunto.
 
 
v. 13  Ora vengono chiamati in causa i convocati a giudizio, e questi non sono solo i lontani (i popoli stranieri), ma anche i vicini, il popolo di Sion, come vedremo nel v. dopo. Dunque il giudizio riguarda tutti, tutti gli uomini conosceranno la forza di Dio, faranno esperienza intima (questo significa il verbo  hdy ) della sua potenza, non c'è nessuno che non sia coinvolto in questo agire di Dio, siamo tutti parenti in questa storia sbagliata – sbagliata, perché segnata dal peccato di tutti – dentro la quale Dio interviene. Se potevamo avere l'impressione, fino a qui, che il giudizio di Dio fosse solo contro alcuni (i popoli devastatori) a vantaggio di altri (Sion), ora scopriamo che, in realtà, il giudizio è rivolto contro tutti e a vantaggio di tutti, lontani e vicini!
 
v. 14  I peccatori e gli empi, che si trovano a Sion,  tremano di spavento. L'azione di Dio contro i popoli devastatori provoca un sacro timore, in virtù del quale affiora la coscienza della propria colpevolezza. Sgorga così un consultarsi a vicenda, che contiene la consapevolezza di una incompatibilità. Dio, che si manifesta innalzandosi nella sua gloria (v. 10), svela spietatamente la nostra indegnità, e la nostra reazione è come quella di Isaia nel tempio (Is 6, 5: “Ohimé! Io sono perduto..., sono un uomo dalle labbra impure in mezzo a un popolo dalle labbra impure...”).
 
Il Signore si è rivelato come fuoco che raggiunge i lontani: chi potrà avvicinarsi?
 
Di fronte a una domanda, simile a questa, rivoltagli dai discepoli (“E chi può essere salvato?”), Gesù risponderà: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” (Mc 10, 27). Ribadendo così, se ce ne fosse bisogno, che la nostra salvezza è più opera sua che opera nostra.
 
Nel cap. 6, Dio, dopo aver toccato le labbra di Isaia con un carbone ardente, gli dice: “Ecco... è scomparsa la tua colpa” (6, 7); e anche nel nostro testo, alla fine del capitolo, troviamo la stessa constatazione: “Il popolo che vi (= a Sion) dimora è stato assolto dalle sue colpe” (33, 24). È, dunque, il giudizio di Dio, che come fuoco purifica in vista della salvezza, a permettere di abitare vicino a Lui. Questo va tenuto ben presente per poter leggere il v. successivo.
 
v. 15   È la risposta alle domande dei peccatori di Sion. Contiene una lista di condizioni, come nei Salmi 15 e 24, che venivano recitati dai sacerdoti ai pellegrini che entravano nel Tempio di Gerusalemme, per ricordare la necessità di presentarsi puri alla presenza del Signore. È una sintesi serrata, che comprende piedi, mani, lingua, orecchie e occhi: si esige che la condotta totale dell'uomo sia integra. Siamo del tutto a nostro agio con le prime quattro di queste condizioni: camminare con giustizia, parlare rettamente, rifiutare guadagni disonesti, non accettare mance per sovvertire la giustizia. Un po' meno trasparente è il significato delle ultime due: tapparsi le orecchie per non udire il sangue e chiudersi gli occhi per non vedere il male. A prima vista si direbbero due comportamenti indifferenti o evasivi, di non assunzione delle proprie responsabilità. Ma, al contrario, non udire e non vedere sono due forme radicali di dissociazione: non si tratta, quindi, di disinteresse, ma di volontaria presa di distanza. Traduce bene CEI 2008: “si tura le orecchie per non ascoltare proposte sanguinarie e chiude gli occhi per non essere attratto dal male”.
 
v. 16  Costui abiterà in alto, cioè presso Dio, dove il suo pane gli sarà dato e la sua acqua sarà assicurata: due passivi teologici che sottintendono Dio. Questo v. fa da contrappunto a 30, 20, dove si parla, invece, del pane dell'afflizione e dell'acqua della tribolazione, evocando il loro scarseggiare in tempi di siccità (cfr., al contrario, 30, 23).
 
Nei vv. 15-16 Isaia ci descrive l'immagine dell'uomo redento, come se ci volesse indicare la figura verso la quale è proiettata la sua visione profetica: l'uomo riconciliato a partire dall'intimo del cuore in tutte le manifestazioni del suo vivere. È una creatura nuova, come dice Paolo in 2Cor 5, 17-21: “[...] Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.”
 

