Lectio Divina 2020/2021 - Parrocchia Sacro Cuore

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Lectio Divina 2020/2021

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Oasi della Parola – per un ascolto che dà pace e senso
Lectio divina – Salmo 127 "Abbandonarsi alla provvidenza"

 
Questo salmo è uno dei salmi detti dell'ascensione ed è di tipo sapienziale. Sapere questo ci una chiave di lettura perché, in esso, troviamo due proverbi nei primi due versetti ed una beatitudine al vers.5.
 
I salmi dell'ascensione sono così suddivisi:
 
120-121 i pellegrini si preparano alla partenza verso Gerusalemme
 
122-125 il pellegrino arriva alle porte di Gerusalemme
 
126-132 il pellegrino soggiorna a Gerusalemme
 
133-134 il rientro a casa del pellegrino
 
Questi salmi, inoltre, erano recitati dai Leviti salendo i 15 gradini che dividevano il cortile delle donne da quelli dei sacerdoti.
 
E' comunque un salmo del pellegrino, cioè di colui che va ad adorare Dio ritenendo, il suo cammino, un grande privilegio.
 
 
-   Una curiosità: la donna non era obbligata a fare le tre salite rituali a Gerusalemme (Pasqua-Pentecoste (festa delle messi),-Capanne) perché non aveva gli obblighi "del tempo" e questo, non per discriminazione, ma per una attenzione particolare verso la sua fisicità, poteva non essere in grado di fare il pellegrinaggio a causa di una gravidanza o per l'allattamento o per il mestruo. Noi sappiamo dai vangeli che Maria, però, saliva sempre a Gerusalemme.
 
 
Guardiamo ancora un particolare, la soprascritta del vers.1.
 
Rabbì Shalomon, commentatore ebraico, dice che il salmo è di Davide per Salomone: "Davide scrisse il salmo tramite lo Spirito Santo, per suo figlio Salomone prevedendo che avrebbe sposato la figlia del faraone (1Re3,1) prima di completare il tempio con le sue mura e, dopo di questa, molte altre donne straniere, perdendo la fede nel Dio vivente (fine l Re). -Se il Signore non costruisce la tua casa, o Salomone, invano costruirai ilSuo Tempio".
 
 
Siamo pellegrini entrati a Gerusalemme per pregare e, davanti ai nostri occhi, si apre una vita quotidiana in grande fermento e ci fermiamo a meditare proprio su questa vita attraverso 5 immagini: la casa, la città, il tempo, i figli, la società.
 
 
Possiamo dividere il salmo in due parti:
 
vers.1-2 inutilità dello sforzo umano senza Dio vers.3-5 beatitudine del prediletto del Signore
 
 
Entriamo nella prima parte del salmo.
 
Salta subito agli occhi la parola "invano" ripetuta 3 volte in sei righe. Invano si fatica, si veglia o si inizia la giornata. Sono due versetti degni del Qoelet: vanità delle vanità, tutto è vanità. Questo non vuoi dire, però, che lo sforzo umano non vale nulla ma che è la centralità di Dio a darle valore.
 
 
Vediamo per primo cosa vuoi dire "costruire".
 
Significa edificare qualcosa che non perde di valore nel tempo e sappiamo che solo Dio, è padrone del tempo. La Trinità è dinamica, Dio ha creato e continuamente ricrea, prima l'universo, poi le creature, poi l'uomo, un popolo, la Chiesa...e l'uomo è chiamato ad edificare con la Trinità, non deve sprecare la sua vita.L 'uomo che non edifica con Dio "costruisce sulla sabbia".
 
Cosa si intende per "casa"?
 
Ha un triplice significato, il più intuitivo è "famiglia"come persone unite da vincolo di parentela, unite e benedette. Poi c'è "casata" intesa come individui della stessa stirpe, passata e futura, chiamata a lasciare una eredità che non muore; l'altro significato è "fraternità" cioè noi, un gruppo di fratelli fedeli che si deve impegnare a costruire qualcosa che vale nella chiesa, un patrimonio spirituale;
 
 
Chi sono i costruttori?
 
Ogni singolo uomo che è chiamato a dare il suo apporto al mondo con e attraverso la Parola di Dio. Siamo noi ed anche i ministri della Chiesa perché se Dio non costruisce la comunità,  invano predicano i suoi ministri.
 
 
Altro personaggio è il custode della città, la sentinella.
 
Il salmo entra nel sociale e si riferisce a coloro che hanno le responsabilità di governare ma anche a tutti i cittadini perché la città è convivenza di pace e giustizia. Ma dove si trovano pace, giustizia o fiducia nei rapporti umani? L'interesse privato va contro quello comune (vaccini covid che non arrivano alle popolazioni più povere del mondo perché non se li possono  permettere o nazioni che si trincerano dietro politiche che vogliono salvare solo la popolazione locale...); l'egoismo che prevale sulla solidarietà nelle cose piccole e in quelle grandi; il possesso nelle relazioni umane o dell'uomo stesso. Dove non c'è Dio prevalgono il denaro il potere e il piacere, gli dei umani per eccellenza. Giovanni Paolo II nel 2004 metteva in guardia una Europa unita solo sulla politica e sulla economia e diceva "non ha futuro".
 
Il salmo mette in guardia l'uomo dall'illusione di badare a sé stesso senza rivolgersi alla provvidenza. L'uomo senza Dio è quello fuori dall'Eden che non è capace di "custodire" il mondo che gli è stato affidato (Gn.2,15). Questa dipendenza da Dio non sminuisce l'uomo ma lo fa partner di Dio.
 
 
Gli amici di Dio. Nella Bibbia l'amicizia è stimata sopra ogni cosa ed esprime il più spirituale tipo di amore. Mentre gli amanti si pongono uno di fronte all'altro, gli amici sono uno al fianco dell'altro perché si pongono le stesse mete. Ciò che unisce gli amici è la ricerca della verità nella loro vita. Come Gesù chiama amici i discepoli così dovrebbe essere nella Chiesa in cui gli uomini dovrebbero  cercare la verità perché solo questa è in grado di annullare ogni barriera sociale, culturale o raziale e unire i cuori e le volontà:"io sono la via, la verità e la vita".
 
 
Figli. Sono il futuro, l'eredità che ci subentra ma anche l'eredità che Dio ci promette come terra promessa. Per Israele i figli avuti in giovane età erano più sani dei figli avuti nella maturità ma la Bibbia smentisce tutto questo basta pensare ad Isacco, Giuseppe, Davide, Salomone, Giovanni...ma figli sono soprattutto coloro che vengono formati alla Parola di Dio, i seguaci di Gesù che hanno il compito di portare a tutti l'eredità che Gesù ha lasciato.
 
 
Costruire = il lavoro
 
"Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi ristorerò...il mio giogo è dolce e il mio carico leggero" (Mt.l1,28-30).
 
Oggi abbiamo una società di angosciati, depressi, stressati perché vogliamo fare tutto da soli. Duro lavoro o triste lavoro?
 
A che serve tutta l'agitazione di oggi, il doppio lavoro, le ore straordinarie...tutto per i soldi, per inseguire la falsa chimera di un futuro tranquillo o "perché i figli abbiano quello che noi non abbiamo avuto!" senza però chiederci se i figli hanno bisogno o vogliono questo. Tutto questo agitarsi toglie la pace nella famiglia, primo luogo di incontro, ma anche sul luogo del lavoro, nel sociale. Corriamo, corriamo e non sappiamo fermarci "fermatevi e sappiate che io sono Dio" (1) e non ci accorgiamo che "il salario dell'operaio viene messo in un sacchetto forato" (2) infatti perdiamo la pace, la tranquillità, la buona fede e, ancora più importante, il tempo di ascoltare e parlare in modo vero, con l'altro. Troppo lavoro rischia di appiattire i de-sideri dell'uomo cioè le aspirazioni che vengono dall'alto.
 
TI lavoro è diventato un assillo, certo "mangerai il pane col sudore del tuo volto" (Gen.3,19) ma Dio non chiede lo stress anzi "darà (ciò che serve per vivere) ai suoi amici nel sonno"; nel momento di massima inattività umana otteniamo la ricompensa perché abbiamo confidato in lui (vers.2). Qoelet 5,11"dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi; ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire".ll sonno è fiducia, riposo,abbandono di chi sa di aver speso bene la sua giornata, è un dono di Jhwh perché non si tratta del sonno notturno ma di saper passare del tempo con Dio. Tutto ilnostro affaccendarci non ci darà mai il senso della vita. Anche la Chiesa vive di tutte queste frenesie, illuogo che ci dovrebbe permettere di meditare, di intessere amicizie, di portare "la buona novella"di un Dio che ci accompagna, diventa un
 
luogo di "cose da fare", di strategie aziendali, di lotte intestine per piccoli poteri. I
 
preti sono stanchi, sovraccarichi di impegni e questo turba la coscienza di tutti.
 
In nome di un lavoro che non ammette tregua, in nome di traguardi che crediamo siano essenziali per noi, si trascura la famiglia, l'amicizia, la socializzazione e si vive nella solitudine; alienazione nell'attività.
 
 
  
 
In nome di un impegno giusto concomitante con l'abbandono in Dio si vive per portare frutti di serenitàpace, sicurezza di cui ha tanto bisogno il mondo.
 
 
Casa come famiglia, casata o fraternità
 
Si può essere bravissimi a mettere un mattone sopra l'altro ma fallimentari nella famiglia che sta diventando sempre più fragile soprattutto per mancanza di ideali e valori.Le casate hanno fine e, spesso, lasciano dietro di loro un terreno arido che il vento del tempo disperde. Le fraternità si spengono per mancanza di legami forti. Is.30,15 "nella conversione e nella calma sarete salvi, ma voi non avete voluto" Ger.2,13 "il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono acqua".
 
Su tutto prevale la difficoltà di parlare, di dirci verità, di ascoltare i racconti ed i bisogni dell'altro tutti tesi a impegnarci per ciò che ognuno di noi ritiene importante. L'uomo fa fatica a dipendere da Dio, a chiedere a Dio qual è la strada giusta.
 
Cosa portiamo nelle nostre case, acqua viva o acqua presa da falde inquinate?
 
ntempo
 
Dio è fuori del tempo, il tempo è solo per l'uomo. Mattino, sera, notte, Dio è sempre
 
presente per Dio ma noi siamo sempre presenti per Lui? II parte vers.3-5. I frutti della fedeltà a Dio
 
I figli sono una grazia ma oggi, spesso, si considerano una dis-grazia, un peso.In
 
Israele si andava sulla porta della città per stendere contratti o dirimere delle questioni giuridiche o politiche e la famiglia che si presentava unita e numerosa aveva ilsuo peso davanti agli altri. Se i figli sono dono di Dio e non proprietà, i genitori sono tenuti a scoprire ilsogno che Dio ha su di loro e non ad obbligarli ad esaudire i propri sogni.
 
Dobbiamo considerare figli, non solo quelli carnali, ma anche quelli che formiamo quotidianamente nella vita attraverso il nostro esempio. C'è bisogno di maestri che lascino un segno, che aiutino ad edificare, che prendano la mira per fare centro. ''Noi ci affatichiamo per custodirvi, ma sarebbe vano ogni nostro lavoro se non vi custodisse colui che scruta i vostri pensieri. Egli vi custodisce durante la veglia e durante il sonno. Addormentatosi infatti una sola volta sulla croce, ne è risuscitato e ormai non dorme più" (2Tim:2,19).ilcardinale Poletto dice:"siate cristiani fuori della chiesa, portate ivalori nella famiglia e non solo le buste paga e nel lavoro e nella società siate coerenti"
 
Il salmo fa una analogia tra i figli e le frecce. Solo una freccia estremamente diritta può far centro. Chi insegna, custodisce, dirige deve essere estremamente attento neli'educazione e costruire nel timore del Signore per dare come valore finale l'eternità, per fare centro. ''Né chi pianta chi irriga è qualcosa, ma solo Dio fa crescere'' (1Cor.3,7).
 
 
  
Il nostro salmo :finisce con una beatitudine. Beato l'uomo che ha tanti figli, tanti discepoli, che possono testimoniare ciò che lui ha predicato, vissuto, perché non sarà turbato da accuse calunniose, non si stancherà della vit perché ci sarà sempre qualcuno che pensa a lui, che lo aiuterà, perché non si sentirà mai solo. Gesù apparentemente abbandonato da tutti gli amici,ora ha molti discepoli perché ha insegnato, con la propria vita, a cercare per prima ilregno di Dio e la sua giustizia.
 
 
Mt.6 "non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo, che cosa berremo, che cosa indosseremo, cercate prima il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta"
 
 
Domande
 
 
1) Il covid ci ha messo all'angolo, è bastato un organismo grande un centinaio di nanometri (miliardesimi di metro) per far saltare tutti i nostri bei piani, la nostra organizzazione di vita. Siamo sicuri di stare edificando qualcosa di eterno? Cosa stiamo edificando? Cosa ci insegna il covid?
 
2) Cosa gira a vuoto nella mia vita, nel mio camminare, nella mia famiglia, città
 
Chiesa?
 
3) Perché costruiamo se poi rinneghiamo le nostre costruzioni?
 
4) La tua vita ha valore? Tutta la tua fatica porterà un frutto duraturo?

(1) Sal. 46, II
 
(2) Ag. 1,6


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Oasi della Parola – per un ascolto che dà pace e senso
Lectio divina – Salmo 91 ‘una corrente di grazia

Benedici il Signore anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici' (v 2)
 
 
Il cuore dell'uomo è come una barca in   un mare infuriato, sospinta dai   venti tempestosi provenienti dalle quattro parti del mondo. Da una parte lo spinge il timore e la preoccupazione degli accidenti futuri, dall'altra lo porta il dolore e la tristezza del male presente. Qui spira la speranza e la presunzione della felicità futura, soffia la sicurezza e il piacere dei beni presenti. Questi venti tempestosi insegnano a parlare onestamente, ad aprire il cuore e versarne fuori il fondo. Infatti chi si trova nel timore e nella necessità parla della disgrazia in modo del tutto diverso da chi si trova nella gioia.   E chi si trova nella gioia parla e canta di essa in modo del tutto diverso da chi è nel timore. Ma cosa è dunque la massima parte del Salterio se non questo parlare onestamente in tali venti di tempesta?'
 
                                                                                                           
                                                                                                         (Martin Lutero, In Psalmos)
 
 
A.   Inizio
 
 
Il problema è che ricordo le botte, quelle tutte; ma dovrei non dimenticare le carezze, e che Te mi hai preso per mano. Questo Salmo 103 avremmo dovuto meditarlo nella domenica della Misericordia, ma tutto il tempo di Pasqua è questo. E ogni giorno di burrasca, potremmo scegliere se lodare, ossia essere capaci di riconoscere positivo, o deprimerci, ovvero depositare rabbia dentro di noi o addosso a qualcuno.
 
Questo Salmo è il proto-Vangelo della misericordia di Dio, di una vita che non deve mai perdere la speranza. Israele con esso prepara ancora la recita di Shemà, il primo comandamento che è l'ascolto: per dire che vale la pena fare attenzione, se te ne viene grazia. Tra i soggetti narrati, angeli (v 6), figli di Israele (v 7), uomo (v 15), ma soprattutto Dio, un Dio dell'alleanza, vero Salvatore dell'uomo sempre, malgrado tutto.
 
 
B.   Schema
 
 
Il Salmo 103 ha la forma degli inni di ringraziamento, quell'atteggiamento che ci concentra su ciò che è dono più che sui problemi. Per questo al mattino la preghiera è di 'Lodi', perché possiamo affrontare il giorno come opportunità, non solo come peso. E' un cantico sapienziale, che rilegge la vita con realismo perché ammette la fragilità dell'uomo, ma trova senso nella speranza di salvezza che nasce da un Dio buono.
 
Da un lato l'uomo è quello che è, plasmato dalla polvere (v 14) della sua in-consistenza; dall'altro c'è Dio che, con la sua energia salvifica, manda avanti magari in modo parziale e non risolutivo, ma senza perdite e dunque con orizzonti aperti.
 
 
a. vv 1-5 incitamento alla benedizione - b. vv 6-7 salvezza storica e personale
 
c.   vv 8-10 il perdono di Dio- d.  paternità e ampiezza del perdono
 
e.   vv 14-16 caducità dell'uomo - f. vv l 7-19 giustizia di Dio
 
g.   vv 20-22 benedizione delle schiere
 
 
C.   La benedizione (vv 1-5)
 
 
In una sorta di cornice inclusiva, la benedizione sta all'inizio e alla fine del salmo. Per sei volte viene ripetuta la radice 'brk' che significa benedizione, forse la stessa radice del vocabolo 'berek' ginocchia, simbolo della fecondità della vita. Come in un dialogo interiore tra sé e sé, il salmista esorta se stesso a benedire: è come se dentro l'uomo ci fosse un confronto in atto, e l'uomo dice a di determinarsi verso la benedizione; perché è meglio vedere le risorse che ci sono nella vita, piuttosto che fissarsi sui deficit. Questa alternanza tra limite e provvidenza, tra debolezza dell'uomo e salvezza di Dio, attraversa tutto il salmo, come se ogni volta e non una sola fosse dato all'uomo di fare Pasqua, di non essere all'angolo.
 
Il peccato è considerato come una malattia, nel senso che la salvezza è quasi una guarigione che Dio opera; come in fondo si dice dei sacramenti, che sono 'farmaco' di immortalità. Le azioni di Dio, che sono poi le sue identificazioni, sono queste: Dio perdona (v 3), guarisce e riscatta (4), corona di grazia (5) e sazia di beni. In fondo è come se in progress Dio disciplinasse la sfera delle passioni, orientando verso una pienezza del desiderio che non è l'insoddisfazione spesso conseguente alle nostre illusioni, ma il lato 'chiaro' (non oscuro) e sano della forza. Dio non ci vuole spenti, ma giusti. Non travolti da moventi irrazionali, ma mossi da scelte vere.
 
