Lectio Divina 2020/2021 - Parrocchia Sacro Cuore

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Lectio Divina 2020/2021

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Oasi della Parola – Lectio divina 10/01
Salmo 37 – La Tentazione del mondo

Questo salmo, che ha una struttura alfabetica perché all'inizio di ogni strofa mette una lettera dell'alfabeto ebraico probabilmente per aiutarne la memorizzazione, non ha bisogno di un commento ma solo di una paziente lettura ripetuta.
 
Più che una preghiera è una rilettura della vita per liberare l'uomo "mite" che segue Dio, dalla continua e sottile tentazione di invidiare quelli che hanno di più.
 
Il Salmo 37 è stato scritto per portate conforto agli Ebrei che, tornando dall'esilio, provavano un grande sconforto nel vedere la loro patria distrutta.
 
Non è forse ciò che viviamo noi oggi? Stiamo camminando su una strada d'esilio che ci allontana dagli altri, dai nostri cari, dalle nostre quotidianità e stiamo sperando di ritrovare una normalità ma, al tempo stesso, non sappiamo come e quando sarà.
 
L'autore del salmo è un maestro di sapienza, di vita, è anziano (vers.25) ricco solo della sua esperienza che vuole trasmettere ai giovani.
 
Anche noi siamo chiamati a trasmettere la nostra vita, la nostra fede, la nostra esperienza e far sì che questa sia la nostra più grande ricchezza da lasciare ai posteri. Questo nostro tempo non è facile perché l'anziano, il maestro, il genitore stesso, non è più considerato un saggio ma spesso solo un freno ad un mondo che cresce, ma ci si deve provare a trasmettere i veri valori perché, anche se ci intimano di fare silenzio, la Parola che è in noi non sarà fatta tacere.
 
Questo salmo,  come medicina contro tutte le cose che non vanno, propone la fiducia in Dio sottolineando la precarietà di chi confida solo in sé stesso e si procura la fortuna fuori dalla legge di Dio. Mette in parallelo la vita del giusto, spesso tartassata, con quella dell'empio, apparentemente di successo, e ci fa riflettere sui valori e sulle percezioni umane.
 
Tra queste righe il tema teologico di fondo è quello della retribuzione; nell'antichità si pensava che la ricompensa dovesse arrivare già sulla terra quindi, la prosperità ed il benessere erano doni di Dio al giusto mentre, la povertà o le malattie, erano il castigo per l'empio. Ma la vita, già allora, smentiva questa tesi, si pensi al libro di Giobbe.
 
E' questo un problema eterno, accettiamo Gesù in croce ma non accettiamo la croce per noi e, quindi, non siamo così sicuri che Dio stia sempre dalla parte dei giusti poveri e perdenti.
 
"Vorrei parlare con te (Dio) della giustizia. Perché ha successo la vita degli empi e gli infedeli sono senza preoccupazioni?" (Ger.l 2,1).
 
Stiamo leggendo parole ricchissime di verità; come si può star bene quando la vita è piena di dolore causato soprattutto da altri? Come si può essere in pace nell'afflizione?
 
 
Attraverseremo questo salmo trattando alcuni argomenti.
 
1)   Il giusto e l'empio
 
Il salmo parla di due vie, quella del màlvagio, citato 15 volte, e quella del giusto citato 14 volte con vari appellativi. Attraverso ondate successive viene ripetuto più volte che gli empi faranno una brutta fine mentre i giusti saranno ricompensati nella loro pazienza e speranza.
 
Chi sono gli empi lo sappiamo bene, sono coloro che, come dice Giovanni, amano il mondo: "se uno ama il mondo l'amore del Padre non è in lui, il mondo passa con tutte le sue concupiscenze". Gli empi sono coloro che preferiscono la nullità delle cose del mondo in contrapposizione alla stabilità delle cose di Dio.
 
Ma chi sono i giusti? Sono gli "Anawin", i poveri di Dio, quelli del vers.11 che possederanno la terra, i veri protagonisti della storia del mondo.
 
L' anawin non è solo colui che non ha beni ma è colui che non dà valore ai beni materiali che possiede; colui che, come Giobbe, sa dire " Dio ha dato, Dio ha tolto, gloria a Dio", oppure che come Paolo sa essere povero o ricco ma non è questo che conta per lui.
 
Sono le persone libere, sono i tranquilli nelle tempeste, sono coloro che si deliziano di grande pace, i giusti e sapienti nel Signore, gli integri, i benedetti che hanno i passi sicuri e che provano gioia nel loro camminare dovunque vadano; sanno dare in prestito, hanno compassione, sono amici di Dio "non vi chiamerò più servi ma amici". Sono i "miti che possederanno la terra" come li chiama Gesù nelle beatitudini (Mt.5).
 
2)  La terra
 
Nel salmo 37 viene ripetuto, come un ritornello, questo "possedere la terra"(vers.9-11-18-22-29-34)
 
Cosa vuol dire ereditare la Terra?
 
La terra è una promessa che percorre tutta la Bibbia dalla Genesi all'Apocalisse. Il punto di partenza era, naturalmente, la terra promessa "dove scorre latte e miele", la Palestina, ma spesso la terra, intesa come luogo geografico, non è stata una benedizione ma un pretesto per lotte e guerre e lo è ancora oggi. Progressivamente il valore, ripetuto da un profeta all'altro, diventa simbolico, esistenziale ed escatologico insieme: la terra è un dimorare in Dio.
 
Questo salmo è una tappa decisiva che ci conduce dalla terra al cielo "Tutti i popoli­in eterno- possederanno la terra" (fs.); scopriamo un regno in cui i malvagi non esisteranno perché "erano solo fumo" (vers.20) erano una cortina che ci annebbiava la vista e, la terra, è dei "viventi" cioè di coloro che hanno imparato a vivere secondo Dio, di coloro che gli sono stati fedeli, che ne conoscono il cuore e sanno rifugiarsi in Lui.
 
Noi, su questa terra, abbiamo ancora un equilibrio instabile, cerchiamo fughe spiritualistiche e consolazioni a buon mercato, invece dobbiamo tendere ad essere degli anawin perché, solo a loro, sarà data la terra, a coloro che la sanno custodire e amare nella quotidianità, ricercando la gioia, dando il perdono sapendo che la via di Dio non è mai a buon mercato.
 
Cosa mi manca per essere un anawin ed amare la terra tanto da farla diventare Eden?
 
3) Cosa farà Dio?
 

Gli empi tramano usando arco, spada, uccisioni sia materiali che morali, ma io salmo ci rassicura: "rimetti la tua sorte nell'Eterno, confida in lui ed egli opererà. Egli farà risplendere la tua giustizia come la luce e la tua rettitudine come il mezzodì" (vers.S-6).
 
Prima di tutto il Signore "opererà".
 
Mentre intorno sembra vincere il male dobbiamo essere consapevoli che "Dio è all'opera", gli empi andranno in fumo.
 
Bisogna continuare a camminare per fiducia e non per visione perché Dio tiene tutto sotto controllo.
 
É necessario mantenere vivo il ricordo delle opere di Dio nella nostra vita, di come abbiamo superato tante prove che sembravano schiacciarci, perché solo così possiamo conquistare la pace attraverso la luce di Cristo che è in noi.
 
4) Cosa dobbiamo fare?
 

Bisogna "stare in silenzio di fronte a Dio" (vers.7).
 
"Non irritarti, non invidiare, trattieniti dali'ira, deponi lo sdegno, stà lontano dal male" (vers.1-8-27).
 