 

   
 
*              Il tutto liberamente tratto da A. Mello, Isaia. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (MI) 2012;
 
                L. Alonso Schökel – J.L. Sicre Diaz, I Profeti, Roma 19963; P. Stancari, Fino a quando, Signore? Una lectio divina del libro di Isaia, Genova 2009.
 
 

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 LECTIO DIVINA 2018-2019
 
 
Is 37, 26-35
 
LA VITA E' IN DIO. «NON L'HAI FORSE SENTITO?» *
 
 
Siamo nel 701 a.C. Il re assiro Sennacherib ha assalito e conquistato tutte le città fortificate di Giuda (Is 36,1), ma non ancora Gerusalemme. Da Lachis, piazzaforte situata a circa 40 km a sud-est di Gerusalemme, dove Sennacherib ha insediato il suo quartier generale, il re assiro manda il gran coppiere come ambasciatore a Gerusalemme per chiederne la resa. Ezechia, re di Giuda, manda incontro al gran coppiere assiro tre suoi ministri e l'incontro avviene “presso il canale della piscina superiore, che è nella via del campo del lavandaio” (Is 36,2-3), lo stesso luogo in cui, una trentina d'anni prima, Isaia aveva incontrato il re Acaz, padre di Ezechia, al tempo della guerra siro-efraimita (Is 7,3): l'intento del redattore appare chiaro, mettere a confronto la figura del re incredulo (Acaz) che attira su di sé la rovina di Gerusalemme, con la figura del re credente Ezechia che, invece, ne provoca la salvezza.
 
Il discorso del gran coppiere, inviato assiro, è una parodia della fede d'Israele: che razza di fiducia è mai questa? Come si può pensare di vincere una guerra con la semplice fiducia in Dio? “Domando: forse che la sola parola delle labbra può essere di consiglio e di forza per la guerra?” (Is 36,5). Guarda gli altri popoli intorno a te: i loro dei li hanno forse salvati dal re d'Assiria? (Is 36, 18-20). Detto in altri termini, pensi che la sola fede ti possa salvare? [Paolo di Tarso risponderebbe: “Esatto! Perché se con la tua bocca proclamerai: "Gesù è il Signore!", e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9).]
 
Tu, Ezechia, non hai la forza di salvare il tuo popolo; facciamo una scommessa: se hai duemila uomini da mettere in sella come cavalieri, duemila cavalli te li regalo io (Is 36,8). Ma Ezechia non li ha, duemila cavalieri. [Sempre Paolo di Tarso risponderebbe: “Ma è proprio nella mia debolezza che si manifesta pienamente la forza di Dio. Quando sono debole, è allora che sono forte!” (2Cor 12, 9-10).]
 
Gli emissari del re Ezechia non rispondono nulla (Is 36,21): tornano dal re, riferiscono, consegnano nelle sue mani la lettera del re d'Assiria, Ezechia la legge (Is 37, 14) e come reagisce? “Ezechia prese la lettera dalla mano dei messaggeri e la lesse, poi salì al tempio del Signore, l'aprì davanti al Signore e pregò davanti al Signore” (Is 37, 14-15). Alle provocazioni di chi tenta di minare alla base la sua fede, Ezechia risponde proprio con un atto di fede: va ad aprire il cuore davanti al suo Dio, prima lo contempla e poi lo invoca (Is 37, 16-20). Abbiamo qui un bell'esempio di come prega l'uomo biblico: non comincia col chiedere, ma con il contemplare Dio: “Signore degli eserciti, Dio d'Israele, che siedi sui cherubini, tu solo sei Dio per tutti i regni della terra; tu hai fatto il cielo e la terra.” Contemplare Dio rimette le cose a posto, permette di vedere la situazione nelle sue giuste proporzioni: ciò che s'impone non è la mia persona, né tanto meno il mio problema; la realtà prima, che sovrasta ogni cosa, è Dio, il Signore delle stelle (“gli eserciti” sono le schiere celesti), il nostro Dio, che siede sui cherubini, l'unico Dio per tutti i regni della terra, anche di quelli che non lo sanno, Colui che ha fatto il cielo e la terra. La differenza sta tutta qui: in Dio. “È vero, Signore, i re d'Assiria hanno devastato le nazioni e la loro terra, hanno gettato i loro dèi nel fuoco; quelli però non erano dèi, ma solo opera di mani d'uomo, legno e pietra: perciò li hanno distrutti” (Is 37, 18-19). Solo alla fine della preghiera giunge l'invocazione e la richiesta di aiuto: “Ma ora, Signore, nostro Dio, salvaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu solo sei il Signore” (Is 37,20).
 