 
D. Le conseguenze (vv 6-13)
 
 
I benefici dell'agire di Dio sono descritti come misura del suo amore per noi, so che valgo agli occhi suoi come sono. Accanto alla giustizia e alla pietà, meritevole di attenzione è il fatto che  Lui è 'lento all'ira', non ne è dominato; e che 'non continua a contestare', non si lascia abitare da quei processi interiori che suonano sempre lo stesso refrein di vittima. La concentrazione 'attuale', ossia il giudizio sul presente ed il suo superamento in un oltre, questo è garanzia di oggettività, di non 'parzialità', nella giustizia relazionale.
 
Dio verso l'uomo è padre e madre, questo diceva papa Luciani. È padre di misericordia (v 13), perché non ama nonostante la debolezza dell'uomo, ma proprio a causa di questa, a rimedio di quell ‘vuoto' esistenziale che ci impedisce oltre, dice la logoterapia. Come un padre, Dio sente che l'uomo è sua creatura, gli importa di, l'uomo per lui vale.
 

E.   La vulnerabilità (vv 14-19)
 
 
Egli 'sa' di che siamo plasmati (v 14), riconosce come siamo. Ma quando conosciamo la verità del nostro reale, non dobbiamo abbatterci. Solo accettiamo che quel che c'è di buono, non è merito nostro ma è grazia. Capire che siamo dono, comprendere l'eccedenza dell'amore di Dio, significa sperimentare la tenerezza di chi è sempre amato.
 
Il primato dell'amore,  anche se  ci s-bilancia in una  relazione a-simmetrica e non  garantita da nostra giustificazione, è però la nostra speranza. Come è capace di creare, Dio è ancora e ogni volta di nuovo all'opera  nel ri-creare,  come  il vasaio  ci 'forma'.
 
 
F.   Le schiere (vv 20-22)
 
 
Torna 'barak', la benedizione. Ma qua non è più uno solo, 'tutti' benedicono Dio: la creazione, e la storia, ogni vivente è chiamato a vivere di questo destino comune, di un orizzonte di benedizione e non di maledizione, dove dinanzi c'è il meglio.
 
Finalizza alla salvezza tutto quello che accade, tutte le opere di Dio. E' come se dicesse che l'unico senso di questa vicenda terrena   è la benedizione, pensiamo spesso ad un mondo pieno di incongruenze, dove ci sono le malattie gli incidenti e pure i laziali, dove Dio alla fine ci chiederà conto; ed invece la vita è una grande avventura, dove tutto alla fine sarà ricapitolato in benedizione, e Dio potrà amarci solo come vuole.
 
 
G. Collegamenti
 
 
+ I Gv 4,8: Dio è Amore + Tt 3,4: siamo salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute
+ Rm 7: il malato e il medico
 
+ il Magnificat mariano: inno ad una misericordia 'sovversiva'+ Le 6,19: da Lui usciva una forza che guariva tutti
+ At 17: non è lontano da noi, in Lui ci muoviamo
 
 
H. Questioni
 
 
I interrogativo: sono incline alla benedizione o al lamento?
 
II interrogativo: sono capace di ri-cominciare?
 
III interrogativo: credo alla mia Pasqua, anche se sarà dura?
 
IV interrogativo: credo ai passi parziali, alla pedagogia del possibile?
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Oasi della Parola – per un ascolto che dà pace e senso
Lectio divina – Salmo 91 ‘gli farò vedere la mia salvezza’

A. Per motivarsi
‘Dal momento che celebrate la lode in comunione con i cantori del cielo, e che siete ‘concittadini dei santi e familiari di Dio’ (Ef 2,19), allora salmodiate con intelligenza (sal 46). Il cibo si gusta con il palato, il salmo con il cuore. L’anima fedele e sapiente non trascuri però di triturarlo, per così dire, con i morsi della sua intelligenza. Se infatti lo inghiottisse tutto intero senza masticarlo, il suo palato sarebbe privato di questo sapore desiderabile, più dolce del miele e del favo (S.Bernardo di Cl.).
Alla fine questo Salmo, che si prega la I domenica di Quaresima in ragione del collegamento col Vangelo delle tentazioni, oggi domenica della misericordia ‘in albis’, ci dice della vittoria di Cristo risorto sui pericoli, dai quali con le parole della fiducia domandiamo protezione. Nella tradizione è una preghiera vespertina, ossia sta al compimento della giornata, quando si avvicina la notte. E ci dice che non siamo mai soli, Dio è davvero ‘Ima-manu-el’ Dio-con-noi. In questi mesi in cui molti hanno sofferto senza nessuno accanto, abbiamo capito che è la mano di Q-qualcuno che ci serve più di ogni altra cosa. Questo Salmo ci dice: non temere; salmo anti-stress, medicina dell’ansia che ci affligge più del covid: noi apparteniamo a Dio, a Lui importa di noi e sta nel profondo del cuore.
B. Una ‘forma’
Il Salmo 91 va in parallelo col 92, così che il primo domanda a Dio, e l’altro trova risposta. Il 91 chiede protezione per chi si affida, essendo il cantico della fiducia, una sorta di parenesi (esortazione) sapienziale a riporre in Dio una speranza. Lo specifico del Salmo è questo: è una preghiera contro gli imprevisti del male. In gioco c’è una vita intesa come lotta spirituale, dove con molto realismo non ci si illude che le cose vadano bene, ma si è coscienti che l’avversario porta avanti le sue insinuazioni. La vita è una tentazione ogni giorno, mai finita, ma c’è sempre una speranza di salvezza.
Il Salmo è come il covid, attraversato da un movimento ciclico, da un avvicendarsi pendolare che va da una parte all’altra, dai pericoli che fanno temere alla salvezza che viene garantita; dalla promessa che ci rassicura al suo compimento nei fatti. C’è l’alternarsi delle stagioni, dalla notte al giorno con le fasi di picco e quelle di quiete; e c’è soprattutto una forma che si manifesta come dialogo tra locutori: il credente (vv 1-2), il sacerdote che lo esorta (3-6), gli angeli nella lotta con le fiere (7-13) e l’annuncio della salvezza da parte di Dio (14-16). Se vogliamo, leggendo con le lenti delle storie narrate, c’è una situazione iniziale bella, poi vengono i pericoli che insidiano, nasce una grande battaglia per la vittoria, alla fine prevale il bene: una parabola della vita.
C. Stare con (vv 1-2)
Il soggetto è una persona che ha prossimità con Dio, potremmo dire ‘di area’. Ma lo stesso ha esigenza di protezione, al v.2 è espressa l’intenzione di rivolgersi a Lui, nella versione dei Targum è lui stesso che ‘dice’ al Signore. Questo è già scuola per noi: la preghiera ci educa a non fare da noi, a tener conto dell’Altro che agisce nelle nostre storie, la preghiera è co-attiva.
Il riparo dell’Altissimo, dimora-rifugio-scudo-tenda, è la condizione di ‘compagnia’ per la quale l’uomo non si ritrova solo ma vive una Presenza che gli fa da riferimento. Quando i primi due discepoli incontrano Gesù sulle rive del lago di Galilea, gli domandano: Maestro dove dimori? Che non significa
stai a via Helsinki o dove, ma chi sei, cosa posso fare con te. La pratica di pietà orientale dell’ ‘incubazione sacra’, tipica di chi sta una notte in preghiera dentro il Tempio, per esempio al S.Sepolcro di Gerusalemme, è espressione di questo che è desiderio di vita insieme.
D. De-centrazione (vv 3-6)
Quando l’uomo vive fissazioni, ossia la sua attenzione è troppo concentrata sui timori che lo abitano, occorre una de-reflessione che lo sganci da quell’attaccamento. Le parole di un altro, un mediatore-liturgo tra l’uomo e Dio, lo invitano a rassicurarsi. Può esserci la peste (covid) o altra insidia (freccia) che vaga superando i confini che vorremmo mettere al male, ma Dio è anzitutto liberazione, dalla schiavitù dell’Egitto in poi ciò che è laccio, ciò che lega non è più inciampo. La fede è possibilità di tornare a camminare, perché crescere fa vivere, la fede è difesa protettiva.
In questa lotta tra bene e male che è la storia (cfr Gaudium et Spes 13), la preghiera è come una ricarica, è la sorgente alla quale attingere energia per lottare. Pregare non serve a Dio ma a noi, è il gesto di Mosè sul monte con le braccia alzate che sostiene Israele a valle che lotta. Così la preghiera diventa la forza stessa di Dio che dentro di noi ci sostiene, ci salva. ‘Non temerai’ è il grande target: i pericoli ci sono, ma è il timore a fregarci. Per questo la Scrittura ripete 365 volte: ‘Non abbiate paura’, il temere è la condizione che va saltata, superata dalla fede. Ci soffermiamo su un particolare al verso 6b, dalla tradizione patristica lo ‘sterminio’ che devasta a mezzogiorno è sempre stato interpretato come il ‘demone’ di mezzogiorno, quel vizio che affligge i monaci i solitari ‘nel mezzo’, ovvero laddove dovrebbe invece sostenerli la consistenza la pienezza della scelta di fede. Dinanzi all’irruzione dell’avversario, a volte risultiamo vulnerabili non per la veemenza dei suoi assalti, ma per la vacuità della nostra risposta: l’accidia dunque è il demonio meridiano. E non c’è chi non veda che proprio di questo soffre il mondo di oggi, di una inerzia spirituale che fa del peccato di ‘omissione’ qualcosa di più forte ancora che gli altri di pensieri parole opere; è quello che V.Frankl chiamava vuoto esistenziale, male che affligge l’uomo quando non trova uno scopo.
E. Angeli e demoni (vv 7-13)
All’origine c’è una convinzione che ti rende ‘asintomatico’: ‘nulla ti potrà colpire’ (v.7). Relativizza ogni pericolo, la vita va avanti. Promette un esito di bene: ‘vedrai il castigo degli empi’ (v.8), la storia non è senza riscatto. Questa parte del Salmo è quella decisiva, epica quasi, in ogni caso è il passo che sta al centro delle tentazioni di Gesù nel deserto (cfr Matteo 4), soprattutto quelle dell’apparenza e del potere. ‘Tibi dabo’: a te darò. Proiettando Gesù in alto, che sia il monte o il pinnacolo del Tempio, in realtà l’avversario sta facendo con lui un gioco di potere, che continua sempre anche sul Calvario (‘scenda ora dalla Croce, e gli crederemo’). Non possiamo vincere imponendo volontà, ma imparando ad accompagnarle perché maturino in offerta che si spende.
E’ il gioco del compromesso: ti do un po, e mi accontento di un po. O meglio: è la mossa della scorciatoia, passare al risultato senza fare la fatica. Vincere facile: la vera tentazione di Gesù e nostra, è quella di saltare la questione della morte. Al Getsemani è chiarissimo, tutto sarebbe più sostenibile, passi da me questo calice. Ma l’Emanuele non sarebbe più Dio con noi nel momento del dolore, nella sconfitta saremmo allora perduti e la storia sarebbe dei forti.
E’ qua che vengono gli angeli (v.11), chiamati in causa da chi lo era. ‘Solo Dio servirai’, così sceglie Gesù, decidendo di non servirsi della promessa del Padre, ma di servirla. La vocazione dell’U-uomo, come scrisse Giovanni Paolo II, sarà ‘dono e compito’, ricevuta ma pure acquistata col Sangue. E’
questo che permetterà a Gesù di ‘stare con le fiere’, non lasciarsi ferire e imparare a tenerle a distanza di sicurezza: profezia di una lotta davvero continua (il ‘leone ruggente’ di I Pietro 5), di una possibilità di vaccino che farà ‘prendere in mano i serpenti’ (Ascensione), di una ‘immunità di gregge’ (Isaia 63 su lupo ed agnello) che renderà il Regno diverso.
Gli angeli: la formazione razionalista degli anni passati non dava dignità di esistenza a nulla che non fosse ‘scientifico’, ora tutta un’onda di series televisive ci sta facendo credere anche agli asini che volano. La Scrittura dice di coloro che sono messaggeri, indicando nel movimento un loro specifico, perché custodiscono l’uomo in tutti i suoi ‘assi’, ossia quando cammina: che è come dire quando si muove, non è più fermo, cresce davvero. Se l’uomo dimora all’ombra, c’è l’Altissimo che lo copre; ma se è sulla V-via, ci sono questi ‘custodi’ ciascuno il suo, i nomi scritti nei Cieli, nostri coeredi nel Regno. Angeli come chi è pastore (‘all’angelo della chiesa di Sardi, scrivi’: cfr Apocalisse), chi ha a cuore il destino di qualcuno. L’ultima creatura che ci sarà accanto nella nostra morte, forse in ogni passaggio di vita. Essere angeli: dare annuncio.
F. Chi sei (vv 14-16)
Salmo di chi ci prova, ma cerca un aiuto che gli sia dinanzi (cfr Genesi). Si rivolge a Dio, non c’è nessuno forte come Lui. Abbiamo confidato in tanti idoli, non sono né roccia né promessa. Lo chiama Elohim (v.2), Elyon Altissimo (v.9), Shadday Onnipotente, Jhwh Signore. Troverà salvezza perché ne ha conosciuto il Nome (shem, v.14), ossia non gli è estraneo è dei Suoi. Il Nome nella cultura ebraica è la realtà profonda, l’identità, la vita-azione efficace. Il Nome sono le virtù che gli attribuisce l’uomo, quelle in cui confida: la fedeltà, la custodia, la protezione.
Questo Dio che è dimora quando l’uomo è con Lui, accompagnatore nei Suoi angeli quando l’altro cammina, è Uno che non molla e quindi sa riconoscere pure quando l’uomo fa sul serio. Riconosce (v.14) che l’uomo gli si è affidato: il verbo è chashaq, quello che descrive quando un uomo aderisce ad una donna nell’atto del congiungimento carnale, dove c’è come una fusione. Così gli piace, questa corrispondenza salverà l’uomo da ogni altra contaminazione invasiva.
I questione. Siamo nella Pasqua: ma io credo alla mia pasqua, che c’è un’altra possibilità di salvezza?
II questione. Bussate, e vi sarà aperto: ma io domando, che è a dire ‘desidero’, o non tendo la mano?
III questione. La partita si vince prima, nella testa: perché io penso di essere un perdente, cosa manca?
IV questione. Come Tu vorrai, così diceva il Papa della sua morte: come lo sogno io, il Suo riscatto?
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SALMO 87
I nomi scritti nei cieli

Questo salmo è incastonato, come un gioiello, nel III libro dei salmi che vanno dal 73 all’89. È un libro cupo che parla di paura e distruzione ed in cui c’è una domanda implicita: ma Dio ha davvero abbandonato il suo popolo e Gerusalemme? A questa domanda è Dio che risponde attraverso i cantori dei salmi 84-87, salmi di gioia, vita e speranza.

A prima vista, il salmo 87, sembrerebbe un’ode in cui si canta la grandezza di Gerusalemme (Sion), ed invece è unico nel suo genere per due particolarità, una nel vers.5 che correttamente tradotto suona così: “Madre Sion, dirà l’uomo. E l’Uomo è nato in essa. L’Altissimo, Lui stesso, l’ha fondata”; la seconda particolarità è la carica ecumenica che possiede questo salmo soprattutto pensando al contesto socio-religioso in cui è stato scritto, sono gli anni in cui Esdra e Neemia (Ne.13,23-25) vogliono fare di Gerusalemme una città chiusa abitata solo da Ebrei di discendenza pura.
 
Quanti di noi cristiani vorrebbero fare della Chiesa un luogo chiuso agli altri, alle novità ed, in fondo, anche alla Parola di Cristo.

Ci sono due immagini che indicano la grandezza di Gerusalemme. La prima nei vers.1-3 la seconda nei vers.4-7. In questo salmo si esprime tutta la bellezza che scaturisce dall’essere, non solo amati, ma prescelti.

Vers.1 Il cantore inizia in modo inusuale “le sue fondamenta sono sui monti santi”.
 
Le fondamenta di cosa? È chiaro che è un sospiro che nasce dal cuore, è il grido di un pellegrino che è arrivato di fronte alla città tanto desiderata e sta facendo un giro intorno per gustare meglio il momento in cui entrerà in essa infatti parla di fondamenta, di porte, di dimore e, poco alla volta, ne scopre le meraviglie intuendo che, questa città, è più divina che umana.
 
Quali sono questi monti alti? Gerusalemme è costruita su delle colline così come tutte le maggiori città della Palestina e i loro templi ma, le fondamenta di Gerusalemme, sono le più sante. Il monte è sempre il simbolo di un incontro tra terra e cielo, tra Dio e l’uomo e questo incontro avviene in Gerusalemme perché “tutti là sono nati”.
Vers.2 “Dio ama le porte di Gerusalemme più di tutte le altre dimore di Giacobbe”. Dio ha un amore tutto particolare per Gerusalemme. Abbiamo un Dio che si è scelto un uomo: Abramo, poi un popolo: gli Ebrei, ed una città: Gerusalemme in cui ha deciso di dimorare per mantenere le promesse fatte nei secoli da Abramo a Davide.
Vers.3 Questo versetto fa da interludio tra la prima parte del salmo e la seconda perché la città è ammirabile non nelle sue bellezze terrene ma per la felicità eterna che promette.
 