Invidiare la vita di chi ha successo nel mondo è ragionare come il mondo, dare un senso ed un valore non più all'uomo ma a ciò che ha. L'uomo non è ciò che ha, bisogna cambiare lo sguardo, il modo di vedere le cose e il mondo.
 
Abbiamo fatto la scelta totale di Dio? abbiamo venduto tutto per comprare la perla preziosa?
 
Nessuna invidia, nessuna irritazione che fa perdere la pace, a tutto pensa il Signore attraverso la sua giustizia che verrà a tempo debito. "Per poco non inciampavano i miei piedi, per un nulla vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti" (Sal.73).
 
Dobbiamo avere la capacità di smettere di cercare di risolvere l'irrisolvibile sottomettendoci a Dio. Questo è un cuore in silenzio, un cuore tranquillo, senza ansie né per il presente né per il futuro. Quando siamo in ansia non dobbiamo dar spazio ai nostri pensieri ma bloccarli subito prima che ci facciano del male, e riempire il cuore, con fiducia, di ringraziamenti a Dio, verso ciò che il Signore ci fa vivere proprio in questo momento e il cuore ricomincerà a battere al ritmo di Dio.
 
Stiamo sperando nell'eterno o in qualche miglioramento puramente umano, in qualche scappatoia, dando spazio al nostro orgoglio?
 
La pace, in questa vita, non dipende dall'avere una vita facile, la pace arriva dalla confidenza con Dio, dal sentirei protetti.
 
Ricordiamoci che vediamo ogni cosa solo dal punto di vista umano, che è limitato. Sentiamo e vediamo il male che incombe su di noi ma Dio vede anche le debolezze di chi fa il male, ne conosce il cuore e sa come e quando fermare il male infatti Dio non ha fermato neanche coloro che uccidevano suo figlio, il giusto per eccellenza e, attraverso questo ha mostrato una strada diversa, ci ha assolti dal peccato, perché anche noi siamo tra i malvagi (vers.24) "alcuni di quelli che hanno sapienza cadranno, per essere affinati, purificati e imbiancati fino al tempo della fine, perché questo avverrà al tempo stabilito" (Dan.11,35), e ci ha fatti figli per il suo regno "(l'uomo) se cade non rimane a terra perché il Signore lo solleva per mano" (vers.24).
 
Quale stupendo dono!
 
Abbiamo un cuore pronto ad aiutare chi ha bisogno? Abbiamo pietà per chi ci fa del male come Dio ne ha per noi?
 
 
5) Frutti nella vita del giusto
 
 
La bocca del giusto è piena di una sapienza che il mondo non conosce; il cuore del giusto sa di essere sorretto da Dio; la speranza del giusto è fissa nell'Eterno; il tesoro del giusto è il Regno (vers.30.31.34.37)
 
Noi siamo così o siamo ancora titubanti, irritati e invidiosi del mondo?
 
Noi abbiamo tutto ma ci manca ancora l'essenziale "fidarsi completamente di Dio"; non siamo né freddi né caldi (Ap) preferiamo il tiepido, l'insipido, il vivacchiare, ma, così facendo, non raggiungeremo mai le gioie del mondo e non otterremo mai quelle di Dio.
 
Questo salmo è, quindi, un invito a deciderci per una comunione totale con Dio.

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Oasi della Parola – Lectio divina 13-12
 
Salmo 22 – Tra il Cielo e la terra, tra il Tutto e il poco
 
 
1.   Motivazione sul perché (pregare)

 
- ‘Quando l’intelletto vagabonda, la lectio e la veglia gli danno stabilità; quando la concupiscenza è infiammata, la fatica e la vita solitaria la spengono; quando la parte irascibile è agitata, la salmodia e la pazienza la calmano. Questo va compiuto nei tempi adatti e nelle misure opportune; ciò che è immoderato infatti dura poco’ (Evagrio Pontico, Trattato pratico
 
15).
 
- Giuseppe l’uomo dei sogni, del silenzio e del cammino insieme al suo asino, padre di Gesù ‘il figlio del falegname’. Il significato del nome è: Dio accresca, aumenti, aggiunga (il neonato agli altri figli): padre del Bambino ma anche di noi. Capace di mettersi in ascolto, in viaggio con.
 
 
2.   Proclamazione del Salmo 22

 
- tra un canto di vittoria (salmo 21) ed una preghiera di fiducia (salmo 23)
 
- 32 versetti, li pronuncia pure Cristo in Croce, in aramaico la sua lingua
 
- prima eravamo anche noi gli abbandonati, ora siamo stati salvati dalle passioni malvage
 
- versetti 1-12 lamento sulla situazione; 13-22 supplica e azione di grazie; 23-32 preghiera di lode
 
 
3.   Lettura evangelica del Salmo

 
- l’abbandono di Gesù sulla Croce diviene confidenza nel Padre che ‘rimane’ con Lui
 
- la distanza sociale di oggi va di pari passo alla sensazione dell’ ‘assenza’ di Dio tra noi
 
- salmo di appello a Dio nel disagio, diventa riconoscimento della sua salvezza
 
- questo cambio di prospettiva (vv 20-23) ci apre il Cielo (‘Se tu squarciassi .. e scendessi’)
 
- come è proprio quando la Croce squarcia (skizo in greco) il velo del Tempio (cielo aperto)
 
- è un passaggio dalla logica dell’orfano, solo attento a quel che manca, alla Città nuova
 
- allora il ri-volgersi a Dio, I passo per uscire dalla schiavitù, va insieme all’annuncio
 
- la missione diventa quella di dirLo in mezzo all’assemblea degli uomini, dirne il senso
 
- ‘questa malattia non è per la morte, ma perché si manifesti la Gloria’, dice di Lazzaro
 
- ‘lemà sabactani’: non tanto perché ma ‘a quale scopo’ (motivo): anche il dolore ha un senso
 
 
4.   Esegesi dei versetti

 
- quando Dio non si trova più, questo suo stare lontano si manifesta col silenzio (3), e con lo spiazzamento a come era prima (un passato di ascolto) rispetto ad ora (un presente di timore)
 
- i passi suggeriti per uscire dal dolore sono (5): indirizzarlo a Dio (non tenerlo solo per sé, consegnarlo ad un Altro), dare un nome all’angustia (saper circoscrivere il dolore, non farne un dominio su tutto), dichiarare la propria fiducia domandando a Qualcuno, lodare sempre
 
- la non-umanità del ‘verme’ (7) è il senso di inadeguatezza e di esclusione che ci prende
 
quando ci riscopriamo soli dinanzi al problema; se ne esce tornando alle ragioni iniziatiche della propria vocazione (10), ossia riscoprendoci figli di un grembo, chiamati da Qualcuno
 
- accanto al disfacimento reale (15), l’orante lamenta come sofferenza ulteriore la solitudine:
 
‘non c’è più chi mi aiuta (12) e solo il recupero di un contesto di assemblea (23) ci salva da
 
- la chiave è il Nome (23), che non è la parola ma l’agire di salvezza; scoprire il Nome anche sulla Croce (Inri, l’impronunciabile tetragramma) significa trovare senso anche là, non sentirsi soli perché il Nome è compagnia (Jh+wh), è legame con colui di cui conosci il nome
 
 

  
5. Riferimenti neo-testamentari
 

 
- IV avvenimenti si legano intorno a questo Salmo: a. morte in croce di Gesù nell’abbandono b.
 
dono dello Spirito c. frattura del velo del Tempio d. confessione del centurione sulla divinità di Gesù
 
- tra i Sinottici si può citare Lc 23,46, ‘nelle tue mani consegno il mio Spirito’, accanto a Giovanni
 