La risposta di Dio alla preghiera di Ezechia giunge attraverso il profeta Isaia, che era stato interpellato appositamente dal re (Is 37, 2-5).
 
E qui giunge il nostro brano, una sentenza da parte del Signore contro Sennacherib, in tre parti: la prima (vv. 22-29) ha un taglio quasi sarcastico: “ti deride, ti sbeffeggia la figlia di Sion...”; si regge su un contrasto, tra ciò che Sennacherib crede di essere e ciò che in realtà è: una bestia da soma (“ti metterò l'anello al naso e il morso in bocca”, v. 29).
 
Sennacherib vanta le sue imprese: “Io sono salito in cima ai monti, sugli estremi gioghi del Libano, ne ho reciso i cedri più alti... sono penetrato nei suoi angoli più remoti, … Io ho scavato... ho prosciugato... tutti i fiumi d'Egitto” (vv. 24-25). Il Signore, quasi con tono sommesso, che sa ancor di più di presa in giro, ribatte: Scusa, ma che, non lo sai? Sono io che ho preparato tutto questo, l'ho progettato da tempo, e ora lo sto semplicemente realizzando (v.26). Torna qui un'idea frequente nei profeti: quando un nemico prevale non è perché è più forte, così che il nostro Dio non riesca a fermarlo. Al contrario: è proprio il nostro Dio che ha stabilito che il nemico prevalga, perché, anche se lui non lo sa, sta servendo da strumento inconsapevole affinché Dio realizzi i suoi piani. “Sono io, dice il Signore, ha stabilire che sia tu a ridurre in mucchi di rovine le città fortificate” [“Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno”: così chioserebbe sempre Paolo di Tarso (Rm 8, 28)].
 
Al v. 27 torna il tono sarcastico: gli abitanti delle terre che hai conquistato, che tu hai chiamato “i più alti cedri, i cipressi migliori e foresta lussureggiante”, in realtà non è che “erba del campo, foglie verdi d'erbetta, erba di tetti, grano riarso prima ancora di maturare”: sei un arrogante, un pallone gonfiato, sembra dire il Signore, sta' bravo e tornatene a casa (v. 29).
 
La seconda parte (vv. 30-32) è un segno, anche questo non nuovo: si parla del “resto”, il “residuo superstite della casa di Giuda” che sopravviverà: quest'anno si mangerà del grano caduto a terra, cioè di ciò che è rimasto dal saccheggio dell'invasore, l'anno prossimo  si mangerà il grano che cresce spontaneamente, ma l'anno seguente si tornerà alla normalità. Il resto d'Israele continuerà a mettere radici e a fruttificare. Lo “zelo del Signore” (hw"hy> ta;n>qi) richiama l'espressione “Dio geloso” ( aN"q; lae ) che troviamo spesso a partire da Es 20,5, che indica l'amore di sposo da parte di YHWH verso la sua sposa Israele.
 
La terza parte del nostro brano (vv. 33-35) preannuncia quanto succederà: il re d'Assiria, senza scagliare nemmeno una freccia, se ne tornerà  a casa. Dio proteggerà Gerusalemme e la salverà, non perché se lo merita, ma “per amore di me e di Davide mio servo”: è di nuovo il tema della assoluta gratuità della salvezza. Che determina il mio agire salvifico nei tuoi confronti, dice il Signore, non è la tua fedeltà, ma la mia fedeltà a me stesso e alle promesse che ho fatto (in questo caso, a Davide mio servo).
 
Il capitolo si conclude con Sennacherib che, levate le tende, torna a Ninive, dove rimane. Mentre un giorno si trovava nel tempio del suo dio, il dio Nisroc, i suoi due figli lo colpirono di spada ed egli morì: il suo dio non lo salvò, a riprova che solo il Dio d'Israele è l'unico Dio vivente, l'unico salvatore; gli altri dei non sono che idoli, opera di mani d'uomo, legno e pietra (Is 37,19).
 
 
Altri testi per la preghiera: Sal 115 (113B); Sal 135 (134); Sal 139 (138); Rm 8, 28-39.
 
 

 

   
 
*               Il tutto liberamente tratto da A. Mello, Isaia. Introduzione, traduzione e commento, Cinisello Balsamo (MI) 2012;
 
                L. Alonso Schökel – J.L. Sicre Diaz, I Profeti, Roma 19963; P. Stancari, Fino a quando, Signore? Una lectio divina del libro di Isaia, Genova 2009.
 
 
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