Ecco allora che il pellegrino ha un grido di stupore e di giubilo “cose gloriose si proclamano di te, città di Dio!”. i profeti (Is.2,2.60,1 e ss; Zc.2,14-15…) avevano già detto cose inaudite di Gerusalemme ma la vera gloria è che Dio vive in essa e questa città avrà un destino universale perché, Gerusalemme, è il compimento di antiche promesse e la speranza delle nuove.
Dal vers.4 è Dio che parla e risponde al salmista e a tutti noi promettendoci alter cose, superiori alle prime; questo porta alla mente l’episodio del Vangelo in cui Gesù dialogando con Natanaele dice ai suoi discepoli: “perché ti ho detto di averti visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!” (Gv.1,50).
“Iscriverò Raab e Babilonia, la Filistea, Tiro ed Etiopia tra quelli che mi conoscono” Stiamo parlando dei 4 punti cardinali. L’Egitto detto Raab (mostro mitologico rappresentante il caos, Is.30,7) come potenza occidentale; Babilonia potenza orientale; Tiro e la Filistea (Palestina) a nord; Etiopia nell’estremo sud.
 
Tutte le genti della terra sono iscritti, annoverati tra quelli che “conoscono” Dio che, nella Bibbia, vuol dire tra quelli che “amano” Dio. anche i nemici più acerrimi e gli oppressori più potenti un giorno ameranno Dio e questa espressione per gli Ebrei era una bestemmia, i due simboli della perversione, Raab e Babilonia non potevano adorare JHWH né tantomeno essere amati da Lui. Questo salmista è l’unico, in tutto l’Antico Testamento, che ha il coraggio di fare una affermazione del genere, siamo in pieno ecumenismo.
Vers.5 “Madre Sion, dirà l’uomo, e l’uomo è nato in essa”. Ecco che ci troviamo davanti alla seconda particolarità di questo salmo, l’immagine di Sion madre dei viventi “Tutti là sono nati!”; “La Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi” (Gal.4,26). Il Padre, Dio, ha dato vita agli uomini attraverso Gerusalemme la Madre e, quindi, tutti gli uomini sono uguali, tutti fratelli, tutti in pace (salem). Quella che canta il nostro salmista è già la Gerusalemme della Pentecoste in cui tutti parlano, ognuno nella sua lingua, delle grandi opere di Dio e tutti si capiscono (At.2,5-12). Questo pellegrino osa affermare che tutti i popoli stranieri riceveranno la cittadinanza in Sion come dirà Ef.2,19 “Non siamo stranieri né ospiti ma concittadini” perché il nome stesso della Gerusalemme escatologica è “Là è il Signore” (Ez.48,35).
Guardando ai verbi tutti al futuro, capiamo che è una visione profetica come quella di Isaia 19,23-25 “In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’assiro andrà in Egitto e l’egiziano in Assiria, e gli egiziani renderanno culto insieme con gli assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con L’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore dell’universo dicendo: benedetto sia l’egiziano mio popolo, l’assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” e tutti gli altri popoli aggiungeranno: “Lui, l’Altissimo, la rende stabile”, cioè feconda.
 
Vers.6 “Il Signore scriverà nel libro dei popoli: là costui è nato”. Ogni uomo ha uno stesso Padre, una stessa Madre ed una stessa dimora: siamo tutti fratelli.
  
È bene ritornare ancora un poco su questa idea di fondo di maternità.
 
Se Gerusalemme è il grembo materno in cui vengono concepiti tutti gli uomini questo vuol dire che Dio la ama più di tutte le altre città perché anche ogni popolo pagano ha i suoi natali lì; è un amore che include, tutto il mondo è Gerusalemme.
 
Questo salmista, unico in tutto l’Antico Testamento, oltrepassa anche tutti i profeti che predicavano che gli altri popoli sarebbero venuti in Sion per servirla, perché afferma che gli altri popoli non saranno servi ma fratelli, trattati alla pari; “non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv.15,15).
Vers.7 Il canto e la danza sono la risposta a questa rivelazione di Dio che fa questa ulteriore promessa: la sorgente, l’abbondanza di Dio sarà per tutti (Ez.47,1-12; Zc.13,1.; Ap.22,1-2). Il salmista è chiamato a vivere già ora questa speranza futura.
Ecco ciò che questo salmo straordinario voleva dire ad Israele quando questa era una delle più piccole città dell’impero persiano.
 
A noi, oggi, cosa dice questo salmo? Partiamo dalle parole di Teodoreto: < “Un uomo è nato in essa” colui che chiama Sion -madre- confesserà anche la nascita dell’uomo…quest’uomo, infatti, che è nato in essa, è anche il suo Creatore e architetto perché è Dio l’Altissimo>.
Quando ha iniziato ad accadere la profezia del salmista che Gerusalemme diventasse madre di tutti? La risposta è in Giovanni: “Quando io sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv.12,32) e poi sotto la croce quando Gesù consegna Giovanni, simbolo di tutti i discepoli alla Madre e Maria, simbolo della chiesa, al discepolo che lui amava. La Chiesa è la nuova Gerusalemme.
Ricominciamo anche noi, come il salmista, facendo un giro intorno alla Chiesa e non fermiamoci alle cattedrali o ai carismi più o meno nobili del clero, ma vediamola come una realtà spirituale, non “astratta” ma “attratta” dallo Spirito.
 
Lumen Gentium 8. “La chiesa è fatta di cose visibili ed invisibili, c’è una realtà materiale a servizio di quella spirituale. La Chiesa è mistero amato da Dio di un amore preferenziale anche se ciò non vuol dire esclusivo”.
 
L’amore preferenziale vuole l’amore inclusivo, il Signore ama più noi perché siamo chiamati a tendere le mani agli altri, chiamare a salvezza ogni uomo e fare festa. Il Signore si serve di me per chiamare a salvezza chi mi sta intorno e non bisogna scartare alcuna mano perché ne dovremo rendere conto.
Anche della Chiesa si può dire che si estende ai 4 punti cardinali. È un sogno che Gesù ha fatto suo: “molti verranno da occidente e da oriente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt.8,10-11), ma Gesù ha fatto  molto di più identificandosi con lo straniero “ero straniero e mi avete ospitato” (Mt.25,35). Allora ognuno di noi ha per fratelli “il mondo”, non ci sono più uomini fuori dal recinto, non più divisioni e caste, figli e figliastri, perché dobbiamo essere coscienti che “tutti là sono nati” e tutti hanno nostalgia delle origini, di quel paese lontano in cui sono chiamati!.
 
I cristiani devono riscoprire dove sono nati perché non lo sanno. Non sanno che la Chiesa è la loro Madre e a malapena sanno qualcosa di Cristo, spesso per sentito dire; non sanno che L’Altissimo, Lui stesso, ha fondato la Chiesa con la sua Parola che si è fatta carne (Gv.1,1-3.14). Se capiremo che la Chiesa è nostra Madre ne parleremo con rispetto ed entusiasmo come si conviene a dei figli: “onora tuo Padre e tua Madre”. Concilio Vaticano II: “Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio che è la Chiesa, sono chiamati all’universale comunione del popolo di Dio, comunione alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati, sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia tutti gli uomini che dalla grazia di Dio sono chiamati alla salvezza”; tutti là sono nati, tutti raccolti in Cristo.
Abbiamo ancora una immagine molto cristiana: le sorgenti cioè il Battesimo. Le acque battesimali sono le nostre sorgenti, quell’acqua scaturita dal cuore di Gesù in croce, per questo il Battesimo viene detto il mistero della morte di Cristo “sepolti in Cristo per risorgere con Lui” (Rm.6,4), “comprati a caro prezzo” (I Cor.6,20;7,23) nelle doglie del parto.
Non basta, comunque, il Battesimo, per definirsi cristiani perché, con un’altra immagine San Paolo dice che “siamo stati innestati sulla croce” ma non tutti gli innesti riescono, alcuni rimangono rami secchi che devono essere tagliati.
La Chiesa è comunione di differenze, con quale diritto erigiamo barriere a suo nome?

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SALMO 84
 
(Canto del pellegrino)
 
 
LA BEATITUDINE DEL DESIDERIO
 
 
Il Samo 84 è un canto di chi si mette in cammino verso Dio con sentimenti di attesa, di speranza, di gioia, di desiderio e di sorpresa. Poesia e fervore religioso si amalgamano toccando le più alte cime.
 
 
Possiamo suddividere il salmo in tre parti:
 
vers.2-4 – il desiderio di Dio
 
vers.5-8 – l’itinerario spirituale verso Dio
 
vers.9-13 – la gioia del dimorare in Dio
 
 
Vers.2-4 “Quanto sono amabili le tue opere Signore”
 
Entra in gioco lo stupore dell’uomo di fronte a tutto il creato, è qui che troviamo, per la prima volta nel salmo, l’espressione “Signore dell’universo”, frase che si ripeterà ancora nei vers.4.9.13.
 
Chi inizia un cammino spirituale è sempre preso dallo stupore, tutto il creato assume una connotazione diversa, le cose intorno diventano parte di un enorme meraviglioso disegno e il pellegrino si sente parte di tutto ciò, una umile, piccola, indispensabile parte di un “Uno” e interviene l’urgenza di arrivare alla meta che chiama.
 
Se il creato è così bello, come sarà la dimora di Dio?
 
Tutto l’essere umano viene attratto: l’attività vitale del respiro, la vita (nefesh); il cuore come luogo della decisione; la carne che sembra consumarsi per il desiderio. L’uomo ha in sé un desiderio inestinguibile verso Dio spesso sopito dagli affanni della vita ma qui, il pellegrino, si accorge di un’armonia cosmica di cui anche lui fa parte e che tiene conto di ogni più piccola creatura, il passero e la rondine, che trova dimora nel grande piano di Dio, libera di volare al Tempio dove trova un caldo rifugio sicuro dai predatori.
 
 
Vers.5-8 felicità e pianto
 
Il ragionamento del nostro pellegrino è semplice, se creature così piccole trovano rifugio nella casa di Dio anche lui, che anela a Dio, troverà sollievo a tutte le sue fatiche quando arriverà negli atri di Dio.
 
C’è, però, modo e modo di camminare: si può camminare per tonificarsi, per mostrare qualcosa a sé stessi, per un proprio desiderio, per allontanarsi o avvicinarsi a qualcuno, si può essere motivati dalla curiosità o dalla ricerca di novità e il tempo che passa logora le energie, la tenacia e ogni aspirazione; c’è un modo di camminare dell’uomo che cerca Dio che, invece, non è fine a sé stesso ma è sorretto da una promessa che 3000 secoli non hanno distrutto, è un cammino alla ricerca della Terra Promessa, del volto di Dio. In questo cammino più il tempo passa più si è sicuri che la meta si avvicina e la relazione con Dio cresce e custodisce il viandante donandogli cose improbabili come l’acqua dalla roccia o la manna dal cielo e così, più si cammina, più la fatica diminuisce.
 
E’ un percorso aperto al futuro, mai nostalgia del passato, ma benedizione che si basa su una Parola, un giuramento.
 
Nel camminare per arrivare a Gerusalemme, il pellegrino deve attraversare anche la valle del pianto che è sia un luogo geografico che simbolico.
 
Geografico perché si riferisce alla pianura desertica, detta valle di Baka, in cui si incrociano tutte le strade che portano a Gerusalemme; era la piana dove Davide aveva combattuto strenuamente contro i Filistei e questa guerra era costata molti morti e quindi molte lacrime.
 
Simbolico perché, in ogni vita, ci sono passaggi nel deserto in cui sembra non esistere riposo spirituale o fisico.
 
Ma questa valle del pianto può tramutarsi in sorgente e anche questo è un dato sia reale che figurato.
 
Reale perché i pellegrini che passavano durante la festa delle capanne, autunno, costruivano delle cisterne per raccogliere le “prime piogge” e così aiutare la città trasformando il deserto in un luogo di vita; figurato perché la gioia dei pellegrini che vedono dinanzi a sé la meta sospirata, diventa una benedizione, uno stile di vita che, a sua volta, contagia tutti.
 
Un cammino spirituale seguito con sincerità e decisione trasfigura la propria vita e la vita di chi ci sta accanto.
 
 
Felicità/beato “chi abita la tua casa Signore” Felicità/beato “chi attinge la tua forza in te”
 
Il pellegrino dichiara beati tutti i sacerdoti, i Leviti, che possono vivere nella casa del Signore ma, questa beatitudine si può estendere a tutti nei vari Tabor della vita in cui si incontra Dio faccia a faccia in una particolare Parola, in un rito, contemplando o nelle pieghe della vita cioè in un “sentiero del cuore” (vers.6).
 
La prima felicità è quella di sentirsi chiamati, attratti da Dio; la seconda è quella di mettersi in cammino in compagnia di Dio; la terza è la forza che cresce sciogliendo ogni timore; la quarta è la meta che si profila in lontananza, il comparire di Sion, la dimora di Dio perché “il Signore scriverà nel libro dei popoli: - là costui è nato – e danzando canteranno: - sono in te tutte le mie sorgenti -. (Sal.86)
 
L’abbandonarsi a Dio è la vera beatitudine, un antistress potentissimo. Nel nostro cuore c’è un sentiero che ci porta a Dio che è nostro scudo, rifugio, asilo, casa, tenda, nido, atrio, barca su cui si attraversano le tempeste della vita.
 
 
In molti altri salmi troviamo questo desiderio di una dimora stabile con Dio.
 
Sal.26,8 “amo la casa dove abiti…”
 
Sal.27,4 “io cerco di abitare nella casa del Signore…”
 
Sal.42,2-3 “…quando vedrò il volto di Dio?”
 
Sal.43,3-4 “…verrò al monte delle tue dimore”
 
 
È meglio abitare nella casa di Dio come i Leviti o camminare come il pellegrino? Sono le due beatitudini dei vers.5-6. Non c’è contraddizione, le due condizioni sono sullo stesso piano perché l’importante è essere fedeli al proprio stato.
 
Il cammino dell’orante, mosso da Dio, quando giunge al suo arrivo, il tempio, mostra che il viaggio è solo all’inizio perché il pellegrinaggio si svela per quello che è, un percorso che abbraccia tutta l’esistenza, non si è mai arrivati neanche se si è Leviti!
 
 
Vers.9-13 “Signore ascolta!...nei tuoi atri”
 
Siamo nel momento dell’incontro, ed il pellegrino percepisce che non può pregare solo per sé stesso, lui si fa comunità e scopre di dover pregare per tutti assumendosi le proprie responsabilità nel cammino della vita.
 
Il salmo passa dalla “mia” (preghiera) al “nostro” (scudo) ed a chiedere a Dio di proteggere (guardare) il re che è il consacrato del Signore, per noi cristiani il Messia.
 
 
L’orante passa poi a riflettere sul tempo e sullo spazio, due dimensioni che scandiscono le scelte di ognuno.
 
“Un giorno nei tuoi atri ne vale più di mille altrove” – tempo.
 
“Meglio restare sulla soglia della casa del nostro Dio che dimorare nelle tende degli empi” – spazio.
 
“Gli uomini desiderano migliaia di giorni e vogliono vivere molto quaggiù;
 
disprezzino le migliaia di giorni e desiderino quell’unico giorno che non ha alba né tramonto, quell’unico giorno eterno che non subentra al giorno trascorso e non è premuto dal successivo, quell’unico giorno sia desiderato da noi”. (Sant’Agostino).
 
 
C’è chi dice che gli atri del Signore, di cui si parla, sono il cuore del tempio vicino all’arca dell’alleanza, c’è chi pensa che siano la soglia; forse sono entrambe le cose. Mentre siamo ancora fuori, ancora al limitare della casa di Dio, il nostro desiderio ci trasporta verso la comunione profonda con Dio. Non è importante dove siamo, l’importante è essere, esistere in Dio allontanandoci da ogni tenda umana che pure ci chiama e ci alletta.
 
Bisogna continuamente esistere in Dio, sapergli dare ogni minuto della nostra strada perché non si può misurare il tempo a Dio e allora si realizzerà la profezia di Is.60,19-20 “JHWH sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore, il tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si dileguerà perché JHWH sarà luce eterna”.
 
 
Siamo all’ultima beatitudine: “Dio non rifiuta il bene e dà felicità”. Abitare il Lui è come camminare verso di Lui, la vita diventa benedetta e beata.
 
Questo salmo è la parabola della vita che è un pellegrinaggio, un volo d’uccello, in cui bisogna avere l’animo di colui che passa senza attaccarsi alle cose, colui che va con lo zaino leggero ma ripieno di gioia per la vita.
 
 
La gioia del credente ha la forma della speranza ma questo non può sembrare solo un’illusione? Può, infatti, risultare più ragionevole chi reduce la speranza secondo l’aspettativa di ciò che può più o meno ottenere. L’aspettativa è basata su di sé, è a misura d’uomo, limitata, spinge lo sguardo alla scadenza prevedibile. Ma la gioia attinge alle riserve di Dio e non è insita in un futuro nebuloso, ma implica una comunione con Dio che è già compimento di un miracolo.
 
 
Se oggi la Chiesa è il tempio di Dio ma la meta di ogni pellegrino che cammina con Cristo, le dimore di Dio, non sono le chiese di mattoni ma sono i luoghi dove si incontrano i fratelli soprattutto quelli che hanno fame e sete, che sono nel bisogno.
 
 
Cosa ne abbiamo fatto del desiderio di Dio? cosa ne è del desiderio che si avverino le promesse? “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv.14,3).
 
 
Dobbiamo “allenarci ad accogliere Cristo” (Sant’Agostino), amando i fratelli che vediamo e formando Chiesa.
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Salmo 72
 
 
Chi è re?
 
 
Avevamo detto che il libro dei Salmi si può dividere in 5 libri come il Pentateuco, ci troviamo alla fine del II° libro. Questa parte del libro dei Salmi si è aperto con immagini sull’esilio dell’anima e la dispersione del popolo, ora termina parlandoci di un Regno guidato da un re di Pace.
 
