Lectio Divina 2026/2027
Incontro introduttivo alla Lectio Divina
Domenica 20 settembre 2026
Questa giornata di fraternità che ci introduce nel nuovo ciclo annuale di lectio si è tenuta nella bella dimora storica di Marina di San Nicola della nostra amica Elisa Fiocca. E’ iniziata alle 12 con la preghiera dell’Angelo che annuncia la nascita di Gesù a Maria, e il Vangelo del giorno.
Ci ha guidato don Gianni in questo momento meditativo, di ritrovo e anche di partenza. Il suo pensiero è partito da una parola semplicissima che ha ispirato l’Assemblea Diocesana di qualche giorno fa. In Ezechiele 16 Yahweh passa accanto alla ragazza persa nel suo sangue, metafora di Israele, e le dice “Vivi nel tuo sangue”. Possiamo tradurlo con “Voglio che tu viva”. E’ l’espressione del disegno di Dio, un progetto che riguarda il vivere dell’uomo, non il suo trascinarsi e morire.
Da qui un interrogativo per noi: quali e chi sono i fondamenti della vostra vita? Su chi pensiamo di poter contare e dove troviamo la nostra fiducia?
Don Gianni ci ha suggerito quattro parole sulle quali riflettere e confrontarci:
- Dio - Ringraziandoci per la perseveranza in questo percorso di ricerca dell’Oltre, del trascendente, don Gianni ha indicato i diversi temi ipotizzati per questo ciclo di lectio: l’educazione, la preghiera, l’unità. In un mondo che cambia ed in cui il cambiamento è il segno di ciò che accade, alla fine è lo Spirito a cui ci si rivolge che fa discernimento, decide l’Amore, la Passione. Come già detto tante volte la lectio divina non è un corso, non si va da uditori ma è una condivisione; ci si ritrova insieme per condividere una vision e una missio; per aderire ad una filosofia della vita e per scoprire che c’è un compito. La lectio dunque ha a che fare con Dio, è un cammino spirituale; è un percorso all’interno del quale c’è trascendenza, ricerca, orazione, Messa, Confessione, compito, vocazione, ciò che serve a incarnare una Parola e nello stesso tempo a servire una vita.
- Umanità – In questo tempo, in questa quarantena dell’individualismo, la scelta del tema del percorso non è importante in sé, ma per il fatto di mettere in gioco la capacità di ascolto, di attenzione e di fiducia; in qualche modo è in gioco la fede. E’ indubbio che noi siamo sempre più isole piuttosto che arcipelaghi e quando parliamo di Chiese “vuote”, intendiamo dire che la Parola non è più capace di dire qualcosa alla gente, e la gente, appunto, va altrove per trovare le risposte di cui ha bisogno. La Chiesa non è più il luogo di riferimento; tutti si interpellano sul perché ma in realtà è molto semplice: lavorando sei giorni alla settimana, in un set che comprende anche i figli e la casa da sistemare, il mondo si riduce. Ma ci interessano i fenomeni che avvengono tra le persone e che potremmo inquadrare accanto alla parola “Umanità”, nella parola
- Comunicazione – Oggi viviamo la fatica della comunicazione. Ci sono linguaggi diversi, mode culturali, attenzioni distratte, persone che recitano una parte, fatica di confidenza e di intimità; è più facile parlare attraverso i post che comunicare telefonicamente. Ci sono modalità diverse di aggregazione: non esiste più tanto l’esperienza del gruppo, prevalgono le relazioni duali, in cui la cosa importante è garantirsi di non essere soli. Viviamo una comunicazione routinaria, strumentale, che senza accorgercene, come nell’ambiente professionale, è legata alla prestazione. Il problema non è riportare la gente in Chiesa, ma interrogarsi sul senso per quelli che sono all’interno della Chiesa, sul come e perché ci sono.