19,30, ‘tutto è compiuto’ (tetelestai: il valore del fine-telos): non un Dio a tua immagine, che fa quello che vuoi, ma Uno che dinanzi ad una preghiera di ‘denuncia’ risponde, dando un senso agli eventi
 
- questo Salmo ci aiuta a fare il passaggio tra il sacro ed il profano, tra Dio e mondo diverso dai sogni
 
- in origine (grembo) era Dio, non finirà senza di Lui, che non abbandona; restiamo ‘saldi’ nella fede
 

 
 
X. Meditazioni sulla questione
 
- al centro del I Libro del Salterio, sta un Salmo che dimostra come il lamento non è senza risposta, viene ascoltato. E questo cambia la prospettiva, quello che si sentiva verme diventa rivestito di salvezza, e questa è estesa a tutti (28) e l’uomo vivrà ‘per’ questo (31), grazie ad un Esserci che resta
 
- Salmo dell’abbandono radicale, ci dice che Dio scegli di non evitare sulla Croce, muore su questa
 
ma per Amore. Gesù ci salva dalla volontà di salvare noi stessi, ci dice un altro volto di Dio e di noi
 
- come ha fatto Gesù dinanzi alla Croce, anche noi possiamo ‘leggere’ le nostre storie alla luce della
 
Storia; non essere solo sordi dinanzi al dolore, ma in ascolto di una Parola che lo interpreta e riscatta
 
- non sappiamo quando saremo liberati da questa pandemia, e per quel che è ora siamo tutti a rischio di dire ‘perché mi hai abbandonato’. Se dovessimo venir meno, o se piangessimo chi è andato, ricordiamo che queste sono parole di speranza: la Croce ha un senso quando è scelta, se ne fai un dono anche il venir meno è prezioso. E tutto deve andare avanti, se c’è una ragione per non fermarsi
 
 
Y. Sulla preghiera di domanda
 
 
- ‘con la preghiera di domanda noi esprimiamo la coscienza della nostra relazione con Dio; in quanto
 
creature, non siamo noi il nostro principio’ (CCC 2629)
 
- diceva don Giussani che l’uomo è mendicanza, è ri-volgersi ad un Altro da sé, appello di chi non esaurisce dentro di sè il proprio destino e si consegna
 
- ‘l’essere umano è un’invocazione, che a volte diventa grido, spesso trattenuto
 
in noi risuona il multiforme gemito delle creature: ogni cosa anela a un compimento
 
la preghiera di domanda va di pari passo con l’accettazione del nostro limite
 
Dio risponderà, non c’è orante nel Libro dei Salmi che alzi il suo lamento e resti inascoltato
 
anche le nostre domande balbettate, anche quelle rimaste nel fondo del cuore
 
persino la morte trema, quando un cristiano prega, sa che ogni orante ha un alleato più forte di lei
 
(udienza generale mercoledì 9-12)
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LECTIO DIVINA domenica 22 Novembre 2020
 
SALMO 18
 
Vers.1.51 Di Davide, servo del Signore…(Egli) lo liberò…

 
Secondo questa intestazione e conclusione questo Salmo, che è il quarto per lunghezza di tutto il salterio, è un inno di ringraziamento e di lode a Dio, cantato da Davide quando fu salvato da Saul.
 
Questa indicazione ha un valore storico molto relativo perché, questo salmo, è stato rielaborato dopo l’esilio ma, il dato certo, è che a recitarlo è il re davanti al suo popolo per testimoniare la benedizione di Dio.
Come ci dicono i Padri della Chiesa, è il Cristo stesso che, nella sua umanità, innalza la sua lode a Dio a nome di tutti.
 
Questo è quindi un salmo messianico che è collegato al 17 ed al 144 con alcune espressioni che si ripetono ed è ripreso nel cap.22 del secondo libro di Samuele ma in modo ancor più articolato.
 
È Dio il soggetto del Salmo, è sua la lode, e Dio è chiamato con diversi appellativi: una sola volta è l’Altissimo (Eljom) al vers.14; molte volte Dio (Elohim) e molte altre Signore (JHWH) ma poi diventa forza- roccia- fortezza- liberatore- rupe –scudo- baluardo- salvezza- giustizia- buono- astuto- luce- tenebre- guerriero- via…e il salmista si rivolge a Lui con la confidenza di un figlio, con un “tu”.
 
La controparte che sta davanti al Signore è l’uomo: come re o popolo, come consacrato ma anche come il nemico, l’avversario, lo straniero, l’umile, il superbo, il buono, l’integro, il puro, il perverso, il violento…
 
Questo canto è detto “hascirah”, al femminile, termine che troviamo sia nel cantico di Mosè che nel Deuteronomio. Questo ci indica due cose: la prima che Davide è il nuovo Mosè che libera dal nuovo Egitto, la seconda è che questa libertà viene data dall’amore materno di Dio, dal suo amore viscerale per i suoi figli.
 
Il tema del salmo è proprio quello dell’amore. Vers.2-4
 
Sono una lode che l’uomo fa al suo Dio attraverso una cascata di appellativi divini che si susseguono come a voler portare speranza in ogni angolo del mondo.
“Ti amo Signore” è una risposta la 1° comandamento la cui radice “rabam” indica che, Colui che è amato, è misericordioso e compassionevole.
Kimchi dice che “l’amore costituisce l’apice della virtù che l’uomo può conseguire sulla terra. Ma il timore viene prima dell’amore, solo quando l’uomo ha capito cos’è il timore può raggiungere l’amore servendo Dio per il piacere di farlo”.
 
L’amore di Dio è sempre pre-veniente, “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi…noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo” (1Giov.4,10.19), per questo i Salmi cantano “quanto prezioso è il tuo amore o Dio!” (Sal.36,8); “è meglio il tuo amore che la vita” (Sal.63,4).
 
Non commento tutti gli appellativi di Dio di questi due versetti ma vi invito a leggerli lentamente, a gustarli con la bocca, a fargli spazio nel cuore, ognuno di loro sgorgherà in noi come un ruscello nel momento del bisogno e ci porteranno alla fede “invoco” e verso il futuro “sarò salvato” (vers.4.)
 
Vers.5-7
 
Siamo in una lamentazione. Leggendo questi versetti si srotola la difficile storia del re, di ogni uomo e di ogni credente fatto re dal Battesimo.
“Flutti di morte” è una espressione che ci riporta a Genesi, al caos iniziale, alla non-creazione dove le forze erano solo distruttive.
I “torrenti impetuosi” sono quelli di Belial che, dalla radice di Abele, sono torrenti che sono solo un soffio, che non sono utili…pensando alla Palestina sono i wadi che sono asciutti quando vi si cerca acqua ma poi basta un temporale perché diventino distruzione.
 
I “lacci degli inferi” sono, invece, i legami con la morte, tutti i generi di morte.
Ma Dio ha un orecchio e ascolta nel tempio di Gerusalemme, quel tempio terreno di Dio che è strettamente legato al tempio celeste (Sal.29), il grido di chi spera.
 
Gesù stesso userà i vers.5-6 e 8-16 di questo salmo, nel suo linguaggio sugli ultimi tempi e, i suoi evangelisti, nel racconto della morte di Cristo in croce.
 
Vers.8-16
 
Siamo nel pieno di una teofania. Dio si mostra nel furore della lotta a favore dell’uomo che lo supplica.
 
La teofania ricalca quella del monte Sinai e della Pentecoste e le viene dato molto spazio per indicare la superiorità della potenza divina di fronte alle forze del male.
 