 
Il salmo è inserito tra i salmi regali, dove si parla e si prega per il re ma è anche un salmo messianico dell’epoca di Isaia infatti non lo si può leggere senza riportare alla mente i tre oracoli messianici di Isaia, soprattutto Is.11,1-9 “un germoglio nascerà dal tronco di Iesse…”. Il testo di Isaia e il salmo 72 si intrecciano e dialogano insieme interrogandosi sulla giustizia e la pace: “simile ad un fiume sarebbe diventata la tua pace e la tua giustizia come le onde del mare” (Is,48,18); “costituirò la tua pace come tuo sovrano e la giustizia come tuo governatore”.
 
 
Questo salmo è usato soprattutto nel tempo di Natale, nella festa dell’Epifania soprattutto per il vers,10 “I re di Tartis e delle isole portino un’offerta, i re di Seba e di Saba offrano un tributo”.
 
 
È un salmo con la soprascritta “per Salomone” ma, come dice sant’Agostino, salomone vuol dire “pacificatore” e quindi il salmo è la profezia di Cristo il vero ed unico “re di pace”.
 
 
Per noi i salmi regali sono i più difficili da capire e da pregare perché non siamo abituati a concepire politica e religione come un tutt’uno, non siamo abituati a pregare per i politici, stacchiamo Dio dalla vita quotidiana, ma per gli Ebrei non è così. Questa è soprattutto una preghiera fatta dal popolo quando saliva al trono un nuovo re o che il re stesso, faceva su di sé per invocare l’aiuto divino, per governare al meglio il suo popolo.
 
 
Attraverso 5 scene il salmo vuole insegnare che, nel Regno messianico dominerà una giustizia universale che produrrà pace. Già nei primi 4 versetti si annunciano questi temi principali e ci viene detto che tutto si fonda su Dio.
 
Il popolo, che chiedeva al nuovo re certe caratteristiche, ben presto si accorge che le sue richieste non potevano essere mai pienamente realizzate.
 
 
Quali sono, allora, le richieste del popolo al re per il Regno?
 
 
Prima di tutto chiede la GIUSTIZIA di cui è impregnato tutto il salmo ma particolarmente si ritrova nei vers.2-4; poi l’ETERNITA’ un regno che non abbia fine vers.5-7; poi l’UNIVERSALITA’ perché si deve estendere in tutto il mondo, anzi in tutto il creato vers.8-11; sarà un regno che metterà al primo posto i POVERI vers.12-15 e per finire la PACE vers.16-17.
 
 
Tutte queste cose che chiedevano gli Ebrei 3000 anni fa sono ancora attualissime per l’uomo d’oggi in ogni punto della terra, sotto ogni governo.
 
 
A chi si possono chiedere questi grandi doni? Nessun re può garantirli quindi bisogna chiederli a Dio è per questo che la prima e l’ultima invocazione del salmo, sono dirette a Dio che guidi le decisioni del re. Israele capisce che è Dio che governa i popoli ed, il re, non è che il suo intermediario.
 
 
GIUSTIZIA.  Vers.2 “giudichi il tuo popolo con giustizia e i tuoi poveri con giudizio” Consiste nel trattare ogni uomo secondo il proprio bisogno. Bisogna garantire la giustizia, prendersi a carico i più deboli, i più poveri che spesso subiscono soprusi. Nel nostro caso, oggi, il vaccino anti-covid dato alle nazioni più povere, all’Africa, all’America Latina… pari opportunità per tutti,
 
UNIVERSALITA’. Vers.3.8.9.10.11. Tutto il mondo ha bisogno di un Messia. Dalle colline ai monti, da mare a mare perfino nel deserto (i confini di Israele) e da fuori di Israele Tarsis (Tartesios- Spagna), Saba (golfo arabico). Tutti si sottometteranno a questo re ma per propria scelta. “Davanti a Lui ogni ginocchio si pieghi nei cieli sulla terra e sottoterra” questo re sarà grande nelle relazioni! C’è bisogno di un re che abbia unità di intenti perché tutti stiano bene.
 
BENESSERE. Vers.6.16. Nessuno deve soffrire la fame o gli deve mancare un tetto sotto cui dimorare e, per avere questi doni, serve che la terra sia irrorata dalla pioggia e quindi il grano possa crescere abbondante fin sulla cima dei monti. L’azione di questo re porta la vita PACE. Vers.3.7. e molti altri in cui è sottintesa. La giustizia è equilibrio, l’equilibrio porta alla pace, alla completezza e all’integrità del popolo.
 
Una pace che sarà interna ma anche esterna al popolo, in ogni campo.ma a che servirebbe un regno così se poi non durasse eternamente?
 
ETERNITA’ vers.5.7 anche il sole e la luna temeranno questo re perchè rimarrà di generazione in generazione finchè anche la creazione finirà.
 
 
Qual è questo popolo su cui deve regnare questo re? Questo popolo sono i POVERI i MISERI ed i DEBOLI (queste parole vengono ripetute 8 volte nel Salmo e due sott’intese) ma cosa si intende con questi 3 aggettivi?
 
“I poveri li avrete sempre con voi” dice Gesù, il Salmo è molto attuale.
 
 
Vers.12-14 “Egli libererà il povero che grida” quindi il POVERO è colui che GRIDA per la fame, per la malattia… le favelas, la desertificazione, la guerra, la schiavitù. Ma i poveri sono anche coloro che, abbandonando ogni superbia di questo mondo, e si fanno umili. “Se un povero è orgoglioso non è un povero di Dio, se un ricco ama l’umiltà, non è un ricco del mondo. È la volontà che discerne, non la condizione” (Cassiodoro). Chi sta al comando deve liberarli.
 
 
Il MISERO è colui che non trova aiuto. I miseri di ieri potevano essere i lebbrosi, le vedove e gli orfani, oggi sono i drogati, gli alcoolizzati, le donne che subiscono violenze anche in casa, quelli che hanno perso il lavoro e con esso la casa, la famiglia, la speranza ed il senso della vita.
 
 
Il DEBOLE (Vers.14) è colui che è oppresso, costretto e obbligato con la violenza ad es. i raket della prostituzione, la tratta delle donne e dei bambini, i bambini soldato o quelli che a 5/6 anni lavorano in condizioni disumane per soddisfare le richieste del mercato per una paga da fame. Ma anche i milioni di embrioni congelati nelle tante banche del seme, tanti lager con vita e morte sospese nel nulla del gelo.
 
 
È prerogativa del re occuparsi di tutte queste persone e allora ci sarà la pace. Tutti i Papa, infinite volte, hanno detto che non ci sarà la pace se non si farà giustizia.
 
È chiaro che un re così non si è mai visto sulla faccia della terra né si troverà mai ecco allora che, pregare questo salmo, vuol dire guardare avanti, guardare oltre il nostro presente sognando ed attendendo il Messia, sognando “l’età dell’oro” dove tutti i popoli convergeranno su Sion che diventa la sede della pace e della speranza.
 
Questo facevano gli Ebrei già 3000 anni fa ma noi oggi sappiamo ancora sognare il Regno?
 
Per noi cristiani il Messia è già venuto, questo regno è già cominciato proprio con l’umiltà della carne di Dio ma, la promessa di Cristo è che tornerà alla fine dei tempi nella potenza della sua gloria; dobbiamo comprometterci con Cristo per avere con Lui, un incontro diretto da condividere con gli altri popoli.
 
I cristiani sono gli uomini dell’aurora ma non ancora del meriggio, siamo i
 
cristiani della speranza con un doppio sguardo, quello della FEDE (I° venuta) che segue l’Arcangelo che portò l’annuncio a Maria “il suo regno non avrà fine…il Signore gli darà il trono e siederà alla sua destra...” Allora diciamo, leggendo la Bibbia, che Cristo è il nostro re. Ma Cristo ci sta ad essere considerato re? Gesù moltiplica i pani, è al massimo della fama, si preoccupa proprio dei miseri, dei deboli, dei poveri, vogliono farlo re, ma si ritira di nuovo sulla montagna tutto solo (Gv.6); ma poi le cose cambiano, davanti a Pilato, ormai incatenato dai Giudei ed abbandonato dai suoi, Cristo si dichiara re e la sua intronizzazione è sul Calvario. Per Gesù regnare coincide col servire e dare la vita.
 
Poi dobbiamo avere il II° sguardo che è quello della SPERANZA che ci invita ad aver fiducia che tutte le promesse arriveranno a compimento e il nostro Re tornerà.
 
 
Cadono i re, i regimi sanguinari, i regimi che tolgono la libertà ma quanti sono ancora al potere! Alcuni vengono condannati da tutto il mondo ma non si prendono provvedimenti in nome di una tolleranza, ambigua, sul governo dei popoli, mentre altri tiranni ingiusti passano perfino per benefattori ed il mondo si inchina al loro passaggio. Ecco perché il cristiano ha l’obbligo di pregare il “re di pace”, colui che solo può occuparsi di tutto il mondo ancora sofferente.
 
Capita, però, di essere scoraggiati come i discepoli di Emmaus, un teologo moderno dice: “Dio non esaudisce tutte le nostre attese ma esaudisce tutte le sue promesse”. Ciò che Dio porta avanti è il SUO piano di salvezza che solo qualche volta coincide con le nostre strade; di delusione in delusione il Signore ci fa aprire gli occhi per farci scoprire le sue vie perché tutto ciò che noi vogliamo non è sempre un bene per noi e Dio rettifica le nostre attese.
 
 
Nei tre versetti finali di questo salmo c’è da sottolineare l’espressione “davanti al sole il suo nome germogli” ancora una volta ci ricorda la profezia di Isaia (un germoglio fiorirà dal tronco di Iesse). Essi sono una solenne benedizione con un doppio amen finale. È importante questo doppio amen che significa “si credo che sia così” tutta la mia speranza e vita è riposta in Dio. Una volta scoperto il piano del Signore per noi, per la nostra vita che si intreccia nel mondo e col mondo, sarà più facile dire Amen, Amen.
 
 
Che fare di queste immagini così luminose e trionfanti? Questa giustizia, compassione e pace sono offerte già ora a chi vuole viverle, divengono oggetto di esperienza e grazia e si inscrivono nella storia. Questa speranza può apparire sensata o solo un bel sogno?
 
I sogni aprono la mente alla speranza, alla giustizia e alla gioia e si realizzeranno attraverso di noi. Questo è il sogno dei cristiani che nessuno avrebbe potuto immaginare senza Cristo. Ogni cristiano deve essere Messia di questo sogno.
 
È un salmo con la soprascritta “per Salomone” ma, come dice sant’Agostino, salomone vuol dire “pacificatore” e quindi il salmo è la profezia di Cristo il vero ed unico “re di pace”.
 
 
Per noi i salmi regali sono i più difficili da capire e da pregare perché non siamo abituati a concepire politica e religione come un tutt’uno, non siamo abituati a pregare per i politici, stacchiamo Dio dalla vita quotidiana, ma per gli Ebrei non è così. Questa è soprattutto una preghiera fatta dal popolo quando saliva al trono un nuovo re o che il re stesso, faceva su di sé per invocare l’aiuto divino, per governare al meglio il suo popolo.
 
 
Attraverso 5 scene il salmo vuole insegnare che, nel Regno messianico dominerà una giustizia universale che produrrà pace. Già nei primi 4 versetti si annunciano questi temi principali e ci viene detto che tutto si fonda su Dio.
 
Il popolo, che chiedeva al nuovo re certe caratteristiche, ben presto si accorge che le sue richieste non potevano essere mai pienamente realizzate.
 
 
Quali sono, allora, le richieste del popolo al re per il Regno?
 
 
Prima di tutto chiede la GIUSTIZIA di cui è impregnato tutto il salmo ma particolarmente si ritrova nei vers.2-4; poi l’ETERNITA’ un regno che non abbia fine vers.5-7; poi l’UNIVERSALITA’ perché si deve estendere in tutto il mondo, anzi in tutto il creato vers.8-11; sarà un regno che metterà al primo posto i POVERI vers.12-15 e per finire la PACE vers.16-17.
 
 
Tutte queste cose che chiedevano gli Ebrei 3000 anni fa sono ancora attualissime per l’uomo d’oggi in ogni punto della terra, sotto ogni governo.
 
 
A chi si possono chiedere questi grandi doni? Nessun re può garantirli quindi bisogna chiederli a Dio è per questo che la prima e l’ultima invocazione del salmo, sono dirette a Dio che guidi le decisioni del re. Israele capisce che è Dio che governa i popoli ed, il re, non è che il suo intermediario.
 
 
GIUSTIZIA.  Vers.2 “giudichi il tuo popolo con giustizia e i tuoi poveri con giudizio” Consiste nel trattare ogni uomo secondo il proprio bisogno. Bisogna garantire la giustizia, prendersi a carico i più deboli, i più poveri che spesso subiscono soprusi. Nel nostro caso, oggi, il vaccino anti-covid dato alle nazioni più povere, all’Africa, all’America Latina… pari opportunità per tutti,
 
UNIVERSALITA’. Vers.3.8.9.10.11. Tutto il mondo ha bisogno di un Messia. Dalle colline ai monti, da mare a mare perfino nel deserto (i confini di Israele) e da fuori di Israele Tarsis (Tartesios- Spagna), Saba (golfo arabico). Tutti si sottometteranno a questo re ma per propria scelta. “Davanti a Lui ogni ginocchio si pieghi nei cieli sulla terra e sottoterra” questo re sarà grande nelle relazioni! C’è bisogno di un re che abbia unità di intenti perché tutti stiano bene.
 
BENESSERE. Vers.6.16. Nessuno deve soffrire la fame o gli deve mancare un tetto sotto cui dimorare e, per avere questi doni, serve che la terra sia irrorata dalla pioggia e quindi il grano possa crescere abbondante fin sulla cima dei monti. L’azione di questo re porta la vita PACE. Vers.3.7. e molti altri in cui è sottintesa. La giustizia è equilibrio, l’equilibrio porta alla pace, alla completezza e all’integrità del popolo.
 
Una pace che sarà interna ma anche esterna al popolo, in ogni campo.ma a che servirebbe un regno così se poi non durasse eternamente?
 
ETERNITA’ vers.5.7 anche il sole e la luna temeranno questo re perchè rimarrà di generazione in generazione finchè anche la creazione finirà.
 
 
Qual è questo popolo su cui deve regnare questo re? Questo popolo sono i POVERI i MISERI ed i DEBOLI (queste parole vengono ripetute 8 volte nel Salmo e due sott’intese) ma cosa si intende con questi 3 aggettivi?
 
“I poveri li avrete sempre con voi” dice Gesù, il Salmo è molto attuale.
 
 
Vers.12-14 “Egli libererà il povero che grida” quindi il POVERO è colui che GRIDA per la fame, per la malattia… le favelas, la desertificazione, la guerra, la schiavitù. Ma i poveri sono anche coloro che, abbandonando ogni superbia di questo mondo, e si fanno umili. “Se un povero è orgoglioso non è un povero di Dio, se un ricco ama l’umiltà, non è un ricco del mondo. È la volontà che discerne, non la condizione” (Cassiodoro). Chi sta al comando deve liberarli.
 
 
Il MISERO è colui che non trova aiuto. I miseri di ieri potevano essere i lebbrosi, le vedove e gli orfani, oggi sono i drogati, gli alcoolizzati, le donne che subiscono violenze anche in casa, quelli che hanno perso il lavoro e con esso la casa, la famiglia, la speranza ed il senso della vita.
 
 
Il DEBOLE (Vers.14) è colui che è oppresso, costretto e obbligato con la violenza ad es. i raket della prostituzione, la tratta delle donne e dei bambini, i bambini soldato o quelli che a 5/6 anni lavorano in condizioni disumane per soddisfare le richieste del mercato per una paga da fame. Ma anche i milioni di embrioni congelati nelle tante banche del seme, tanti lager con vita e morte sospese nel nulla del gelo.
 
 
È prerogativa del re occuparsi di tutte queste persone e allora ci sarà la pace. Tutti i Papa, infinite volte, hanno detto che non ci sarà la pace se non si farà giustizia.
 
È chiaro che un re così non si è mai visto sulla faccia della terra né si troverà mai ecco allora che, pregare questo salmo, vuol dire guardare avanti, guardare oltre il nostro presente sognando ed attendendo il Messia, sognando “l’età dell’oro” dove tutti i popoli convergeranno su Sion che diventa la sede della pace e della speranza.
 
Questo facevano gli Ebrei già 3000 anni fa ma noi oggi sappiamo ancora sognare il Regno?
 
Per noi cristiani il Messia è già venuto, questo regno è già cominciato proprio con l’umiltà della carne di Dio ma, la promessa di Cristo è che tornerà alla fine dei tempi nella potenza della sua gloria; dobbiamo comprometterci con Cristo per avere con Lui, un incontro diretto da condividere con gli altri popoli.
 
I cristiani sono gli uomini dell’aurora ma non ancora del meriggio, siamo i
 
cristiani della speranza con un doppio sguardo, quello della FEDE (I° venuta) che segue l’Arcangelo che portò l’annuncio a Maria “il suo regno non avrà fine…il Signore gli darà il trono e siederà alla sua destra...” Allora diciamo, leggendo la Bibbia, che Cristo è il nostro re. Ma Cristo ci sta ad essere considerato re? Gesù moltiplica i pani, è al massimo della fama, si preoccupa proprio dei miseri, dei deboli, dei poveri, vogliono farlo re, ma si ritira di nuovo sulla montagna tutto solo (Gv.6); ma poi le cose cambiano, davanti a Pilato, ormai incatenato dai Giudei ed abbandonato dai suoi, Cristo si dichiara re e la sua intronizzazione è sul Calvario. Per Gesù regnare coincide col servire e dare la vita.
 
Poi dobbiamo avere il II° sguardo che è quello della SPERANZA che ci invita ad aver fiducia che tutte le promesse arriveranno a compimento e il nostro Re tornerà.
 