- Chiesa – In un dato momento storico era riferimento, ospitalità, e oggi rischia di essere resistenza, riduzione all’essenziale, fatica a trasformarsi in questo mondo che cambia ed in cui noi, invece, continuiamo a fare sempre le stesse cose: Messa, Catechesi, Pastorale, Carità, senza accorgerci che il mondo va per altre strade. Non serve accogliere quelli che stanno fuori; serve fare corpo, serve che ci sia un’anima; rischiamo di smarrirci in questo tempo di dispersione. C’è l’esigenza di rifare la Chiesa, non basta celebrare rievocazioni: ogni giorno, quotidianamente, bisogna mettere un mattone sull’altro ed essere capaci di intuire la forma nuova che deve assumere la fede e la Parola nella Storia, distaccandoci dalla forma antica che sta finendo. Non basta un raduno in rete, non basta il pezzetto di volontariato che si fa una volta alla settimana, lasciando altrove la nostra vita; la Chiesa ha bisogno di essere costruita. Siamo chiamati da Dio ad un obiettivo di edificazione spirituale, una vita di fatti, non solo di intenzioni del cuore. Anche nella Chiesa, oggi, ci sono differenze: qualcuno potrebbe non credere più alla preghiera di Gesù in Giovanni 17.21 “Perché tutti siano una cosa sola”. Ognuno decide a modo suo, senza quella sintonia che forse c’era prima.
- Mondo – La vita corre, lo spirito è un legame esile come il vento ed il Sinodo inteso come cammino insieme è un orizzonte del futuro; quello che avevamo iniziato è già praticamente morto e la gente ha tanti interessi tranne questi.
Secondo don Gianni la più grande intuizione di Papa Francesco è stata quella di indicare l’Oikos (casa comune) come il punto di convergenza di tante diversità: l’attenzione al mondo in cui viviamo, alla pace, alla giustizia, all’ambiente. Dovremmo scegliere come priorità questa capacità di mettere insieme, di fare link, di vedere dove sta l’essenziale. Non c’è incontro autentico - diceva Benedetto XVI - se non c’è ascolto del reale, di ciò che accade, se non c’è il discernimento che porta a dire “in questa storia, Signore, dove sei?” Perché il nostro grande problema è che abbiamo tante belle cose, ma non sappiamo dov’è Lui.
- Ascolto – Potremmo lavorare sull’ascolto che non c’è, sull’attenzione; in questo la lectio è una sorta di palestra dell’anima, dello spirito. Si esalta meno dei gruppi di preghiera, non è il fissismo liturgico che richiede osservanza dei rituali: il nostro specifico è il fatto che siamo uno spazio in cui ci si rivolge. Dio si rivolge a noi e questa è la cosa più inaudita, quella che non abbiamo mai capito: che si sta di fronte a Lui, al Suo mistero non perché ci si fa un immagine o Lo si rappresenta, ma perché Lui, Uno che è Mistero, ha deciso di manifestarsi “parlando”. E’ la Parola il grande Sacramento: questo Signore decide di avere a che fare con me, mi raggiunge, mi riconosce come uno a cui può rivolgersi, che può dargli ascolto, attenzione, risposta, come uno che può entrare dentro una compagnia, esprimere una confidenza; non come tra noi che non ci ascoltiamo più e non facciamo attenzione gli uni agli altri. E’ paradossale che nell’era del digitale, della comunicazione, abbiamo chiuso le orecchie, abbiamo chiuso gli occhi e il cuore e riduciamo la relazione con l’altro soltanto a cose materiali, funzionali. Cosa impedisce, oggi, che l’uomo sia capace di ascolto, di Dio ma anche ascolto di sé, dell’altro, del mondo, di ciò che accade? Sicuramente la fretta, le distrazioni, i molteplici input che non ci permettono di “eleggere” ciò che è importante. La grande questione su cui oggi dobbiamo ragionare è il nostro tempo: che ci sia un’oggettiva questione di gestione del tempo ma anche il rischio che il tempo sia un alibi per non affrontare davvero noi stessi e l’altro.
Ci sono maschere che nascondono timori, siamo fuggitivi dinanzi al confronto e c’è l’epistemologia del sospetto, il pensare che l’altro ci parli attraverso la metacognizione, in modo strategico. C’è sicuramente un “andar in cerca” nei social ma di quello che ci conferma, leggiamo soltanto quelli che la pensano come noi, e in tutto questo è in gioco l’autorevolezza; il fatto di rivolgersi a qualcuno perché gli dai peso, Kavod (gloria) in ebraico.
Come diceva don Tonino Bello, l’unico linguaggio credibile è quello delle opere, dei gesti, dei fatti, della vita; non basta rappresentare, esprimere desideri, la nostra unica parola rimane Shemà Israel Ascolta Israele, la preghiera del pio israelita che l’ebreo osservante ripete tre volte al giorno, nella consapevolezza che Dio parla, sempre, anche nei momenti in cui c’è aridità, nella misura in cui sei paziente e lo ascolti .