Il fuoco ed il fumo o gli agenti atmosferici indicano la trascendenza di Dio. il cherubino è un retaggio della civiltà Assira, un toro con diverse facce messo a protezione dei palazzi reali (lo troviamo in Gen.3,24; sal.80,2; Ez.28). In questo caso Dio vola su un cherubino proteggendo l’uomo, sconfiggendo il caos e facendo apparire una via nel fondo del mare, come la fuga dall’Egitto, proprio lì dove l’uomo perde le speranze di potersi salvare.
“Abbassò il cielo e discese” (V.10) c’è un preannunzio dell’incarnazione. Sant’Agostino afferma: “ha umiliato il Giusto (Cristo) per discendere fino alla debolezza dell’uomo”.
 
“Si avvolgeva di tenebre come di un velo” sempre Agostino dice “ha nascosto una speranza nel cuore dei fedeli dove Cristo stesso si cela senza mai abbandonarli in quelle tenebre dove si cammina per fede e non per visione”.
Tutto questo ci porta a dire che c’è sempre una via nuova e diversa in cui Dio può farci camminare. La sua voce mette in fuga il male e dà la forza di rialzarsi a chi cade.
 
Vers.17-20
 
È un racconto/ricordo del passato, su ciò che Dio ha fatto per liberare il re e, con lui, liberare il popolo.
 
Interessante è il vers.20, che è al presente, in cui il re risponde al perché Dio libera: “perché mi vuole bene” e così stende la mano dall’alto per redimere l’uomo (Origene). Dio è spinto solo dal suo amore, ogni sua azione è per il bene dell’uomo. La radice verbale indica “provare gioia”; Dio prova gioia nell’aiutare l’uomo.
 
Vers.21-28
 
Questi versetti gettano una piccola ombra sulla preghiera del re.
Ha detto: ti amo…tuttavia ora il re esalta sé stesso come il fariseo nella parabola.
“Il Signore mi rende secondo la mia giustizia…”
 
E’ dunque una preghiera che ha una traccia di presunzione? Dio libera per merito?
Certamente siamo di fronte alla teoria della retribuzione, ma Dio non è un contabile, siamo di fronte alla teologia della parabola dell’ultima ora.
Nei vers.24.26 si parla poi di essere “integri”. “Sono stato integro con il Signore”; “con l’uomo integro tu sei integro” ma anche qui è la grazia pre-veniente di Dio che ci rende integri infatti, solo sentendosi amati, ci si può sentire perdonati, cioè integri.
 
Il vers.28 è stato poi ripreso nel Magnificat.
 
Vers.29-31
 
Il re-uomo ora ritrova speranza per il futuro; certezza sulle future vittorie.
Il vers.29 ci riporta nuovamente sulla strada della fuga dall’Egitto dove Dio è una lampada che si pone davanti al popolo per illuminarne la strada e dietro come fuoco per sbaragliare i nemici.
 
Ma il Signore è anche lampada che illumina gli occhi per vedere la verità; è quella lampada che non deve mai rimanere senza olio.
Il Signore, inoltre, fa scavalcare ogni muro anche quello di divisione fra i popoli, come dice Paolo in Ef.2,14 o quello dell’inimicizia tra uomo ed uomo e fra uomo e Dio, eretto dal peccato.
 
Al vers.31 “la tua via è diritta” è anche tradotto con “integra” quindi non è più il re ad essere integro ma la via del Signore.
 
Vers.32-33
 
Questi versetti sono molto importanti. Il re chiede “ chi è Dio se non il Signore?” cioè chi è colui che è al di sopra di tutti se non chi ha reso integro il cammino?
 
Abbiamo 4 versetti (24-26-31-33) che parlano di integrità.
Conoscere sé stessi è una questione di integrità e la vita dona questo talento solo a chi è disposto a fare verità su se stesso. è questo il vero cammino del credente, ogni protagonismo deve cedere progressivamente le armi all’amore gratuito di Dio, mai meritato, ma sempre dialogato.
 
Vers.34-41
 
I versetti sono al tempo presente, ancora il re riconosce pubblicamente le opere che Dio fa per lui: mi ha dato…ha addestrato…ha sostenuto…ha fatto crescere…ha spianato…ha inseguito…ha colpito…ha cinto…ha piegato…ha disperso.
Sono elencate, con un gergo militare, le armi che Dio usa a favore dell’uomo e, Dio, è paragonato ad un addestratore di reclute.
 
Interessante è l’ultima parte del vers.36 “la tua bontà mi ha fatto crescere” che può essere tradotto con “ la tua umiltà mi ha fatto crescere”. Si mette l’accento sul fatto che, in questo dialogo con l’uomo, il Signore si “umilia” cioè si abbassa fino al livello umano per innalzare il suo partner; è la kenosis di Cristo.
 
Come siamo lontani da questa immagine di un Dio che viene a parlare la nostra stessa lingua, che si china ad ascoltare i nostri lamenti!
Ecco alcuni aforismi su questo tema:
 
“Quando un maestro e un discepolo camminano insieme di notte, chi porta la lanterna? Non è forse il discepolo? Ma il Santo – sia Benedetto – portava la lanterna per i figli di Israele, come è detto: il Signore camminava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce (Es.13,21).
E’ consuetudine nel mondo che, quando un maestro parla, il discepolo risponde. Ma questo non è il modo di agire del Santo – sia Benedetto - : Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce (Es.19,19).
E’ consuetudine nel mondo che, quando un maestro ed un discepolo sono insieme e il maestro dice al discepolo: va’ e aspettami in un certo posto…il discepolo va e aspetta. Così il Santo – sia Benedetto – disse ad Ezechiele: Alzati e va’ nella valle; là ti voglio parlare (Ez.3,22). Ma Ezechiele dice: Mi alzai e andai nella valle; ed ecco, la gloria del Signore era già là (Ez.3,23)”.
“Tu hai accresciuto la misura della tua umiltà per entrare in relazione con me”.
F.Varillon allarga ancora di più questo orizzonte: “Se Dio è amore, egli è umile.
 È nella potenza che spontaneamente la creatura cerca il suo Dio, non può fare a meno di orientarsi, in un primo momento, in quella direzione. Una volta divenuta cristiana e invitata a contemplare l’impotenza assoluta di Cristo crocifisso ma essa continua a ricordarsi ostinatamente della sua prima esperienza che l’ha profondamente segnata. Mal convertita, oscilla tra due immagini del divino che concilia alla meno peggio incapace di unificarle: la potenza pagana, dominatrice, che permane sullo sfondo immutabile e, in sovrimpressione, quella dell’impotenza cristiana, che agonizza e muore. Una simile coesistenza è un disastro per l’anima e per lo spirito. Certo, Dio è onnipotente. Ma potente di quale potenza? È l’onni-potenza del calvario che rivela la vera natura dell’onni-potenza dell’Essere infinito. L’umiltà dell’amore offre la chiave: è sufficiente un po’ di potenza per esibirsi, ce ne vuole molta per ritrarsi.”
 
Vers.42-46
 
Due versetti sulla sorte degli oppressori. Gli avversari sono nemici del re e quindi anche di Dio, essi sono “come pula che il vento disperde” (Sal.1).
Tre versetti che ci parlano della sorte dei giusti chiamati a guidare tutti gli altri uomini attraverso la loro alleanza con Dio.
 