 
Cadono i re, i regimi sanguinari, i regimi che tolgono la libertà ma quanti sono ancora al potere! Alcuni vengono condannati da tutto il mondo ma non si prendono provvedimenti in nome di una tolleranza, ambigua, sul governo dei popoli, mentre altri tiranni ingiusti passano perfino per benefattori ed il mondo si inchina al loro passaggio. Ecco perché il cristiano ha l’obbligo di pregare il “re di pace”, colui che solo può occuparsi di tutto il mondo ancora sofferente.
 
Capita, però, di essere scoraggiati come i discepoli di Emmaus, un teologo moderno dice: “Dio non esaudisce tutte le nostre attese ma esaudisce tutte le sue promesse”. Ciò che Dio porta avanti è il SUO piano di salvezza che solo qualche volta coincide con le nostre strade; di delusione in delusione il Signore ci fa aprire gli occhi per farci scoprire le sue vie perché tutto ciò che noi vogliamo non è sempre un bene per noi e Dio rettifica le nostre attese.
 
 
Nei tre versetti finali di questo salmo c’è da sottolineare l’espressione “davanti al sole il suo nome germogli” ancora una volta ci ricorda la profezia di Isaia (un germoglio fiorirà dal tronco di Iesse). Essi sono una solenne benedizione con un doppio amen finale. È importante questo doppio amen che significa “si credo che sia così” tutta la mia speranza e vita è riposta in Dio. Una volta scoperto il piano del Signore per noi, per la nostra vita che si intreccia nel mondo e col mondo, sarà più facile dire Amen, Amen.
 
 
Che fare di queste immagini così luminose e trionfanti? Questa giustizia, compassione e pace sono offerte già ora a chi vuole viverle, divengono oggetto di esperienza e grazia e si inscrivono nella storia. Questa speranza può apparire sensata o solo un bel sogno?
 
I sogni aprono la mente alla speranza, alla giustizia e alla gioia e si realizzeranno attraverso di noi. Questo è il sogno dei cristiani che nessuno avrebbe potuto immaginare senza Cristo. Ogni cristiano deve essere Messia di questo sogno.

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OASI DELLA PAROLA
LECTIO DIVINA del 14/02/2021

SALMO 63 Dio ha un desiderio sull’uomo

Il salmo 63 è un salmo molto pregato nella liturgia, soprattutto nel periodo natalizio ma solo fino al vers.9, i restanti 3 versetti sono molto meno conosciuti e sembrano non appartenere al salmo stesso; E’ anche molto pregato dagli Ebrei che lo usano come inno alla festa delle Capanne che celebra l’Alleanza con Dio quando il Signore disse al popolo “tu sei il mio popolo” ed il popolo rispose “tu sei il mio Dio”. Questo salmo è una vetta, un percorso spirituale che parte dal sal.61 e arriva al 68; se nel sal.61 il cantore chiede a Dio di “Ascoltare il suo grido”, nel 62 sente il gusto del silenzio e nel 63 c’è l’incontro carico di tensione positiva che si fa lode nei salmi seguenti. Dio, in questo salmo, esprime il suo desiderio facendoci una proposta ardita: vuole una unione mistica con l’uomo in cui l’anima, il corpo, la storia, l’esistenza e la speranza siano tutte protese alla stessa meta: Dio.
Chi ha scritto questo salmo?
Secondo il primo versetto è stato scritto da Davide stesso mentre fuggiva nel deserto di Giuda inseguito dal figlio Assalonne. Una seconda teoria è che sia stato scritto da un Levita in esilio che soffre di nostalgia per il passato felice, quando serviva Dio nel Tempio e sogna di poter rivivere quei momenti. La terza teoria ci pone davanti ad un pellegrino che torna alla sua casa lontana, dopo aver visitato il tempio, e sente di aver incontrato Dio. “ Siamo in terra Palestinese, l’orante guarda la terra deserta e arida e si immagina così mentre anela a sentire su di sé il Dio che lo trasforma” (Ravasi). Ora siamo noi a pregare, noi che siamo re in fuga, leviti con dei rimpianti o semplici pellegrini che hanno finalmente trovato la casa di Dio e sanno che nulla li potrà allontanare se non la propria volontà.
Ci sono diverse simbologie che scandiscono il salmo: quella del tempo che ci presenta tutta la giornata dell’orante, dall’alba al tramonto, alla notte; la simbologia del Tempio evocato progressivamente in tutte le sue parti, il Santo (vers.3), il sacrificio della comunione (vers.6), l’arca dell’alleanza (vers.8 l’ombra delle ali dei Cherubini); la simbologia del corpo che prega in tutta la sua concretezza, con le labbra, la bocca, le mani sollevate, la sete e la fame.
Vers.2) In questo versetto, all’apparenza irenico, si sottintende la fatica e la perseveranza che richiede la ricerca appassionata dell’incontro con Dio, un buon esempio è Paolo che cerca il Cristo per tutta la vita dopo averlo trovato sulla via di Damasco. La perseveranza è il nodo della ricerca, dopo il primo “seguimi” il nostro cuore, il nostro tempo, la nostra vita appartiene a Dio: “O Dio, tu sei il mio Dio”, un Dio che si fa vicino proprio a me. In mezzo ai problemi e alle sofferenze possiamo affermare questo? Si ma solo se siamo “riconciliati” con Dio “infatti se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo figlio, molto più ora, che siamo stati riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm.5,10). Con la riconciliazione inizia un rapporto filiale con Dio.
Per trovare Dio come sommo bene dobbiamo passare attraverso la mancanza, il limite, dobbiamo toccare il fondo e lì ci rendiamo conto di essere dei nulla, di non poter fare nulla senza Dio.
Ma se Dio è il nostro Dio, perché ancora cercarlo? Perché non basta avere qualcuno, bisogna continuamente cercare la comunione per approfondire il rapporto per non rischiare di perderlo o darlo per scontato e, cercare, richiede concentrazione ed impegno. Attenzione, si può cercare Dio anche in modi sbagliati ma, questo salmo, ci indica una via certa.
Vers.2.5.7. “all’aurora ti cerco”, “per tutta la vita”, “nel mio letto e nelle veglie notturne”. Pr.8 “io amo coloro che mi amano e quelli che mi cercano all’aurora mi troveranno”. All’aurora, quando tutto il nostro tempo non è ancora impegnato, Dio vuole entrare nella nostra vita e far fuggire le tenebre per portare agli altri la luce “risplenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre” (Mt.5,16). Nel giaciglio, la sera nel proprio letto, che per la Bibbia rappresenta anche la pace. Nelle veglie notturne perché se ci giriamo e rigiriamo nel letto per le preoccupazioni il pensiero di Dio ci porta veramente la pace, il pensiero che c’è Qualcuno a cui possiamo dare tutti i pesi è veramente tranquillizzante. La ricerca di Dio deve coinvolgere tutto il nostro tempo, tutta la nostra vita. “Chi si ricorda di Dio quando è in pace si ricorderà di Lui anche quando agisce” (Sant. Agostino). “Più la giornata è caotica più si deve fare spazio a Dio” (mons. Martini) e, quando ci si trova nella prova bisogna fare memoria di tutto l’aiuto che Dio ci ha dato nel passato e allora esulteremo “all’ombra delle sue ali” (vers.8).
Tengo divisa la vita concreta dal mio rapporto con Dio? Allora la mia ricerca è come mettere un francobollo su una busta vuota perché manca la lettera di Dio, la mia vita vissuta in comunione con Lui. Una ricerca illusoria.
Tutto il nostro essere deve cercare Dio, gli occhi che contemplano, le labbra e la bocca che lodano, le mani che si alzano, l’anima (nefesh) che indica anche la gola e quindi la golosità, la fame e la sete che fanno l’uomo anelante, la mente con la memoria. Il salmista cerca Dio come un assetato cerca l’acqua nell’oasi che appena appena si intravede in lontananza ma, a questo tipo di desiderio, non si arriva in modo naturale ma con la frequentazione assidua di Dio: “Ti ho ammirato nel santuario”; “ho contemplato la tua forza”. Dio dimora nell’adorazione del suo popolo. Su cosa meditiamo? Sui nostri problemi e su come risolverli, su progetti da realizzare o sulla Parola e la promessa di Dio? La sete di cui soffre il salmista è quella dello Spirito. “I miseri e i poveri cercano l’acqua, ma non c’è; la loro lingua è riarsa per la sete. Io il Signore risponderò loro, io, il Dio di Israele, non li abbandonerò” (Is.41,17). “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno, anzi l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv.4,14). “Se qualcuno ha sete venga a me, e beva chi crede in me…” (Gv.7,33-37). “ Ho sete” dice Cristo in croce, una sete su un corpo arido, che sta per morire e, Dio, lo sazia con la risurrezione. “Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita” (Ap.22,17).
Il vers.5 dice letteralmente: “L’anima mia sarà saziata come di midollo e di grasso”. A quel tempo questi erano i cibi più ricchi e gustosi quindi Dio ci sazia con “cibi succulenti, con grasse vivande” Dio ci prende per la gola. “Verranno giorni in cui manderò fame ma non di pane, né sete d’acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore” (Amos). I discepoli mangiavano con Gesù per indicare la stretta comunione che avevano con lui e molte volte i Vangeli ci fanno vedere Gesù seduto a tavola con il suo popolo. “Ho così fame di Lui! Egli scava abissi nella mia anima che solo lui può riempire!” (Elisabetta della Trinità). “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati” (Mt.5,6).
Qual è il desiderio di Dio? Vuole che lo amiamo; che ci ricordiamo di Lui e delle sue continue opere; vuole che ci amiamo in comunione; vuole che scopriamo in noi la fame e la sete del suo amore.
Il vero problema è accorgersi di avere questa fame e sete per non accontentarci di facili surrogati. “Passiamo la vita confusi tra piccoli uomini che si accontentano di qualcosa per il giorno e qualcosa per la notte. Piccoli uomini che vogliono solo piccole cose e si perdono nel rumore del mondo. Piccole anime che si accontentano di avere equilibrio e buona educazione che diventa sonno e dimenticanza di sé. Ci vuole invece il coraggio del navigante che sa staccarsi dalla terra conosciuta per entrare in acque profonde e non si perde in nostalgie ma dà coraggio al suo cuore guardando diretto alla meta” (Nietzsche).
La ricerca di Dio è una tensione in tre tappe: nel Tempio, nel sacrificio dell’olocausto, all’ombra dell’Arca dell’alleanza.
1°) Tappa, “Nel Santuario ti ho cercato”. Per l’Ebreo la ricerca di Dio partiva dal Tempio, il luogo del culto per eccellenza dove il cielo toccava la terra. E’ difficile capire cosa erano il Tempio e il Muro del Pianto per gli Ebrei, perché noi abbiamo chiese in ogni angolo, mentre loro dovevano fare molta strada e spesso superare molti pericoli per arrivare al Tempio. Il salmista, assetato di Dio dopo un lungo pellegrinaggio, trova, proprio in questo sforzo, in questa fatica, la felicità di appartenere a Dio e può esclamare “La Tua grazia vale più della vita”, “per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil.1,21). Il termine grazia, in ebraico, viene scritto “esed” che ha un significato profondissimo: amore misericordioso, pietà e tenerezza intesa come una relazione che unisce indissolubilmente due esseri che si chinano uno verso l’altro nelle gioie e nei dolori (il primo atto di “Esed” di Dio verso l’uomo è rappresentato, in Genesi, dai vestiti che Dio offre ad Adamo ed Eva quando vengono cacciati dall’Eden). È questa la grazia che viene riversata nella nostra vita che, così, si riempie di senso. Anche per molti di noi la ricerca parte proprio da un Santuario ma l’importante è saper andare oltre perché la meta è la comunione con Dio da pre-gustare già ora. È così che nasce il bisogno della lode “le mie labbra diranno la Tua lode”, “Ti benedirò finché io viva”. Se continuiamo a lamentarci, a brontolare, a criticare, ad essere negativi, parte del nostro cuore non è occupata dalla lode; la vita del vero credente deve essere una lode a Dio, questa sazia e dà tutto ciò che serve.
2°) Tappa “Come di grasso e lardo il mio essere sarà saziato” ( “mi sazierò come a lauto convito”). Siamo nell’area sacrificale che, per noi, è il “Convito Eucaristico” dove si fa memoria del vero Agnello immolato. Qui il nostro pellegrino, e noi con lui, prende coscienza che fa parte di un popolo in una comunità di fratelli. Bisogna sentirsi parte viva del popolo di Dio “A Te aderisce l’anima mia, dietro a te (come Pietro è invitato dal Signore a stare dietro a Lui)” (Cassiodoro); la nostra chiamata è stare tutti insieme dietro al Signore e costruire il futuro del mondo perché “chi si unisce al Signore forma, con Lui, un solo Spirito” (1Cor.6,17). Sempre, in ogni istante si può riandare col pensiero al Signore e aderire a Lui per sentirsi amati, ancorati, sostenuti e così amare e sostenere i fratelli “con l’amore con cui Lui ci ha amati” (GV.13,34). La lode scaturisce dal non sentirsi soli contro tutto e tutti, la lode fa alzare le mani in un gesto di accoglienza di tutti i doni che Dio ci ha offerto. Questo è il vero convito che sazia. “Io non voglio olocausti e sacrifici, un animo contrito è sacrificio a Dio” “Non mi sazio del grasso dei montoni…”; “ preparerà, il Signore degli eserciti, per tutti i popoli, su questo santo monte, un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti”(Is.). Dio dà tutto e ci sazia attraverso la mensa eucaristica della Parola, della fraternità e della comunione, ho tutti i doni che mi servono ma uno non può sussistere senza gli altri e l’uomo è spesso indifferente a uno o più di loro infatti trascura la Parola e non trova la Luce, trascura il banchetto eucaristico e muore di fame, trascura i fratelli e muore di solitudine.
3°) Tappa “Esulto di gioia all’ombra delle tue ali” unione mistica. per arrivare ad essere stretti a Dio ci vuole il desiderio del silenzio. Quando tutto tace il mondo, che è in noi, si addormenta e, Dio, si fa vicino. Al salmista sembra di riuscire ad entrare nel “Santo dei Santi”, luogo proibito, dove è conservata l’Arca dell’alleanza e si sente protetto dall’ombra delle ali dei Cherubini. La ricerca si è fatta appassionata, totalizzante sincera. Perché cerco Dio? perché mi aiuti, per abitudine, per aver gioia? Non è ancora una ricerca sincera ma solo un modo per realizzare i miei desideri. La ricerca di Dio è nell’”Eccomi” che vuol dire non voglio nulla ma realizza in me il tuo progetto. “Il cristiano di domani deve essere un mistico perché ha incontrato Dio altrimenti sarà un nulla” (K. Rahner). Il mondo ha bisogno di contemplazione, di nuovi profeti e discepoli carichi di misticismo perché abituati a parlare con Dio. Gesù il profeta ed il mistico per eccellenza quante volte si è recato al Tempio pur sapendo che avrebbe dovuto sopportare, proprio lì, le maggiori persecuzioni! Anche Lui aveva nostalgia del Padre, anche Lui, più di noi, ha sentito questa fame e sete, anche Lui ha vissuto questo salmo come re-pellegrino, anche Lui ha saziato la sua fame quando, tornando al Padre, si è seduto alla sua destra e, così, sarà anche per noi: “Il vincitore farò io assidere sul mio trono come anch’io ho vinto e mi sono assiso col Padre mio sul suo trono” (Ap.3,21). Questa è la meta, comunione con Dio in questa e nella vita Altra.
Bello sarebbe se il salmo finisse qui, ma ci sono ancora gli ultimi tre versetti. L’incontro con Dio è meraviglioso ma noi siamo in guerra, siamo chiamati a combattere il male, siamo chiamati ad uscire dal Tempio per entrare negli affari occulti del mondo, a combattere con Dio. Questi versetti vogliono essere una profezia; Eva ascoltando la menzogna ha portato il genere umano lontano da Dio quindi la bocca dei bugiardi verrà costretta al silenzio. I malvagi non avranno diritto di parola di fronte a un Dio che è verità e che dà gloria e gioia a chi contemplandolo e seguendolo porterà a termine la “Buona battaglia”.
“Signore concedici di partire e di trovare sorgenti, di non lasciarci attirare dall’acqua stagnante, di non perdere il gusto dell’acqua di fonte” (Preghiera dei giorni).
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OASI DELLA PAROLA
LECTIO DIVINA del 24/01/2021
SALM0 51
MISERERE MEI DOMINE

A. Motivazione
‘La salmodia è piuttosto concepita come un ascolto della Parola, sia che si cantino i salmi insieme, sia che si ascolti una voce solista. Si tratta di lasciarsi interpellare dai credenti, che hanno segnato la grande spiritualità del popolo di Dio.
Non si tratta neppure di ascoltare il salmo per pregare in seguito, l’ascolto stesso è preghiera, una preghiera che consiste nel comunicare con Dio vivente attraverso l’esperienza che ne hanno avuto uomini in carne e sangue, come noi, segnati dai loro limiti umani e talvolta dai loro desideri violenti, così come dall’ardore del loro amore.’ (A.Veilleux, il silenzio in una celebrazione monastica)

B. Collegamenti
E’ bene leggere il salmo 51 avendo prima letto il salmo 50, riconoscendo dunque la dinamica che passa dalla denuncia al pentimento: è quella che permette di cambiare. Il salmo prende Davide come modello, ma in realtà è più riferibile ad Ezechiele (cuore nuovo) ed alla profezia che apre alla Pasqua. Nel salmo sono rintracciabili gli essenziali della fede e della vita morale di ciascuno: il peccato di chi sbaglia e l’intenzione della conversione, la giustificazione che si vuole e la Grazia.
Per invidia il peccato è entrato nel mondo, e con il peccato la morte, dice l’Apostolo. L’invidia è volere per sé quel che è con un altro, ritenere che la propria felicità si realizzi indipendentemente da Lui. Ma così il peccato diventa ribellione, progressivo tradimento di un patto di alleanza. E lascia nell’illusione, perché invece l’uomo vive di comunione, e quando non l’ha più muore.