- Fiducia – La libertà è da intendersi come responsabilità, deve esserci un rapporto tra intenzioni e vita, perché è questo che alimenta la fiducia. C’è un incontro “autentico” quando una persona viva è portatrice di una parola di orientamento, di senso, quando c’è rispetto per l’altro, per la sua originalità e diversità che va riconosciuta.. Quando condividi qualcosa, qualcuno, non solo velleità, idee…Siamo come una radio, ricevente ed emittente: a volte non riceviamo le onde e perdiamo la sintonia; dobbiamo cercare di nuovo il canale e così funziona con Dio, con noi stessi, con l’altro, con il mondo. Non siamo “a contatto”: dobbiamo fare un esercizio di decisione per essere presenti a noi stessi prima ancora che all’altro, non è automatico. In questo senso ci sono dei modi per ascoltare; noi avremmo dovuto crescere nell’ascolto. Ma prima di essere emittente, dobbiamo essere riceventi, metterci in quella condizione di silenzio interiore che permette di accogliere e di non ribellarci, di essere attenti, non di difenderci, perché lo Spirito è lì per salvarci, non per giudicarci
Ecco, prima di cominciare, sintonizziamo i canali, facciamo questo gioco semplice di metterci in sintonia, altrimenti non c’è tutto il resto.
E voi – ci chiede don Gianni – perché dovreste ascoltare me nella lectio? Io me lo sono chiesto per tutta l’estate. C’è un mare di gente che non mi ascolta di giorno, e dovrebbe ascoltarmi nella lectio? Non c’è l’autorevolezza che potrebbe avere don Andrea, eppure la cosa straordinaria è che Dio, che si manifesta parlando, passa attraverso la mia parola, povera, irrilevante. Dobbiamo fare attenzione a come parliamo, i ragazzi di 9,10,11 anni parlano un’altra lingua, noi non l’abbiamo imparata. Nelle nostre catechesi non ci accorgiamo che non c’è attenzione.
Un suggerimento di lettura riguarda un articolo di Paolo Gamberini pubblicato a settembre 2026 sulla rivista on-line Settimana News e ripreso da Comboni 2000, dal titolo “Dove dite che io sia?” (All.) Ci dice che in questo processo di autosecolarizzazione nel quale ci troviamo, dovremmo essere capaci di interpretare ma non lo facciamo più e la vita, dunque, viene interpretata altrove. Sarebbe interessante interrogarsi su quale Dio viene detto nelle parole che la Chiesa pronuncia oggi, perché probabilmente la Chiesa dice tante parole ma non Dio; in questa grammatica simbolica dovremmo essere capaci di non ridurci allo spirito del tempo; dire Vangelo non nelle forme storiche ma in forme nuove, capaci di intercettare la domanda dell’uomo; non sempre tenute a rispondere ma ad accompagnare la ricerca che l’uomo comunque fa. Perché anche se non c’è Dio non vuol dire che non ci sia il senso e che l’uomo non si interroghi.
A seguire, nel pomeriggio, don Gianni anticipa che la lectio di quest’anno potrebbe essere sull’ascolto. Dopo aver trattato tanti temi, diamo compimento a questo percorso riflettendo che è stato un cammino di dialogo, una sorta di colloquio interiore, in modo che ci rimanga. Si potrebbe partire 11 ottobre, ed è un cammino libero, viene chi vuole, non siamo noi a decidere ma viene chi lo Spirito chiama. Come dice il Vangelo di oggi, si può essere raggiunti anche all’undicesima ora. Si tratta degli “ultimi che saranno primi” anche se in questo mondo sembra che siano sempre gli spavaldi a stare davanti.
Le date in programma dovrebbero essere queste:
Inizio 11 ottobre
Seguiranno 4 lectio a cadenza di due domeniche alterne al mese con pausa a Natale:
25 ottobre; 8 novembre; 22 novembre e 13 dicembre.
Ci ritroveremo poi domenica 10 gennaio per il ritiro di Natale.