Vers.47-50
 
Il salmo finisce ancora con una lode ed una testimonianza da parte del giusto.
“Viva il Signore” è una formula caratteristica dell’A.T. usata anche come un giuramento.
Paolo, partendo dal versetto 50 ed inserendolo in Rm.15,8-9, apre la via per interpretare il Sal.18 come preghiera di Cristo. Sant’Agostino a sua volta afferma che “tutte le cose dette in questo salmo, che non possono propriamente essere attribuite a Cristo, capo della Chiesa, debbono essere attribuite alla Chiesa stessa perché è il Cristo totale a parlare.
Vers.47 Il Signore è vivo e lo dimostra nella storia dei popoli e per questo è benedetto ed esaltato. “Non temere! Io Sono il primo e l’ultimo, il vivente!” (Ap.1,17-18)
 
Vers.51
 
È una aggiunta posteriore, si passa dalla prima persona alla terza “egli”. Alla luce dell’oracolo di Natan (2 Sam.7), si esalta la fedeltà di Dio estesa a tutte le generazioni. La figura del re David lascia il posto alla figura di un re-messia, ideale, perfetto, discendente di Davide (At.13,23), che riunisce sotto di sé tutti i popoli e le genti.
 
Gesù riconoscendosi figlio amato, come attesta la voce di Dio nel battesimo e nella trasfigurazione, ha risposto a questo dono con l’intera sua vita, in una kenosis perfetta con gli uomini e le donne del suo tempo. Un amore a caro prezzo. Con Lui possiamo combattere dentro e fuori di noi per diventare liberi e compiere ciò che Dio ci ha inviato a fare ripetendo, con vera umiltà, “ti amo Signore”.
 
 

Domanda:
 
Siccome le Parole di Dio sono infuocate (Sal.18,31; Lc.24,32) sappiamo raccoglierle e farci riscaldare rinnovando le nostre vite per accendere quelle degli altri?
 
Leggendo tutti i nomi o aggettivi di Dio, qual è quello che più mi è proprio, che mi dà più sicurezza?
 
Bisogna arrivare all’angoscia per urlare a Dio, l’angoscia è quindi un luogo teologico. Sappiamo dare a Dio i nostri affanni ricordando che ci vuole bene?
 
Guardando all’umiltà di Dio, noi siamo veramente umili?
 
Le mie ferite mi limitano nel vivere la vita che Dio mi ha donato o sono un punto di lancio?
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Oasi della P-parola – sacro Cuore
 
Lectio divina del Salmo 8 – domenica 8-11-2020

A. Motivazione spirituale
 
  ‘Il Salterio è come il corpo di Cristo attraverso il quale parla lo Spirito santo’ (Ilario di Poitiers, Trattato sui salmi). Il collegamento tra Salmi ed Eucaristia ci richiama un principio della vita di fede: che l’uomo ha necessità di nutrirsi di divino, di lasciare che il suo Pane alimenti la lotta quotidiana del credente. Riceviamo il dono di una Vita non perché lo meritiamo, ma proprio come sostentamento del cammino. Avvicinarsi alla Mensa eucaristica, significa di fatto condividere l’essenziale con i fratelli. Come costruire il Cenacolo, se manca il com-panatico? Cosa ci unisce davvero, se non l’Unico che parla nella carne? Proprio la sua Umanità, è riferimento reciproco di senso.
 
  La Lectio non è un corso di meditazione yoga e basta, dove vai in cerca di benessere e poi fai la vita che vuoi. È un cammino di crescita spirituale, che chiede il coinvolgimento personale anche attraverso l’adesione ai sacramenti e alla vita di Grazia. Se non ci fosse una consistenza di ethos nel nostro convenire, non avremmo a che fare con vite vere ma con apparenze. E questo legame tra lode e carne, tra prassi e trascendimento continuo di sé, i Salmi lo rendono credibile perché mettono le vicende umane nella loro preghiera non le maschere, e questo fa la verità di noi stessi. Non c’è contraddizione, se dentro noi stanno grano e zizzania insieme. Non perché siamo perfetti, ma perché non ci rinunciamo, siamo ancora in cammino e possiamo accedere al Regno pure noi così poveri.
 
 
B. Salmo ottavo
 
  O Adonai, nostro Elohim,
 
quanto è magnifico il tuo Nome su tutta la terra,
 
più dei cieli essa canta il tuo splendore.
 
  Dalla bocca di bambini e lattanti
 
hai fondato una forza contro i tuoi avversari
 
per paralizzare il nemico e il vendicatore.
 
  Quando guardo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
 
la luna e le stelle che tu hai fissato,
 
che cos’è l’uomo, perché tu lo ricordi,
 
il figlio d’uomo, perché tu lo visiti?
 
  Eppure l’hai fatto poco meno di Elohim,
 
l’hai coronato di gloria e splendore,
 
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
 
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
 
tutte le greggi e gli armenti
 
e anche gli animali della campagna,
 
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
 
ciò che solca le rotte dei mari.
 
  O Adonai, nostro Elohim,
 
quanto è magnifico il tuo Nome su tutta la terra!
 
  E quando miro in cielo arder le stelle,

 
dico fra me pensando:
 
a che tante facelle?
 
Che fa l’aria infinita,
 
e quel profondo infinito seren?
 
Che vuol dir questa solitudine immensa?
 
Ed io che sono?                                                          Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante per l’Asia
 
 
C. Non è bene che Dio sia solo (Luigino Bruni)
 
  Ricordo due notti, a guardare le stelle. Una sulla riva del lago del Turano, qualche anno fa insieme ad alcune di voi, lontano dalla città e dal suo inquinamento ottico, in attesa di san Lorenzo e di qualche stella cadente. Ed un’altra al rifugio del Falco, a 1600 metri nell’alta valle del Volturno, dentro al parco nazionale d’Abruzzo, una notte di bivacco al campo scout dei nostri lupi, li avevo lasciati soli intorno ai falò di ciascun reparto, e m’ero ritirato sulla montagna, non una luce di case se non quella della volta celeste piena di fascino e di inquietudine.
 
 Non fioriscono domande, se non quando contempli: il cielo, il mare, un volto. E gli interrogativi segnano tappe: dove sono? Cosa sono le mie occupazioni, i miei problemi? E la vita? Cosa i miei amori, i dolori? Poi arriva la domanda più difficile: e io, chi sono? Quando l’infinitamente piccolo, quale si scopre l’uomo dinanzi all’universo, comprende che l’Altissimo si rivolge a lui (‘mi hai chiamato?’ chiese Samuele), che lo cerca e gli parla, allora accade un incontro e l’uomo impara che l’immensità è un Tu, più intimo del nostro stesso nome.
 
  Quel Dio la cui Presenza intuisco lassù, è lo stesso che sento nel cuore. Forse alla Verna, frate Francesco ha preso le stigmate così, cantando Laudato sii, affascinato dal creato e dalla creatura. Solo ciò che affascina, convince alla fede davvero. E questo del salmo 8 è il cantico nuovo dell’umiltà, perché l’humus ci dice chi siamo veramente solo se riusciamo per un attimo a guardarlo da distanza profonda. Lo sguardo dal cielo è speranza, i piedi per terra sono realtà. Nonostante la sua insignificanza rispetto ai numeri dell’universo, Tu ti ricordi di lui, così l’Adam (adamah=terra) diventa il primo inter-locutore, perché con la sua reciprocità può accompagnare anche la solitudine di Dio.
 
  In questa tensione tra stelle e cuore, entrambi abitati dalla stessa Presenza, sta lo stupore del salmista rispetto all’uomo: ‘eppure l’hai fatto poco meno di Elohim’ (8,6). È l’Adam ogni Adam, l’immagine e somiglianza di Elohim (Gen 1,27), anche noi tutti noi. Potremmo provare a leggere il salmo 8 accanto ai capitoli 3-4 di Genesi: quelli della disobbedienza, della seduzione vincente del serpente, e poi Caino e il sangue di Abele. E sorprenderci del fatto che non c’è condizione umana che non sia racchiusa tra Genesi 1,27 e Salmo 8,6, nessuno resta fuori.
 