C. Pericope
Tra la regione del peccato e quella della Grazia, possiamo distinguere alcuni passaggi:
a. riconoscimento del male (versi 3-4) b. confessione del peccato (versi 5-8)
c. supplica a Dio (versi 9-14) d. ringraziamento per la salvezza (versi 15-19)

D. Regione del peccato
Intervengono figure diverse: Dio (v 3), la madre (v 7), il salmista, gli erranti (v 15). Il peccato è descritto per le sue conseguenze, perché ti accorgi solo dopo che è un male. E’ indicato come la frattura di una relazione, all’amore di prima viene a sostituirsi l’ostilità. Ci sono 3 nomi che la dipingono: iniquità (peshà), colpa e peccato.
È essenziale la ‘conoscenza’ del peccato, come quella della Grazia: accorgersi che hai fatto il male. Davide chiede a Dio di cancellare il ‘suo’ peccato, Adamo si giustificava scaricando la colpa su Eva. Come un uomo piagato, egli va dal medico dopo aver compreso che non c’è cura che lo guarisca. Ma nel domandare a Dio di ‘cancellare’ il suo peccato, Davide mette la stessa passione di quando aveva concupito Betsabea. Il peccato (chata) è scoperto come inversione del bene, come sbaglio nel mirare il bersaglio (amartia), come deviazione che conduce fuori strada. È la negazione di una relazione (v 6): contro te solo ho peccato; è arrendersi al fatto che c’è una forza più grande dell’uomo: nella colpa sono stato generato (v 7). Davide non era peccatore perché peccava, ma peccava perché era peccatore. Non si comprende che significa il peccato originale, sinchè non si sente il peso del peccato. Solo quando provi la schiavitù del peccato, capisci quanto serve una salvezza.
C’è pure un desiderio di riscatto, oltre a quello perverso della trasgressione. Non si torna alla situazione di prima, ma ci si dispone ad una condizione nuova. L’amore di Dio è preveniente,
precede la conversione: è lo stesso Jhwh che dona la Torah, e la ri-dona dopo il peccato del vitello d’oro. La soluzione sta nell’abbandonarsi ancora (v 8).

E. Regione della Grazia
Il realismo insito nella scelta di riconoscere il problema senza più eluderlo, è quello che apre alla possibilità di un ri-cominciamento (v 9). Tutto parte da questo: accettare che non ce la faccio, affidarmi a qualcuno. Nè l’illusione di chi nega di essere malato, né la depressione di chi già si sente morto. La liberazione è la prima domanda di Davide, la mossa vincente di chi non va da nessuna parte se non si immunizza dalla catena dl male. Questo reset di sanificazione igienizza davvero, ma pure ricompone l’unità dell’uomo diviso, gli ridona uno sguardo nuovo da parte di quel Dio che allora può guardare solo al bello della sua creatura.
Le ‘ossa arida’ (v 10) frantumate richiamano quelle del capo 37 di Ezechiele, viene suggerita come una ri-creazione dove il verbo descrittivo dell’azione è lo stesso di Genesi: barà-crea. Nasce una nuova creatura, Dio può dare vita nuova (v 12) oltre ogni morte e scacco. Lo fa a partire dal centro, il cuore nuovo, perché è nella sede delle decisioni che si può cambiare; e rinnovando lo spirito (v 12), ossia offrendo un dinamismo nuovo, una iniziativa cui ancorarsi (ruah dibah, v 14).
Questa simbologia catartica (colpa-salvezza) dice che per essere diversi dipendiamo da un Altro non da noi (‘apri le mie labbra’, v 17), che la riconciliazione dunque è dono. Ma anche che questo ci dà un compito, e in modo pedagogico dà un senso pure al nostro fallimento: ‘insegnerò agli erranti’ (v 15). Il malato che guarisce, è il medico migliore. Pure nel senso che assumersi in carico la responsabilità verso altri, rende doverosi di giustizia anche noi.

F. Della con-damna e di una chance
Vorrei che questo dire fosse assertivo, non cogente, essendo proprio su questo. Però non posso non rilevare, da comunicatore: la gente ti ascolta volentieri, poi come Erode ti taglia la testa. O perché non si muove per passare dalle intenzioni alle opere, o perché è categorica nell’analisi del dettaglio. Ho passato una vita ad educarmi alla docilità, che la misericordia di Dio è più grande di ogni limite, ed eccomi qua ancora al palo rigido a giudicare. Il vero peccato è lo stigma che butta addosso all’altro anche solo la vergogna per la figura che fa, ma grazie a Dio te puoi divenire sempre altro da quello che sei stato. Sarai marcato da diversi condizionamenti, ma c’è una Pasqua che si apre.
Non vogliamo parlare delle nostre cadute, ma non abbiamo nulla da offrire davvero se non il nostro peccato. E la vita passa non a toglierlo e farci san(t)ificati, ma a scoprirlo e farci veri. Come diceva Anselmo: parzialmente mi conosco, incomprensibile anzitutto a me stesso. Miserere mei, campo delle lacrime: nel catino della carne, lava me da ‘tutte’ le mie colpe.
La peccatrice non rimane sola, dinanzi al muro delle pietre pronte a scagliarsi contro, dinanzi a lei c’è almeno Uno che sta dall’altra parte e la ama com’è. Maddalena sarà lei ad insegnare per prima agli erranti la vita nuova del Risorto, perché già Lui l’aveva donata a lei convertendola. E Lazzaro nel suo sepolcro capisce lui, come ogni tossico guarito, cosa significa che un Altro gli gridi ‘vieni fuori’. Potessimo noi sentire quella voce che ci dice: venite, benedetti del Padre. E cantare il cantico nuovo, il desiderio di una ri-nascita. Proprio questo sono le viscere (rachamim) che identificano di più la tenerezza di un Dio ‘madre’: un nuovo grembo che genera, ancora e sempre.
Miserere è costruito come una struttura di pensiero relazionale non a sè, come un dia-logos di dolore e di amore, tra l’uomo di tutti i tempi e l’Unico cui aggrapparsi. Dove la scoperta della misericordia precede quella del peccato – è questo che ci salva – e la propria ri-costruzione è sempre associata a quella degli altri – di Gerusalemme, in una solidarietà dell’unico destino.
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Oasi della Parola – Lectio divina 10/01
Salmo 37 – La Tentazione del mondo

Questo salmo, che ha una struttura alfabetica perché all'inizio di ogni strofa mette una lettera dell'alfabeto ebraico probabilmente per aiutarne la memorizzazione, non ha bisogno di un commento ma solo di una paziente lettura ripetuta.
 
Più che una preghiera è una rilettura della vita per liberare l'uomo "mite" che segue Dio, dalla continua e sottile tentazione di invidiare quelli che hanno di più.
 
Il Salmo 37 è stato scritto per portate conforto agli Ebrei che, tornando dall'esilio, provavano un grande sconforto nel vedere la loro patria distrutta.
 
Non è forse ciò che viviamo noi oggi? Stiamo camminando su una strada d'esilio che ci allontana dagli altri, dai nostri cari, dalle nostre quotidianità e stiamo sperando di ritrovare una normalità ma, al tempo stesso, non sappiamo come e quando sarà.
 
L'autore del salmo è un maestro di sapienza, di vita, è anziano (vers.25) ricco solo della sua esperienza che vuole trasmettere ai giovani.
 
Anche noi siamo chiamati a trasmettere la nostra vita, la nostra fede, la nostra esperienza e far sì che questa sia la nostra più grande ricchezza da lasciare ai posteri. Questo nostro tempo non è facile perché l'anziano, il maestro, il genitore stesso, non è più considerato un saggio ma spesso solo un freno ad un mondo che cresce, ma ci si deve provare a trasmettere i veri valori perché, anche se ci intimano di fare silenzio, la Parola che è in noi non sarà fatta tacere.
 
Questo salmo,  come medicina contro tutte le cose che non vanno, propone la fiducia in Dio sottolineando la precarietà di chi confida solo in sé stesso e si procura la fortuna fuori dalla legge di Dio. Mette in parallelo la vita del giusto, spesso tartassata, con quella dell'empio, apparentemente di successo, e ci fa riflettere sui valori e sulle percezioni umane.
 
Tra queste righe il tema teologico di fondo è quello della retribuzione; nell'antichità si pensava che la ricompensa dovesse arrivare già sulla terra quindi, la prosperità ed il benessere erano doni di Dio al giusto mentre, la povertà o le malattie, erano il castigo per l'empio. Ma la vita, già allora, smentiva questa tesi, si pensi al libro di Giobbe.
 
E' questo un problema eterno, accettiamo Gesù in croce ma non accettiamo la croce per noi e, quindi, non siamo così sicuri che Dio stia sempre dalla parte dei giusti poveri e perdenti.
 
"Vorrei parlare con te (Dio) della giustizia. Perché ha successo la vita degli empi e gli infedeli sono senza preoccupazioni?" (Ger.l 2,1).
 
Stiamo leggendo parole ricchissime di verità; come si può star bene quando la vita è piena di dolore causato soprattutto da altri? Come si può essere in pace nell'afflizione?
 
 
Attraverseremo questo salmo trattando alcuni argomenti.
 
1)   Il giusto e l'empio
 
Il salmo parla di due vie, quella del màlvagio, citato 15 volte, e quella del giusto citato 14 volte con vari appellativi. Attraverso ondate successive viene ripetuto più volte che gli empi faranno una brutta fine mentre i giusti saranno ricompensati nella loro pazienza e speranza.
 
Chi sono gli empi lo sappiamo bene, sono coloro che, come dice Giovanni, amano il mondo: "se uno ama il mondo l'amore del Padre non è in lui, il mondo passa con tutte le sue concupiscenze". Gli empi sono coloro che preferiscono la nullità delle cose del mondo in contrapposizione alla stabilità delle cose di Dio.
 
Ma chi sono i giusti? Sono gli "Anawin", i poveri di Dio, quelli del vers.11 che possederanno la terra, i veri protagonisti della storia del mondo.
 
L' anawin non è solo colui che non ha beni ma è colui che non dà valore ai beni materiali che possiede; colui che, come Giobbe, sa dire " Dio ha dato, Dio ha tolto, gloria a Dio", oppure che come Paolo sa essere povero o ricco ma non è questo che conta per lui.
 
Sono le persone libere, sono i tranquilli nelle tempeste, sono coloro che si deliziano di grande pace, i giusti e sapienti nel Signore, gli integri, i benedetti che hanno i passi sicuri e che provano gioia nel loro camminare dovunque vadano; sanno dare in prestito, hanno compassione, sono amici di Dio "non vi chiamerò più servi ma amici". Sono i "miti che possederanno la terra" come li chiama Gesù nelle beatitudini (Mt.5).
 
2)  La terra
 
Nel salmo 37 viene ripetuto, come un ritornello, questo "possedere la terra"(vers.9-11-18-22-29-34)
 
Cosa vuol dire ereditare la Terra?
 
La terra è una promessa che percorre tutta la Bibbia dalla Genesi all'Apocalisse. Il punto di partenza era, naturalmente, la terra promessa "dove scorre latte e miele", la Palestina, ma spesso la terra, intesa come luogo geografico, non è stata una benedizione ma un pretesto per lotte e guerre e lo è ancora oggi. Progressivamente il valore, ripetuto da un profeta all'altro, diventa simbolico, esistenziale ed escatologico insieme: la terra è un dimorare in Dio.
 
Questo salmo è una tappa decisiva che ci conduce dalla terra al cielo "Tutti i popoli­in eterno- possederanno la terra" (fs.); scopriamo un regno in cui i malvagi non esisteranno perché "erano solo fumo" (vers.20) erano una cortina che ci annebbiava la vista e, la terra, è dei "viventi" cioè di coloro che hanno imparato a vivere secondo Dio, di coloro che gli sono stati fedeli, che ne conoscono il cuore e sanno rifugiarsi in Lui.
 
Noi, su questa terra, abbiamo ancora un equilibrio instabile, cerchiamo fughe spiritualistiche e consolazioni a buon mercato, invece dobbiamo tendere ad essere degli anawin perché, solo a loro, sarà data la terra, a coloro che la sanno custodire e amare nella quotidianità, ricercando la gioia, dando il perdono sapendo che la via di Dio non è mai a buon mercato.
 
Cosa mi manca per essere un anawin ed amare la terra tanto da farla diventare Eden?
 
3) Cosa farà Dio?
 

Gli empi tramano usando arco, spada, uccisioni sia materiali che morali, ma io salmo ci rassicura: "rimetti la tua sorte nell'Eterno, confida in lui ed egli opererà. Egli farà risplendere la tua giustizia come la luce e la tua rettitudine come il mezzodì" (vers.S-6).
 
Prima di tutto il Signore "opererà".
 
Mentre intorno sembra vincere il male dobbiamo essere consapevoli che "Dio è all'opera", gli empi andranno in fumo.
 
Bisogna continuare a camminare per fiducia e non per visione perché Dio tiene tutto sotto controllo.
 
É necessario mantenere vivo il ricordo delle opere di Dio nella nostra vita, di come abbiamo superato tante prove che sembravano schiacciarci, perché solo così possiamo conquistare la pace attraverso la luce di Cristo che è in noi.
 
4) Cosa dobbiamo fare?
 

Bisogna "stare in silenzio di fronte a Dio" (vers.7).
 
"Non irritarti, non invidiare, trattieniti dali'ira, deponi lo sdegno, stà lontano dal male" (vers.1-8-27).
 
Invidiare la vita di chi ha successo nel mondo è ragionare come il mondo, dare un senso ed un valore non più all'uomo ma a ciò che ha. L'uomo non è ciò che ha, bisogna cambiare lo sguardo, il modo di vedere le cose e il mondo.
 
Abbiamo fatto la scelta totale di Dio? abbiamo venduto tutto per comprare la perla preziosa?
 
Nessuna invidia, nessuna irritazione che fa perdere la pace, a tutto pensa il Signore attraverso la sua giustizia che verrà a tempo debito. "Per poco non inciampavano i miei piedi, per un nulla vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti" (Sal.73).
 
Dobbiamo avere la capacità di smettere di cercare di risolvere l'irrisolvibile sottomettendoci a Dio. Questo è un cuore in silenzio, un cuore tranquillo, senza ansie né per il presente né per il futuro. Quando siamo in ansia non dobbiamo dar spazio ai nostri pensieri ma bloccarli subito prima che ci facciano del male, e riempire il cuore, con fiducia, di ringraziamenti a Dio, verso ciò che il Signore ci fa vivere proprio in questo momento e il cuore ricomincerà a battere al ritmo di Dio.
 
Stiamo sperando nell'eterno o in qualche miglioramento puramente umano, in qualche scappatoia, dando spazio al nostro orgoglio?
 
La pace, in questa vita, non dipende dall'avere una vita facile, la pace arriva dalla confidenza con Dio, dal sentirei protetti.
 
Ricordiamoci che vediamo ogni cosa solo dal punto di vista umano, che è limitato. Sentiamo e vediamo il male che incombe su di noi ma Dio vede anche le debolezze di chi fa il male, ne conosce il cuore e sa come e quando fermare il male infatti Dio non ha fermato neanche coloro che uccidevano suo figlio, il giusto per eccellenza e, attraverso questo ha mostrato una strada diversa, ci ha assolti dal peccato, perché anche noi siamo tra i malvagi (vers.24) "alcuni di quelli che hanno sapienza cadranno, per essere affinati, purificati e imbiancati fino al tempo della fine, perché questo avverrà al tempo stabilito" (Dan.11,35), e ci ha fatti figli per il suo regno "(l'uomo) se cade non rimane a terra perché il Signore lo solleva per mano" (vers.24).
 
Quale stupendo dono!
 
Abbiamo un cuore pronto ad aiutare chi ha bisogno? Abbiamo pietà per chi ci fa del male come Dio ne ha per noi?
 
 
5) Frutti nella vita del giusto
 
 
La bocca del giusto è piena di una sapienza che il mondo non conosce; il cuore del giusto sa di essere sorretto da Dio; la speranza del giusto è fissa nell'Eterno; il tesoro del giusto è il Regno (vers.30.31.34.37)
 
Noi siamo così o siamo ancora titubanti, irritati e invidiosi del mondo?
 
Noi abbiamo tutto ma ci manca ancora l'essenziale "fidarsi completamente di Dio"; non siamo né freddi né caldi (Ap) preferiamo il tiepido, l'insipido, il vivacchiare, ma, così facendo, non raggiungeremo mai le gioie del mondo e non otterremo mai quelle di Dio.
 
Questo salmo è, quindi, un invito a deciderci per una comunione totale con Dio.

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Oasi della Parola – Lectio divina 13-12
 
Salmo 22 – Tra il Cielo e la terra, tra il Tutto e il poco
 
 
1.   Motivazione sul perché (pregare)

 
- ‘Quando l’intelletto vagabonda, la lectio e la veglia gli danno stabilità; quando la concupiscenza è infiammata, la fatica e la vita solitaria la spengono; quando la parte irascibile è agitata, la salmodia e la pazienza la calmano. Questo va compiuto nei tempi adatti e nelle misure opportune; ciò che è immoderato infatti dura poco’ (Evagrio Pontico, Trattato pratico
 
15).
 
- Giuseppe l’uomo dei sogni, del silenzio e del cammino insieme al suo asino, padre di Gesù ‘il figlio del falegname’. Il significato del nome è: Dio accresca, aumenti, aggiunga (il neonato agli altri figli): padre del Bambino ma anche di noi. Capace di mettersi in ascolto, in viaggio con.
 