Di nuovo 4 domeniche:
24 gennaio, 14 febbraio, 28 febbraio e il 14 marzo, che precede la domenica delle Palme (21) e la domenica di Pasqua (28). Il ritiro di Pasqua si farà domenica 11 aprile. Dopo avremo ancora quattro domeniche: 25 aprile, 9 maggio, 23 maggio 13 giugno, il 27 giugno con suggerimento di ritiro finale ed esercizi spirituali per 27, 28 e 29 al Monastero di Bose.
Per la partecipazione alla lectio don Gianni suggerisce una fondamentale continuità; come sappiamo si tratta di un percorso e non di un evento puntuale.
I temi possibili, ancora da selezionare, connessi all’ascolto, partono da quello principale già citato che è Shemà Israel. Nella narrazione di Genesi, una cosa che colpisce nel racconto è che per dieci volte, si ripete “E Dio disse…”. All’inizio, per offrire di sé, c’è questa affermazione di un Dio che dice…
Un’altra domanda essenziale è “Adamo, dove sei?”, la prima parola che Dio rivolge all’Uomo.
Ancora, nell’Antico Testamento, Mosè é davanti al roveto ardente e una voce gli dice: “Mosè, Mosè, togliti i sandali”.
Elia, che sente il rombo del tuono, il terremoto, il fuoco, e poi, nel sussurro di un vento sottile, si copre il volto col mantello e sente la Voce.
Il Cantico dei Cantici, bellissimo: “una Voce, il mio diletto!” Dio è una voce. (la bella che va in cerca dell’amato che non c’è, ad un certo punto lo sente, e inizia un lungo percorso di attenzione reciproca, perché l’ascolto nasce attraverso dei passi, non è immediato).
Ezechiele: “Ossa inaridite, udite la Parola del Signore”.
E ci sono ancora altri spunti, tutti altrettanto belli.
Nel Nuovo Testamento, la parabola del giudice e della vedova; l’episodio di Marta e Maria; il brano del giovane ricco “Fissatolo lo amò”; Erode, che ascoltava volentieri Giovanni Battista ma restava perplesso… ; ancora il racconto della Samaritana al pozzo, perché non c’è più ascolto di quello; Pilato e Gesù che parlano e ad un certo punto Gesù dice “la Verità vi farà liberi” e Pilato che chiede che cos’è la verità.
Emmaus, la Maddalena che si sente chiamata per nome e così riconosce il Risorto nel giardino; Apocalisse “Ecco, io sto alla porta e busso”;
e ancora in Apocalisse una delle sette Chiese : “all’angelo della Chiesa di Tiatira scrivi…”
Bisognerà fare una selezione in modo che si possano dare suggerimenti
Inoltre, da venerdì 15 Gennaio fino al mese di luglio, chi sarà interessato potrà venire alla scuola di Pace per imparare a gestire i conflitti e ad uscire dalle strategie in cui ci si sente avversario e non fratello, possibilmente in parallelo con una modalità di cultura, di arte, musica, disegno, poesia e altro ancora.
Infine ancora qualche riflessione di don Gianni sull’ascolto e sul cammino della lectio. Tutte le cose hanno un’evoluzione, c’è una crescita: chi ha fatto un pezzo di strada, chi un altro pezzo; importante è che la proposta sia autentica, e abbia senso. E’ un prodotto di nicchia, non per tutti. E’ una cosa che richiede una via e nel tempo ha risentito del cambio della comunicazione in corso: non comunichiamo più come facevamo prima e oggi, qualsiasi comunicazione sui social può risultare ambigua; quindi perché la comunicazione sia veritativa e performativa, in grado di cambiare la vita delle persone si fa molta più fatica di prima. Nato come itinerario formativo per gente che poi si sarebbe spesa nel servizio in parrocchia e nel mondo, si spera che oggi, il cammino della lectio sia almeno qualcosa che aiuti la crescita, anche se oggi andiamo in cerca più di ciò che ci conferma piuttosto che di ciò che ci mette in discussione. Invece la Parola, essendo profezia, ti scava, ti frantuma. Si fa poca preghiera insieme, viviamo pochi momenti di spiritualità che ci aiutino a crescere nella fiducia e dobbiamo chiederci quanto ci sia incontro vero nel nostro ritrovarci.
Un’ultima idea suggerita da don Gianni è quello che in lingua spagnola si chiama compartir: ritrovarsi, per condividere di più, magari ogni quindici giorni, e raccontarsi momenti vissuti, esperienze, senso di responsabilità.