 
D. Sei grande Signore (Vincenzo Scippa)
 
  Primo Inno di lode, al centro di un insieme che va dal salmo 3 al 14, incorniciato tra il verso 2 ed il 10 dall’affermazione arditissima del Nome, l’impronunciabile rappresentazione dell’Inconoscibile, il salmo 8 è un tentativo di raffigurare Dio che diviene definizione di uomo. Il Nome è ipostasi di Lui e ci dice di un Dio antropizzato, ma soprattutto ci rivela che paradossalmente proprio i ‘piccoli’, i bambini e lattanti, sono tempio dell’Altissimo.
 
  Un Dio ‘creativo’, costruttore del mondo (‘opera delle tue dita’), per iniziativa propria (‘gli hai dato potere’) non per conquista dell’umano, mette ‘tutto’ (non c’è limite) ‘sotto i suoi piedi’: l’uomo ha la responsabilità del mondo, non può proiettarne ad A-altro la destinazione buona o deficitaria, ne è custode. Così la considerazione dell’uomo passa dal creato alla creatura, e chiedendosi chi è l’uomo lo riconosce termine di due azioni di Dio: il ricordo e la cura. Se la memoria serve a dare continuità, perché rende attuale ciò che era e non fa dimenticare, la premura è segno di predilezione. Ed io sono chiamato ad essere consapevole del ‘potere’, non dell’impotenza che lamento.
 
  ‘Ecco l’Uomo’, disse Pilato introducendo Gesù alla sua Passione (Gv 19,5). Da quando Dio ha fatto la scelta dell’in-carnazione, Gesù è l’uomo-Dio. E noi in Lui troviamo l’Uomo nuovo, ‘in Cristo la pienezza’ (Ebr 2,5). L’uomo che è ‘imago Dei’ (Gen 1,26), per Dio vale più che per l’uomo. Il salmo 8 è una profonda riflessione su cos’è umanità, quale umanità è nostro modello di riferimento. Ci vuole umanità, più umanità, nella fede e nella vita oggi. Uomo compiuto (Ef 4,1), prossimo più agli umani che agli spiriti beati, dentro un ‘admirabile commericum’ Gesù divenendo come noi ci ha fatti partecipi di Lui. Contemplando la bellezza (il cielo e la terra), in realtà affermiamo la potenza (contro nemici e ribelli), ossia riconosciamo la sorgente dell’energia che muove il mondo. E attendiamo cieli nuovi e terra nuova (2 Pt 3).
 
 
E. Dell’uomo e della conoscenza (Yarona Pinhas)
 
  Per accedere alla nostra anima, abbiamo bisogno di una password: il nostro nome. Le due lettere centrali di neshama=anima creano la parola shem=nome. Mosè ha proclamato la Presenza divina in terra, perché il suo nome ebraico Moshè se letto al contrario diventa Hashem, cioè il Nome generico usato dagli ebrei per indicare Dio senza nominare il Suo nome invano, come richiede il II comandamento: ‘Non solleverai il nome di Iod tuo Elohim per falsità’. Che è tutt’altro che pronunciarlo per impulso, è chiamare la divinità a garante delle tue affermazioni.
 
  Nel capodanno ebraico il gesto detto di ‘tashlikh’, con cui si lancia una pietra nell’acqua per affidarle i torti commessi, che vadano a fondo, non varrà per il debito di sollevamento del nome. Non c’è pietra che basti, a scaricare il peso del nome sollevato a tradimento. C’è un’insufficienza del linguaggio, rispetto all’esperienza sensoria del reale, per la quale farsi rappresentazioni significa sempre ridurre il mistero dell’A-altro, farsi ‘idoli’ che hanno bocca e non parlano, ossia non corrispondono. Ma l’uomo invece è davvero il Nome di Dio, ne è l’espressione ‘mimetica’ (immagine e somiglianza) e dunque guardando noi riconosciamo Lui, come diceva Emanuel Levinas a riguardo dell’epifania dei volti. Delle otto azioni di Dio nel salmo, sei sono rivolte all’uomo. E anche se per Qoelet l’uomo è vanità, nel salmo 8 diventa ‘grande’ come il Nome. Fatta a Dio stesso, la domanda su chi è l’uomo concentra  sulla questione essenziale della storia: perché il Verbo si è fatto carne? Come mai uomo, essere che si interroga, e non angelo, messaggero di una rivelazione? L’uomo al cuore del creato, potenzialmente efficace, così partecipa della dignità dell’A-altro.
 
 
F.  Del Nome, ovvero quale uomo (Giovanni Vannucci)
 
  Il nostro linguaggio afferra solo un limitato segmento, dell’infinita circonferenza che costituisce la realtà. Si ha così una scissione tra vita reale ed enunciazioni ideali. E serve dunque un contatto continuo, ininterrotto, con la realtà che si vuole trasmettere, per vincere la tensione mentale che ci spinge a ricondurre tutto a categorie di pensiero comprensibili a noi (abstracts). La luce scomposta dal prisma non è più luce in sé, ma deformata. E la mappa topografica di una regione ci aiuta a muoverci senza smarrirci, ma non è la terra dove camminiamo.
 
  Così la religione ebraica ha sempre rifuggito il rischio di pronunciare il Nome ineffabile dell’Unico: Non solleverai il Nome. A fronte di qualsiasi tentazioni di rappresentarlo, di ridurre a figure parziali Colui che è il Tutt’Altro, di provare chiamandolo per nome ad avere una prossimità con Lui. Dio si vede ‘di spalle’, come Elia che lo vede solo ‘passare’, ne percepisce la fisionomia dopo, dalle conseguenze. La sola identità, l’impronunciabile tetragramma, quell’indicazione dell’essere e dell’esser-ci di Lui che viene rivelata a Mosè al roveto: un Dio che non si consuma, non viene meno. Un nome che esprime una relazione più che una solitarietà, una compagnia: Io sono colui che ‘ci’ sono, colui che sono ‘con’. Detto ad un popolo che poteva sentirsi solo, dalla schiavitù al deserto.
 
  Le quattro lettere poi, accostamento del pronome femminile hy e di quello maschile hw, vogliono dire che il Nome rivelato, più che esprimere un’essenza, è simbolo della totalità ontologica dell’esistente, nelle sue componenti esistenziali di realtà maschile e femminile. Ovvero immagine di quel Dio plurale di cui siamo somiglianza, uomo e donna insieme. Quando nella qabbalà si applica la scienza dei numeri (ghematriah) al Nome, risulta che esso è composto dal segno Iod, equivalente al numero 10, simbolo dell’esistenza strutturata, dal segno he, numero 5 simbolo della vita, e dalla lettera waw, numero 6, simbolo della fecondazione. Il Nome dunque indicherebbe la presenza divina nel creato, nella precisa funzione di condurre avanti la realtà esistente, premendola al superamento delle forme raggiunte, per la trasfigurazione del creato in una intensità di vita ancora oggetto di speranza.
 
  Gestalt=forma, frame of reference. E Pasqua=passaggio. Tendiamo all’oltre, può esserci una vita ulteriore. L’aspetto duale (conflittuale, incompiuto) della realtà tende ad essere superato in una unità desiderata, che fa del nostro vivere un continuo divenire. Dio è il creatore e il distruttore delle forme, dove distruggere è per creare altre, nuove forme di migliore intensità vitale. Crea il chicco di grano e muore sepolto nella terra, perché nasca il germoglio di una pianta nuova; e dalla pianta nascerà la spiga. La vita rivela dunque due pulsioni: il germe e la matrice, la spinta vitale che per attuarsi ha necessità di una forma, forma che a sua volta è caduca e destinata a scomparire perché il principio vitale non si esaurisca in essa. In fondo Gesù diceva di sé: il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Mt 8,20).
 