 
2.   Proclamazione del Salmo 22

 
- tra un canto di vittoria (salmo 21) ed una preghiera di fiducia (salmo 23)
 
- 32 versetti, li pronuncia pure Cristo in Croce, in aramaico la sua lingua
 
- prima eravamo anche noi gli abbandonati, ora siamo stati salvati dalle passioni malvage
 
- versetti 1-12 lamento sulla situazione; 13-22 supplica e azione di grazie; 23-32 preghiera di lode
 
 
3.   Lettura evangelica del Salmo

 
- l’abbandono di Gesù sulla Croce diviene confidenza nel Padre che ‘rimane’ con Lui
 
- la distanza sociale di oggi va di pari passo alla sensazione dell’ ‘assenza’ di Dio tra noi
 
- salmo di appello a Dio nel disagio, diventa riconoscimento della sua salvezza
 
- questo cambio di prospettiva (vv 20-23) ci apre il Cielo (‘Se tu squarciassi .. e scendessi’)
 
- come è proprio quando la Croce squarcia (skizo in greco) il velo del Tempio (cielo aperto)
 
- è un passaggio dalla logica dell’orfano, solo attento a quel che manca, alla Città nuova
 
- allora il ri-volgersi a Dio, I passo per uscire dalla schiavitù, va insieme all’annuncio
 
- la missione diventa quella di dirLo in mezzo all’assemblea degli uomini, dirne il senso
 
- ‘questa malattia non è per la morte, ma perché si manifesti la Gloria’, dice di Lazzaro
 
- ‘lemà sabactani’: non tanto perché ma ‘a quale scopo’ (motivo): anche il dolore ha un senso
 
 
4.   Esegesi dei versetti

 
- quando Dio non si trova più, questo suo stare lontano si manifesta col silenzio (3), e con lo spiazzamento a come era prima (un passato di ascolto) rispetto ad ora (un presente di timore)
 
- i passi suggeriti per uscire dal dolore sono (5): indirizzarlo a Dio (non tenerlo solo per sé, consegnarlo ad un Altro), dare un nome all’angustia (saper circoscrivere il dolore, non farne un dominio su tutto), dichiarare la propria fiducia domandando a Qualcuno, lodare sempre
 
- la non-umanità del ‘verme’ (7) è il senso di inadeguatezza e di esclusione che ci prende
 
quando ci riscopriamo soli dinanzi al problema; se ne esce tornando alle ragioni iniziatiche della propria vocazione (10), ossia riscoprendoci figli di un grembo, chiamati da Qualcuno
 
- accanto al disfacimento reale (15), l’orante lamenta come sofferenza ulteriore la solitudine:
 
‘non c’è più chi mi aiuta (12) e solo il recupero di un contesto di assemblea (23) ci salva da
 
- la chiave è il Nome (23), che non è la parola ma l’agire di salvezza; scoprire il Nome anche sulla Croce (Inri, l’impronunciabile tetragramma) significa trovare senso anche là, non sentirsi soli perché il Nome è compagnia (Jh+wh), è legame con colui di cui conosci il nome
 
 

  
5. Riferimenti neo-testamentari
 

 
- IV avvenimenti si legano intorno a questo Salmo: a. morte in croce di Gesù nell’abbandono b.
 
dono dello Spirito c. frattura del velo del Tempio d. confessione del centurione sulla divinità di Gesù
 
- tra i Sinottici si può citare Lc 23,46, ‘nelle tue mani consegno il mio Spirito’, accanto a Giovanni
 
19,30, ‘tutto è compiuto’ (tetelestai: il valore del fine-telos): non un Dio a tua immagine, che fa quello che vuoi, ma Uno che dinanzi ad una preghiera di ‘denuncia’ risponde, dando un senso agli eventi
 
- questo Salmo ci aiuta a fare il passaggio tra il sacro ed il profano, tra Dio e mondo diverso dai sogni
 
- in origine (grembo) era Dio, non finirà senza di Lui, che non abbandona; restiamo ‘saldi’ nella fede
 

 
 
X. Meditazioni sulla questione
 
- al centro del I Libro del Salterio, sta un Salmo che dimostra come il lamento non è senza risposta, viene ascoltato. E questo cambia la prospettiva, quello che si sentiva verme diventa rivestito di salvezza, e questa è estesa a tutti (28) e l’uomo vivrà ‘per’ questo (31), grazie ad un Esserci che resta
 
- Salmo dell’abbandono radicale, ci dice che Dio scegli di non evitare sulla Croce, muore su questa
 
ma per Amore. Gesù ci salva dalla volontà di salvare noi stessi, ci dice un altro volto di Dio e di noi
 
- come ha fatto Gesù dinanzi alla Croce, anche noi possiamo ‘leggere’ le nostre storie alla luce della
 
Storia; non essere solo sordi dinanzi al dolore, ma in ascolto di una Parola che lo interpreta e riscatta
 
- non sappiamo quando saremo liberati da questa pandemia, e per quel che è ora siamo tutti a rischio di dire ‘perché mi hai abbandonato’. Se dovessimo venir meno, o se piangessimo chi è andato, ricordiamo che queste sono parole di speranza: la Croce ha un senso quando è scelta, se ne fai un dono anche il venir meno è prezioso. E tutto deve andare avanti, se c’è una ragione per non fermarsi
 
 
Y. Sulla preghiera di domanda
 
 
- ‘con la preghiera di domanda noi esprimiamo la coscienza della nostra relazione con Dio; in quanto
 
creature, non siamo noi il nostro principio’ (CCC 2629)
 
- diceva don Giussani che l’uomo è mendicanza, è ri-volgersi ad un Altro da sé, appello di chi non esaurisce dentro di sè il proprio destino e si consegna
 
- ‘l’essere umano è un’invocazione, che a volte diventa grido, spesso trattenuto
 
in noi risuona il multiforme gemito delle creature: ogni cosa anela a un compimento
 
la preghiera di domanda va di pari passo con l’accettazione del nostro limite
 
Dio risponderà, non c’è orante nel Libro dei Salmi che alzi il suo lamento e resti inascoltato
 
anche le nostre domande balbettate, anche quelle rimaste nel fondo del cuore
 
persino la morte trema, quando un cristiano prega, sa che ogni orante ha un alleato più forte di lei
 
(udienza generale mercoledì 9-12)
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LECTIO DIVINA domenica 22 Novembre 2020
 
SALMO 18
 
Vers.1.51 Di Davide, servo del Signore…(Egli) lo liberò…

 
Secondo questa intestazione e conclusione questo Salmo, che è il quarto per lunghezza di tutto il salterio, è un inno di ringraziamento e di lode a Dio, cantato da Davide quando fu salvato da Saul.
 
Questa indicazione ha un valore storico molto relativo perché, questo salmo, è stato rielaborato dopo l’esilio ma, il dato certo, è che a recitarlo è il re davanti al suo popolo per testimoniare la benedizione di Dio.
Come ci dicono i Padri della Chiesa, è il Cristo stesso che, nella sua umanità, innalza la sua lode a Dio a nome di tutti.
 
Questo è quindi un salmo messianico che è collegato al 17 ed al 144 con alcune espressioni che si ripetono ed è ripreso nel cap.22 del secondo libro di Samuele ma in modo ancor più articolato.
 
È Dio il soggetto del Salmo, è sua la lode, e Dio è chiamato con diversi appellativi: una sola volta è l’Altissimo (Eljom) al vers.14; molte volte Dio (Elohim) e molte altre Signore (JHWH) ma poi diventa forza- roccia- fortezza- liberatore- rupe –scudo- baluardo- salvezza- giustizia- buono- astuto- luce- tenebre- guerriero- via…e il salmista si rivolge a Lui con la confidenza di un figlio, con un “tu”.
 
La controparte che sta davanti al Signore è l’uomo: come re o popolo, come consacrato ma anche come il nemico, l’avversario, lo straniero, l’umile, il superbo, il buono, l’integro, il puro, il perverso, il violento…
 
Questo canto è detto “hascirah”, al femminile, termine che troviamo sia nel cantico di Mosè che nel Deuteronomio. Questo ci indica due cose: la prima che Davide è il nuovo Mosè che libera dal nuovo Egitto, la seconda è che questa libertà viene data dall’amore materno di Dio, dal suo amore viscerale per i suoi figli.
 
Il tema del salmo è proprio quello dell’amore. Vers.2-4
 
Sono una lode che l’uomo fa al suo Dio attraverso una cascata di appellativi divini che si susseguono come a voler portare speranza in ogni angolo del mondo.
“Ti amo Signore” è una risposta la 1° comandamento la cui radice “rabam” indica che, Colui che è amato, è misericordioso e compassionevole.
Kimchi dice che “l’amore costituisce l’apice della virtù che l’uomo può conseguire sulla terra. Ma il timore viene prima dell’amore, solo quando l’uomo ha capito cos’è il timore può raggiungere l’amore servendo Dio per il piacere di farlo”.
 
L’amore di Dio è sempre pre-veniente, “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi…noi amiamo perché Egli ci ha amati per primo” (1Giov.4,10.19), per questo i Salmi cantano “quanto prezioso è il tuo amore o Dio!” (Sal.36,8); “è meglio il tuo amore che la vita” (Sal.63,4).
 
Non commento tutti gli appellativi di Dio di questi due versetti ma vi invito a leggerli lentamente, a gustarli con la bocca, a fargli spazio nel cuore, ognuno di loro sgorgherà in noi come un ruscello nel momento del bisogno e ci porteranno alla fede “invoco” e verso il futuro “sarò salvato” (vers.4.)
 
Vers.5-7
 
Siamo in una lamentazione. Leggendo questi versetti si srotola la difficile storia del re, di ogni uomo e di ogni credente fatto re dal Battesimo.
“Flutti di morte” è una espressione che ci riporta a Genesi, al caos iniziale, alla non-creazione dove le forze erano solo distruttive.
I “torrenti impetuosi” sono quelli di Belial che, dalla radice di Abele, sono torrenti che sono solo un soffio, che non sono utili…pensando alla Palestina sono i wadi che sono asciutti quando vi si cerca acqua ma poi basta un temporale perché diventino distruzione.
 
I “lacci degli inferi” sono, invece, i legami con la morte, tutti i generi di morte.
Ma Dio ha un orecchio e ascolta nel tempio di Gerusalemme, quel tempio terreno di Dio che è strettamente legato al tempio celeste (Sal.29), il grido di chi spera.
 
Gesù stesso userà i vers.5-6 e 8-16 di questo salmo, nel suo linguaggio sugli ultimi tempi e, i suoi evangelisti, nel racconto della morte di Cristo in croce.
 
Vers.8-16
 
Siamo nel pieno di una teofania. Dio si mostra nel furore della lotta a favore dell’uomo che lo supplica.
 
La teofania ricalca quella del monte Sinai e della Pentecoste e le viene dato molto spazio per indicare la superiorità della potenza divina di fronte alle forze del male.
 
Il fuoco ed il fumo o gli agenti atmosferici indicano la trascendenza di Dio. il cherubino è un retaggio della civiltà Assira, un toro con diverse facce messo a protezione dei palazzi reali (lo troviamo in Gen.3,24; sal.80,2; Ez.28). In questo caso Dio vola su un cherubino proteggendo l’uomo, sconfiggendo il caos e facendo apparire una via nel fondo del mare, come la fuga dall’Egitto, proprio lì dove l’uomo perde le speranze di potersi salvare.
“Abbassò il cielo e discese” (V.10) c’è un preannunzio dell’incarnazione. Sant’Agostino afferma: “ha umiliato il Giusto (Cristo) per discendere fino alla debolezza dell’uomo”.
 
“Si avvolgeva di tenebre come di un velo” sempre Agostino dice “ha nascosto una speranza nel cuore dei fedeli dove Cristo stesso si cela senza mai abbandonarli in quelle tenebre dove si cammina per fede e non per visione”.
Tutto questo ci porta a dire che c’è sempre una via nuova e diversa in cui Dio può farci camminare. La sua voce mette in fuga il male e dà la forza di rialzarsi a chi cade.
 
Vers.17-20
 
È un racconto/ricordo del passato, su ciò che Dio ha fatto per liberare il re e, con lui, liberare il popolo.
 
Interessante è il vers.20, che è al presente, in cui il re risponde al perché Dio libera: “perché mi vuole bene” e così stende la mano dall’alto per redimere l’uomo (Origene). Dio è spinto solo dal suo amore, ogni sua azione è per il bene dell’uomo. La radice verbale indica “provare gioia”; Dio prova gioia nell’aiutare l’uomo.
 
Vers.21-28
 
Questi versetti gettano una piccola ombra sulla preghiera del re.
Ha detto: ti amo…tuttavia ora il re esalta sé stesso come il fariseo nella parabola.
“Il Signore mi rende secondo la mia giustizia…”
 
E’ dunque una preghiera che ha una traccia di presunzione? Dio libera per merito?
Certamente siamo di fronte alla teoria della retribuzione, ma Dio non è un contabile, siamo di fronte alla teologia della parabola dell’ultima ora.
Nei vers.24.26 si parla poi di essere “integri”. “Sono stato integro con il Signore”; “con l’uomo integro tu sei integro” ma anche qui è la grazia pre-veniente di Dio che ci rende integri infatti, solo sentendosi amati, ci si può sentire perdonati, cioè integri.
 
Il vers.28 è stato poi ripreso nel Magnificat.
 
Vers.29-31
 
Il re-uomo ora ritrova speranza per il futuro; certezza sulle future vittorie.
Il vers.29 ci riporta nuovamente sulla strada della fuga dall’Egitto dove Dio è una lampada che si pone davanti al popolo per illuminarne la strada e dietro come fuoco per sbaragliare i nemici.
 
Ma il Signore è anche lampada che illumina gli occhi per vedere la verità; è quella lampada che non deve mai rimanere senza olio.
Il Signore, inoltre, fa scavalcare ogni muro anche quello di divisione fra i popoli, come dice Paolo in Ef.2,14 o quello dell’inimicizia tra uomo ed uomo e fra uomo e Dio, eretto dal peccato.
 
Al vers.31 “la tua via è diritta” è anche tradotto con “integra” quindi non è più il re ad essere integro ma la via del Signore.
 
Vers.32-33
 
Questi versetti sono molto importanti. Il re chiede “ chi è Dio se non il Signore?” cioè chi è colui che è al di sopra di tutti se non chi ha reso integro il cammino?
 
Abbiamo 4 versetti (24-26-31-33) che parlano di integrità.
Conoscere sé stessi è una questione di integrità e la vita dona questo talento solo a chi è disposto a fare verità su se stesso. è questo il vero cammino del credente, ogni protagonismo deve cedere progressivamente le armi all’amore gratuito di Dio, mai meritato, ma sempre dialogato.
 
Vers.34-41
 
I versetti sono al tempo presente, ancora il re riconosce pubblicamente le opere che Dio fa per lui: mi ha dato…ha addestrato…ha sostenuto…ha fatto crescere…ha spianato…ha inseguito…ha colpito…ha cinto…ha piegato…ha disperso.
Sono elencate, con un gergo militare, le armi che Dio usa a favore dell’uomo e, Dio, è paragonato ad un addestratore di reclute.
 
Interessante è l’ultima parte del vers.36 “la tua bontà mi ha fatto crescere” che può essere tradotto con “ la tua umiltà mi ha fatto crescere”. Si mette l’accento sul fatto che, in questo dialogo con l’uomo, il Signore si “umilia” cioè si abbassa fino al livello umano per innalzare il suo partner; è la kenosis di Cristo.
 
Come siamo lontani da questa immagine di un Dio che viene a parlare la nostra stessa lingua, che si china ad ascoltare i nostri lamenti!
Ecco alcuni aforismi su questo tema:
 
“Quando un maestro e un discepolo camminano insieme di notte, chi porta la lanterna? Non è forse il discepolo? Ma il Santo – sia Benedetto – portava la lanterna per i figli di Israele, come è detto: il Signore camminava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce (Es.13,21).
E’ consuetudine nel mondo che, quando un maestro parla, il discepolo risponde. Ma questo non è il modo di agire del Santo – sia Benedetto - : Mosè parlava e Dio gli rispondeva con una voce (Es.19,19).
E’ consuetudine nel mondo che, quando un maestro ed un discepolo sono insieme e il maestro dice al discepolo: va’ e aspettami in un certo posto…il discepolo va e aspetta. Così il Santo – sia Benedetto – disse ad Ezechiele: Alzati e va’ nella valle; là ti voglio parlare (Ez.3,22). Ma Ezechiele dice: Mi alzai e andai nella valle; ed ecco, la gloria del Signore era già là (Ez.3,23)”.
“Tu hai accresciuto la misura della tua umiltà per entrare in relazione con me”.
F.Varillon allarga ancora di più questo orizzonte: “Se Dio è amore, egli è umile.
 È nella potenza che spontaneamente la creatura cerca il suo Dio, non può fare a meno di orientarsi, in un primo momento, in quella direzione. Una volta divenuta cristiana e invitata a contemplare l’impotenza assoluta di Cristo crocifisso ma essa continua a ricordarsi ostinatamente della sua prima esperienza che l’ha profondamente segnata. Mal convertita, oscilla tra due immagini del divino che concilia alla meno peggio incapace di unificarle: la potenza pagana, dominatrice, che permane sullo sfondo immutabile e, in sovrimpressione, quella dell’impotenza cristiana, che agonizza e muore. Una simile coesistenza è un disastro per l’anima e per lo spirito. Certo, Dio è onnipotente. Ma potente di quale potenza? È l’onni-potenza del calvario che rivela la vera natura dell’onni-potenza dell’Essere infinito. L’umiltà dell’amore offre la chiave: è sufficiente un po’ di potenza per esibirsi, ce ne vuole molta per ritrarsi.”
 
Vers.42-46
 
Due versetti sulla sorte degli oppressori. Gli avversari sono nemici del re e quindi anche di Dio, essi sono “come pula che il vento disperde” (Sal.1).
Tre versetti che ci parlano della sorte dei giusti chiamati a guidare tutti gli altri uomini attraverso la loro alleanza con Dio.
 