  La presenza divina nella creazione trascende l’istante in un oltre sconfinato, è movimento che alimenta una vita sempre nuova, presente ‘già’ in fieri e ‘non ancora’ attuata. L’incontro della presenza creatrice con la resistenza della materia fa nascere una forma che la esprime, a sua volta poi superata da altre ricreate. Nel movimento creativo l’esistenza ha due aspetti: quello dell’involucro, la figura esteriore limitata e definita, e quello del germe, indefinibile e trasformatore della figura. L’esistenza è il rapporto drammatico e necessario dei due aspetti: senza il guscio il germe non crescerebbe, sé troppo resistente o molle l’embrione muore. L’abbandono della forma precedente implica una sofferenza, anche se la nuova figura è risurrezione; dalla morte dell’uomo embrionale, risorge l’uomo compiuto. I due aspetti, il guscio ed il germe, sono in termini di comportamento l’abitudine e l’attesa di una pienezza migliore.
 
  Se l’universo creato è la zona d’ombra del grande Sconosciuto, la presenza dell’uomo è nello spazio dell’incertezza, delle rotture d’equilibrio. Posto nella sfera della proiezione del divino, come somiglianza del Creatore perché può vivere il mistero del ‘sempre oltre’, divenendo ininterrottamente un essere nuovo, l’uomo è chiamato ogni istante a risvegliarsi all’intensità della vita, e ad affrontare tutte le avversità che gli sono poste dinanzi, come provocazioni attraverso le quali muoversi verso mondi inconcepibilmente nuovi.
 
 
G. Chi sono, chi sei Tu (interrogativi per il silenzio)
 
 
a.  Loderò il Tuo nome: quanto c’è di lode, di riconoscimento, nella mia fede? Sono uno che si stupisce di Te, o solo uno che esprime dubbi? Sto nell’humilitas (sono niente) ma non nella de-pressione (covid 20)?
 Chi sono: mi accorgo che non posso rispondere, se non paragonandomi, mettendo me a confronto con l’A-altro da me, con l’orizzonte che mi sta sempre dinanzi? E cosa c’è in me, che ‘somiglia’, mi dice di Te? E cosa vorrei che in Te, in un Dio per tutti, ci fosse di me?
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Anno 2020/2021

 
Introduzione alla Lectio Divina
 
I SALMI: SCUOLA DI PREGHIERA

 
Sembrerebbe banale fare una lectio sui Salmi invece, il libro del Salterio, è uno dei più completi e complicati libri della Bibbia perché non si limita a trattare un argomento attraverso la voce di Dio, es. esilio – tradimento…, ma tocca ogni argomento che riguarda l’uomo non solo con le più alte parole di Dio ma anche con le più basse parole umane.
Un testo scritto, soprattutto se è antico e culturalmente distante, non è mai immediatamente trasparente, si offre e si nasconde, si dona e si trattiene.
 
Nonostante nella chiesa sia una prassi leggere i Salmi, le difficoltà non sono lievi. Abbiamo la difficoltà del linguaggio così lontano dalla nostra cultura. Sono preghiere nate più di 2500 anni fa in un ambiente semitico e, questo popolo, non astrae, parla attraverso i simboli e dobbiamo avere una capacità poetica per capirlo.
 
- Abbiamo difficoltà su quei sentimenti ed atteggiamenti spirituali che sembrano essere in contrasto con lo spirito cristiano (odio, vendetta, i salmi imprecatori).
 
Ma dobbiamo stare attenti a non purificare i Salmi dalla loro rudezza o spiritualizzarli nella immediatezza delle scene che evocano perché si penalizzerebbe la loro umanità.
 
La prima Parola con cui Dio ci cerca la ritroviamo in Gen.3,9 “Adamo dove sei?” poi Is.40,27 aggiunge “il Signore si interessa a te, Israele”.
L’uomo non può eludere la voce che lo chiama, che lo pone di fronte alla sua coscienza così come Dio non può eludere la voce dell’uomo che lo invoca di fronte all’ingiustizia o si ribella di fronte al suo silenzio o, ancora, pone domande e chiede spiegazioni su ciò che non comprende.
I Salmi, quindi, ci danno una chiave per accedere a Dio.
Rabbì Eleazar insegnava: “l’uomo non conosce l’ordine esatto dei Salmi (Gb.28,13) perché se ci fossero stati dati in un ordine preciso chiunque, leggendoli, potrebbe far risorgere i morti e compiere altri prodigi. Per questo l’ordine dei Salmi ci rimane nascosto ed è manifesto solo al Santo, sia benedetto, che ha detto: “chi come me può leggerli, proclamarli e metterli in ordine?” (Is.44,7)”.
 
E’ una preghiera inventata da Dio e che a Lui ritorna unendo il Suo ed il nostro cuore. “Solo Dio parla bene di Dio” (Pascal).
 
In ebraico salmo si dice “Thillin” che significa “lode” mentre in greco vengono detti “Salmoi” o “psalterion” che indicava uno strumento a corda, come l’arpa o la cetra, che accompagnava il canto; da qui il nome di “Salterio” dato alla raccolta delle preghiere scaturite dal cuore della comunità di Israele.
 
Mille anni prima di Cristo erano tutti cantati (il più antico sembra sia il 29), poi sono stati tramandati oralmente e infine messi per iscritto: la raccolta finale è datata 200/150 A.C.
 
La tradizione rabbinica dice che, come Mosè scrisse il Pentateuco, espressione somma della Parola-azione di Dio, Davide scrisse il Salterio in 5 libri, la risposta più alta del fedele al suo Signore.
Nella tradizione cristiana diciamo che Davide canta Cristo e Cristo canta sé stesso attraverso Davide.
 
I 5 libri del Salterio sono un tempio di Parole nel Tempio di pietre di Dio, un autentico cammino spirituale che va dalle tenebre alla luce, dal dolore alla lode.
Le 5 parti in cui è diviso il Salterio sono molto precise: dal Salmo 1 al 41; dal 42 al 72; dal 73 all’89; dal 90 al 106 e dal 107 al 150. Ogni Salmo di chiusura di ciascuna parte finisce con un Amen o con un Alleluja.
 
Una cosa che salta agli occhi a chi legge i salmi è che dal 9 al148 la numerazione si sdoppia. Questo è dovuto alla differenza tra il testo ebraico detto Masoretico (TM) e il testo greco detto dei (LXX), alcuni Salmi vengono sdoppiati o riuniti a seconda delle traduzioni. Noi seguiamo la numerazione dei LXX.
 
I Salmi 1-2 e 146-150 formano come una copertina che racchiude tutto il Salterio.
 
Se dovessimo parlare dei generi letterari dei Salmi dovremmo parlare di tutti i generi letterari esistenti sulla Bibbia, sentiamo cosa dice S.Ambrogio:
“Tutta la scrittura divina spira la bontà di Dio, tuttavia lo fa più di tutto il dolce libro dei Salmi.
 
La storia ammaestra, la legge istruisce, la profezia predice, la correzione castiga, la buona condotta persuade ma nel libro dei Salmi vi è come una sintesi di tutto, una medicina dell’umana salvezza. Chiunque legge trova di che curare le ferite delle proprie passioni; chiunque voglia lottare guardi quanto si dice nei Salmi per giungere più facilmente alla corona del premio.
 
Che cosa di più dolce di un Salmo? “Lodate il Signore; è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a Lui conviene” (Sal.147). il Salmo è benedizione per i fedeli, lode a Dio, inno del popolo, plauso di tutti, parola universale, voce della Chiesa, professione e canto di fede, espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia. Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia. È protezione nella notte e istruzione nel giorno; scudo nel timore e festa nella santità; immagine di tranquillità e pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti, ricava un’unica melodia. Il Salmo canta il sorgere del giorno e ne fa risuonare il tramonto, il gusto gareggia con l’istruzione. Che cos’è che non trovi quando leggi i Salmi?”
 
 
Salmi preghiera di vita
 
Mentre noi cerchiamo di interpretare i salmi sono essi stessi a interpretarci potenziando la nostra vita umana e cristiana, accompagnandola come amici fedeli ma sempre lasciando aperte numerosi questioni.
 
Lutero diceva: “con una semplice lettura occasionale queste preghiere sono, per noi, troppo forti ed è facile rivolgersi a nutrimenti più semplici, ma chi ha cominciato a pregare col Salterio, in modo serio e regolare, abbandonerà presto le altre piccole, facili e pie preghiere e dirà :non certo in questo vi è la forza, il vigore, la violenza e il fuoco che trovo nel Salterio. Queste piccole preghiere sono troppo povere e prive di sentimento; acqua in confronto a vino generoso”.
 
- Per preghiera si intende la ricerca e il desiderio del senso della vita, una vita nella quale siamo chiamati ad
innestarci a trapiantarci (Sal.1,3), con una preghiera di cui Paolo dice: “non sappiamo come pregare in modo  conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori conosce il desiderio  dello Spirito” (Rm.8,26-27).
 
- Un libro che dà vita perché ha molto vissuto nei suoi autori e lettori e continua a vivere e vivrà nei suoi lettori i  quali, nell’aprirlo e ripercorrerlo, lo ricreano nelle loro vite.

 
I Salmi non si possono leggere “semplicemente” perché in essi parla contemporaneamente il popolo ebraico, Cristo, la Chiesa, il cristiano e l’uomo per portarli all’appuntamento con l’eternità.
 

Salmi libro del popolo ebraico
 
Attraverso le parole del rabbino (all’inizio) abbiamo già detto di come i Salmi siano una preghiera di Israele. Ricordiamo ancora che nell’A.T., il popolo di Dio, va sempre in cordata per cui tantissimi Salmi che iniziano con “io” finiscono con un “noi”.
Gli Ebrei sostengono di nascere con questi 150 salmi nelle viscere; 150 itinerari tra morte e vita; 150 specchi delle nostre rivolte e fedeltà, agonie e risurrezioni.
 
Salmi libro di Cristo
 
Il patriarca Athenagoras affermava che, ai Padri della Chiesa che avevano meditato così tanto sui Salmi, era sfuggito qualcosa: l’umanità semplice di Gesù che pregava i Salmi.
1/3 delle citazioni del N.T. sono prese dai Salmi, soprattutto li troviamo nelle ultime ore della Passione di Cristo. Bonhoeffer dice: “alla Parola di Dio non appartiene solo la parola che Egli ha da dirci, ma anche quella che vuole ascoltare da noi, perché questa è quella del suo amato Figlio”.
 
Salmi libro della Chiesa
 
I Salmi sono il canto della sposa al suo Sposo. Non se ne sono fatti altri perché la Chiesa li trova adatti alla fede che professa. I Salmi sono un dogma e come tale ispirati dallo Spirito Santo.
Non li troviamo soltanto nella liturgia eucaristica ma anche nella liturgia delle ore, prassi che si ritrova al tempo di Cristo e, come ci mostra il N.T., prassi dei primi cristiani. Paolo (Ef5,19 e Col.3,16) “ammaestratevi a vicenda con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore, con gratitudine, salmi, inni e cantici spirituali”. In At.4, quando c’erano venti di persecuzione, si pregava con il Sal.2 applicandolo al vissuto del momento e, la Chiesa, con il passare dei secoli, ha continuato la prassi della chiesa primitiva.
Dobbiamo fare una annotazione: in ebraico il termine Dio si trasduce con Jhwh ma questo termine, nella traduzione dei LXX è Kirios che significa Signore; nel N.T. il Kirios designa Cristo Risorto quindi, i primi cristiani traducevano Jhwh con Cristo e quindi tutti i Salmi che contenevano il nome di Jhwh sono stati riletti, dai cristiani, con il nome di Cristo.
Abbiamo così una doppia lettura cristiana: una dall’Alto, Cristo Figlio di Dio, ed una dal basso dove il povero che piange, o chiede perdono è ancora visto come il Cristo che intercede. (Padri della Chiesa). Questo vuol dire leggere Cristo nei Salmi e i Salmi in Cristo.
 

Salmi libro del Cristiano
 
Prima di tutto il cristiano che prega con i Salmi deve avere la consapevolezza della propria identità, di essere Chiesa, e che quindi non sta pregando solo per sé stesso ma è anche lui in cordata. Il cristiano, però, pur mantenendo il senso originale dei salmi, li vede sotto la luce dello Spirito. Se i Salmi nell’A.T. erano la risposta del popolo al suo Dio, nel N.T. diventano la risposta dei credenti al supremo gesto del Padre per la salvezza; non più la risposta ad una liberazione dall’esilio ma la risposta alla liberazione dal male avvenuta nel dono di Cristo al mondo.
 

Salmi libro dell’uomo
 
Nei Salmi l’uomo loda Dio con tutto il suo corpo: “ungi di olio il mio capo; a Te levo i miei occhi; la mia bocca esprime la lode del Signore; sono stremato dal mio gridare; la mia gola è riarsa;il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente; addestra le mie mani alla battaglia; il mio piede sta saldo sulla retta via; tutte le mie ossa diranno: Signore chi è come te,,,” e con tutta la sua anima perché non c’e sentimento umano, positivo o negativo, che non sia rappresentato.
Ogni essere umano può riconoscersi nei Salmi: giovane, anziano, peccatore, malato, con la fede o senza fede, mentre lavora o riposa, in casa, per via, al tempio, nella gioia o nell’angoscia…è l’unico libro che ci fa sentire pienamente a casa.
 

Salmi libro di preghiera
 
I Salmi sono una espressione della vita in tutta la sua gamma, una scuola di preghiera per pregare nel modo giusto.
 
I Salmi sgorgano dalla vita, dal concreto, dal quotidiano e mostrano la bravura di Dio e il limite dell’uomo, ma di un uomo che è in grado di dare del “TU” a Dio.
Per noi, oggi, Dio c’è ma non c’entra, è là in alto, mentre invece Dio scrive su tutti i miei giorni, vuole intimità. I Salmi devono diventare il racconto della nostra vita, un punto di riferimento.
 
Viviamo in un tempo in cui trionfa il soggettivismo, lo spontaneismo e si mette sempre al primo posto il proprio io.
C’è diversità tra essere spontanei ed essere sinceri e non è detto che le due cose coincidano. Una mamma che dopo una dura giornata di lavoro deve ancora fare tutto per la sua famiglia non è spontanea ma è sincera perché lo fa per amore.
La preghiera Cristiana deve essere di ascolto e di accoglienza anche se spesso è fatica, non deve esserci la spontaneità, perché allora si può rimandare sempre, ma deve esserci la sincerità perché deve esserci l’amore: Frassar dice: “pregare è esaudire Dio”.
I Salmi ci insegnano ad uscire da noi stessi per farci un’anima universale che abbraccia millenni e ognuno di noi può camminare nella sua via facendo azioni di giustizia ma invocando, anche con veemenza, la giustizia calpestata.
Non c’è mai solitudine per chi canta i Salmi.
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