Vers.47-50
 
Il salmo finisce ancora con una lode ed una testimonianza da parte del giusto.
“Viva il Signore” è una formula caratteristica dell’A.T. usata anche come un giuramento.
Paolo, partendo dal versetto 50 ed inserendolo in Rm.15,8-9, apre la via per interpretare il Sal.18 come preghiera di Cristo. Sant’Agostino a sua volta afferma che “tutte le cose dette in questo salmo, che non possono propriamente essere attribuite a Cristo, capo della Chiesa, debbono essere attribuite alla Chiesa stessa perché è il Cristo totale a parlare.
Vers.47 Il Signore è vivo e lo dimostra nella storia dei popoli e per questo è benedetto ed esaltato. “Non temere! Io Sono il primo e l’ultimo, il vivente!” (Ap.1,17-18)
 
Vers.51
 
È una aggiunta posteriore, si passa dalla prima persona alla terza “egli”. Alla luce dell’oracolo di Natan (2 Sam.7), si esalta la fedeltà di Dio estesa a tutte le generazioni. La figura del re David lascia il posto alla figura di un re-messia, ideale, perfetto, discendente di Davide (At.13,23), che riunisce sotto di sé tutti i popoli e le genti.
 
Gesù riconoscendosi figlio amato, come attesta la voce di Dio nel battesimo e nella trasfigurazione, ha risposto a questo dono con l’intera sua vita, in una kenosis perfetta con gli uomini e le donne del suo tempo. Un amore a caro prezzo. Con Lui possiamo combattere dentro e fuori di noi per diventare liberi e compiere ciò che Dio ci ha inviato a fare ripetendo, con vera umiltà, “ti amo Signore”.
 
 

Domanda:
 
Siccome le Parole di Dio sono infuocate (Sal.18,31; Lc.24,32) sappiamo raccoglierle e farci riscaldare rinnovando le nostre vite per accendere quelle degli altri?
 
Leggendo tutti i nomi o aggettivi di Dio, qual è quello che più mi è proprio, che mi dà più sicurezza?
 
Bisogna arrivare all’angoscia per urlare a Dio, l’angoscia è quindi un luogo teologico. Sappiamo dare a Dio i nostri affanni ricordando che ci vuole bene?
 
Guardando all’umiltà di Dio, noi siamo veramente umili?
 
Le mie ferite mi limitano nel vivere la vita che Dio mi ha donato o sono un punto di lancio?
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Oasi della P-parola – sacro Cuore
 
Lectio divina del Salmo 8 – domenica 8-11-2020

A. Motivazione spirituale
 
  ‘Il Salterio è come il corpo di Cristo attraverso il quale parla lo Spirito santo’ (Ilario di Poitiers, Trattato sui salmi). Il collegamento tra Salmi ed Eucaristia ci richiama un principio della vita di fede: che l’uomo ha necessità di nutrirsi di divino, di lasciare che il suo Pane alimenti la lotta quotidiana del credente. Riceviamo il dono di una Vita non perché lo meritiamo, ma proprio come sostentamento del cammino. Avvicinarsi alla Mensa eucaristica, significa di fatto condividere l’essenziale con i fratelli. Come costruire il Cenacolo, se manca il com-panatico? Cosa ci unisce davvero, se non l’Unico che parla nella carne? Proprio la sua Umanità, è riferimento reciproco di senso.
 
  La Lectio non è un corso di meditazione yoga e basta, dove vai in cerca di benessere e poi fai la vita che vuoi. È un cammino di crescita spirituale, che chiede il coinvolgimento personale anche attraverso l’adesione ai sacramenti e alla vita di Grazia. Se non ci fosse una consistenza di ethos nel nostro convenire, non avremmo a che fare con vite vere ma con apparenze. E questo legame tra lode e carne, tra prassi e trascendimento continuo di sé, i Salmi lo rendono credibile perché mettono le vicende umane nella loro preghiera non le maschere, e questo fa la verità di noi stessi. Non c’è contraddizione, se dentro noi stanno grano e zizzania insieme. Non perché siamo perfetti, ma perché non ci rinunciamo, siamo ancora in cammino e possiamo accedere al Regno pure noi così poveri.
 
 
B. Salmo ottavo
 
  O Adonai, nostro Elohim,
 
quanto è magnifico il tuo Nome su tutta la terra,
 
più dei cieli essa canta il tuo splendore.
 
  Dalla bocca di bambini e lattanti
 
hai fondato una forza contro i tuoi avversari
 
per paralizzare il nemico e il vendicatore.
 
  Quando guardo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
 
la luna e le stelle che tu hai fissato,
 
che cos’è l’uomo, perché tu lo ricordi,
 
il figlio d’uomo, perché tu lo visiti?
 
  Eppure l’hai fatto poco meno di Elohim,
 
l’hai coronato di gloria e splendore,
 
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
 
tutto hai posto sotto i suoi piedi:
 
tutte le greggi e gli armenti
 
e anche gli animali della campagna,
 
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
 
ciò che solca le rotte dei mari.
 
  O Adonai, nostro Elohim,
 
quanto è magnifico il tuo Nome su tutta la terra!
 
  E quando miro in cielo arder le stelle,

 
dico fra me pensando:
 
a che tante facelle?
 
Che fa l’aria infinita,
 
e quel profondo infinito seren?
 
Che vuol dir questa solitudine immensa?
 
Ed io che sono?                                                          Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante per l’Asia
 
 
C. Non è bene che Dio sia solo (Luigino Bruni)
 
  Ricordo due notti, a guardare le stelle. Una sulla riva del lago del Turano, qualche anno fa insieme ad alcune di voi, lontano dalla città e dal suo inquinamento ottico, in attesa di san Lorenzo e di qualche stella cadente. Ed un’altra al rifugio del Falco, a 1600 metri nell’alta valle del Volturno, dentro al parco nazionale d’Abruzzo, una notte di bivacco al campo scout dei nostri lupi, li avevo lasciati soli intorno ai falò di ciascun reparto, e m’ero ritirato sulla montagna, non una luce di case se non quella della volta celeste piena di fascino e di inquietudine.
 
 Non fioriscono domande, se non quando contempli: il cielo, il mare, un volto. E gli interrogativi segnano tappe: dove sono? Cosa sono le mie occupazioni, i miei problemi? E la vita? Cosa i miei amori, i dolori? Poi arriva la domanda più difficile: e io, chi sono? Quando l’infinitamente piccolo, quale si scopre l’uomo dinanzi all’universo, comprende che l’Altissimo si rivolge a lui (‘mi hai chiamato?’ chiese Samuele), che lo cerca e gli parla, allora accade un incontro e l’uomo impara che l’immensità è un Tu, più intimo del nostro stesso nome.
 
  Quel Dio la cui Presenza intuisco lassù, è lo stesso che sento nel cuore. Forse alla Verna, frate Francesco ha preso le stigmate così, cantando Laudato sii, affascinato dal creato e dalla creatura. Solo ciò che affascina, convince alla fede davvero. E questo del salmo 8 è il cantico nuovo dell’umiltà, perché l’humus ci dice chi siamo veramente solo se riusciamo per un attimo a guardarlo da distanza profonda. Lo sguardo dal cielo è speranza, i piedi per terra sono realtà. Nonostante la sua insignificanza rispetto ai numeri dell’universo, Tu ti ricordi di lui, così l’Adam (adamah=terra) diventa il primo inter-locutore, perché con la sua reciprocità può accompagnare anche la solitudine di Dio.
 
  In questa tensione tra stelle e cuore, entrambi abitati dalla stessa Presenza, sta lo stupore del salmista rispetto all’uomo: ‘eppure l’hai fatto poco meno di Elohim’ (8,6). È l’Adam ogni Adam, l’immagine e somiglianza di Elohim (Gen 1,27), anche noi tutti noi. Potremmo provare a leggere il salmo 8 accanto ai capitoli 3-4 di Genesi: quelli della disobbedienza, della seduzione vincente del serpente, e poi Caino e il sangue di Abele. E sorprenderci del fatto che non c’è condizione umana che non sia racchiusa tra Genesi 1,27 e Salmo 8,6, nessuno resta fuori.
 
 
D. Sei grande Signore (Vincenzo Scippa)
 
  Primo Inno di lode, al centro di un insieme che va dal salmo 3 al 14, incorniciato tra il verso 2 ed il 10 dall’affermazione arditissima del Nome, l’impronunciabile rappresentazione dell’Inconoscibile, il salmo 8 è un tentativo di raffigurare Dio che diviene definizione di uomo. Il Nome è ipostasi di Lui e ci dice di un Dio antropizzato, ma soprattutto ci rivela che paradossalmente proprio i ‘piccoli’, i bambini e lattanti, sono tempio dell’Altissimo.
 
  Un Dio ‘creativo’, costruttore del mondo (‘opera delle tue dita’), per iniziativa propria (‘gli hai dato potere’) non per conquista dell’umano, mette ‘tutto’ (non c’è limite) ‘sotto i suoi piedi’: l’uomo ha la responsabilità del mondo, non può proiettarne ad A-altro la destinazione buona o deficitaria, ne è custode. Così la considerazione dell’uomo passa dal creato alla creatura, e chiedendosi chi è l’uomo lo riconosce termine di due azioni di Dio: il ricordo e la cura. Se la memoria serve a dare continuità, perché rende attuale ciò che era e non fa dimenticare, la premura è segno di predilezione. Ed io sono chiamato ad essere consapevole del ‘potere’, non dell’impotenza che lamento.
 
  ‘Ecco l’Uomo’, disse Pilato introducendo Gesù alla sua Passione (Gv 19,5). Da quando Dio ha fatto la scelta dell’in-carnazione, Gesù è l’uomo-Dio. E noi in Lui troviamo l’Uomo nuovo, ‘in Cristo la pienezza’ (Ebr 2,5). L’uomo che è ‘imago Dei’ (Gen 1,26), per Dio vale più che per l’uomo. Il salmo 8 è una profonda riflessione su cos’è umanità, quale umanità è nostro modello di riferimento. Ci vuole umanità, più umanità, nella fede e nella vita oggi. Uomo compiuto (Ef 4,1), prossimo più agli umani che agli spiriti beati, dentro un ‘admirabile commericum’ Gesù divenendo come noi ci ha fatti partecipi di Lui. Contemplando la bellezza (il cielo e la terra), in realtà affermiamo la potenza (contro nemici e ribelli), ossia riconosciamo la sorgente dell’energia che muove il mondo. E attendiamo cieli nuovi e terra nuova (2 Pt 3).
 
 
E. Dell’uomo e della conoscenza (Yarona Pinhas)
 
  Per accedere alla nostra anima, abbiamo bisogno di una password: il nostro nome. Le due lettere centrali di neshama=anima creano la parola shem=nome. Mosè ha proclamato la Presenza divina in terra, perché il suo nome ebraico Moshè se letto al contrario diventa Hashem, cioè il Nome generico usato dagli ebrei per indicare Dio senza nominare il Suo nome invano, come richiede il II comandamento: ‘Non solleverai il nome di Iod tuo Elohim per falsità’. Che è tutt’altro che pronunciarlo per impulso, è chiamare la divinità a garante delle tue affermazioni.
 
  Nel capodanno ebraico il gesto detto di ‘tashlikh’, con cui si lancia una pietra nell’acqua per affidarle i torti commessi, che vadano a fondo, non varrà per il debito di sollevamento del nome. Non c’è pietra che basti, a scaricare il peso del nome sollevato a tradimento. C’è un’insufficienza del linguaggio, rispetto all’esperienza sensoria del reale, per la quale farsi rappresentazioni significa sempre ridurre il mistero dell’A-altro, farsi ‘idoli’ che hanno bocca e non parlano, ossia non corrispondono. Ma l’uomo invece è davvero il Nome di Dio, ne è l’espressione ‘mimetica’ (immagine e somiglianza) e dunque guardando noi riconosciamo Lui, come diceva Emanuel Levinas a riguardo dell’epifania dei volti. Delle otto azioni di Dio nel salmo, sei sono rivolte all’uomo. E anche se per Qoelet l’uomo è vanità, nel salmo 8 diventa ‘grande’ come il Nome. Fatta a Dio stesso, la domanda su chi è l’uomo concentra  sulla questione essenziale della storia: perché il Verbo si è fatto carne? Come mai uomo, essere che si interroga, e non angelo, messaggero di una rivelazione? L’uomo al cuore del creato, potenzialmente efficace, così partecipa della dignità dell’A-altro.
 
 
F.  Del Nome, ovvero quale uomo (Giovanni Vannucci)
 
  Il nostro linguaggio afferra solo un limitato segmento, dell’infinita circonferenza che costituisce la realtà. Si ha così una scissione tra vita reale ed enunciazioni ideali. E serve dunque un contatto continuo, ininterrotto, con la realtà che si vuole trasmettere, per vincere la tensione mentale che ci spinge a ricondurre tutto a categorie di pensiero comprensibili a noi (abstracts). La luce scomposta dal prisma non è più luce in sé, ma deformata. E la mappa topografica di una regione ci aiuta a muoverci senza smarrirci, ma non è la terra dove camminiamo.
 
  Così la religione ebraica ha sempre rifuggito il rischio di pronunciare il Nome ineffabile dell’Unico: Non solleverai il Nome. A fronte di qualsiasi tentazioni di rappresentarlo, di ridurre a figure parziali Colui che è il Tutt’Altro, di provare chiamandolo per nome ad avere una prossimità con Lui. Dio si vede ‘di spalle’, come Elia che lo vede solo ‘passare’, ne percepisce la fisionomia dopo, dalle conseguenze. La sola identità, l’impronunciabile tetragramma, quell’indicazione dell’essere e dell’esser-ci di Lui che viene rivelata a Mosè al roveto: un Dio che non si consuma, non viene meno. Un nome che esprime una relazione più che una solitarietà, una compagnia: Io sono colui che ‘ci’ sono, colui che sono ‘con’. Detto ad un popolo che poteva sentirsi solo, dalla schiavitù al deserto.
 
  Le quattro lettere poi, accostamento del pronome femminile hy e di quello maschile hw, vogliono dire che il Nome rivelato, più che esprimere un’essenza, è simbolo della totalità ontologica dell’esistente, nelle sue componenti esistenziali di realtà maschile e femminile. Ovvero immagine di quel Dio plurale di cui siamo somiglianza, uomo e donna insieme. Quando nella qabbalà si applica la scienza dei numeri (ghematriah) al Nome, risulta che esso è composto dal segno Iod, equivalente al numero 10, simbolo dell’esistenza strutturata, dal segno he, numero 5 simbolo della vita, e dalla lettera waw, numero 6, simbolo della fecondazione. Il Nome dunque indicherebbe la presenza divina nel creato, nella precisa funzione di condurre avanti la realtà esistente, premendola al superamento delle forme raggiunte, per la trasfigurazione del creato in una intensità di vita ancora oggetto di speranza.
 
  Gestalt=forma, frame of reference. E Pasqua=passaggio. Tendiamo all’oltre, può esserci una vita ulteriore. L’aspetto duale (conflittuale, incompiuto) della realtà tende ad essere superato in una unità desiderata, che fa del nostro vivere un continuo divenire. Dio è il creatore e il distruttore delle forme, dove distruggere è per creare altre, nuove forme di migliore intensità vitale. Crea il chicco di grano e muore sepolto nella terra, perché nasca il germoglio di una pianta nuova; e dalla pianta nascerà la spiga. La vita rivela dunque due pulsioni: il germe e la matrice, la spinta vitale che per attuarsi ha necessità di una forma, forma che a sua volta è caduca e destinata a scomparire perché il principio vitale non si esaurisca in essa. In fondo Gesù diceva di sé: il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Mt 8,20).
 
  La presenza divina nella creazione trascende l’istante in un oltre sconfinato, è movimento che alimenta una vita sempre nuova, presente ‘già’ in fieri e ‘non ancora’ attuata. L’incontro della presenza creatrice con la resistenza della materia fa nascere una forma che la esprime, a sua volta poi superata da altre ricreate. Nel movimento creativo l’esistenza ha due aspetti: quello dell’involucro, la figura esteriore limitata e definita, e quello del germe, indefinibile e trasformatore della figura. L’esistenza è il rapporto drammatico e necessario dei due aspetti: senza il guscio il germe non crescerebbe, sé troppo resistente o molle l’embrione muore. L’abbandono della forma precedente implica una sofferenza, anche se la nuova figura è risurrezione; dalla morte dell’uomo embrionale, risorge l’uomo compiuto. I due aspetti, il guscio ed il germe, sono in termini di comportamento l’abitudine e l’attesa di una pienezza migliore.
 
  Se l’universo creato è la zona d’ombra del grande Sconosciuto, la presenza dell’uomo è nello spazio dell’incertezza, delle rotture d’equilibrio. Posto nella sfera della proiezione del divino, come somiglianza del Creatore perché può vivere il mistero del ‘sempre oltre’, divenendo ininterrottamente un essere nuovo, l’uomo è chiamato ogni istante a risvegliarsi all’intensità della vita, e ad affrontare tutte le avversità che gli sono poste dinanzi, come provocazioni attraverso le quali muoversi verso mondi inconcepibilmente nuovi.
 
 
G. Chi sono, chi sei Tu (interrogativi per il silenzio)
 
 
a.  Loderò il Tuo nome: quanto c’è di lode, di riconoscimento, nella mia fede? Sono uno che si stupisce di Te, o solo uno che esprime dubbi? Sto nell’humilitas (sono niente) ma non nella de-pressione (covid 20)?
 Chi sono: mi accorgo che non posso rispondere, se non paragonandomi, mettendo me a confronto con l’A-altro da me, con l’orizzonte che mi sta sempre dinanzi? E cosa c’è in me, che ‘somiglia’, mi dice di Te? E cosa vorrei che in Te, in un Dio per tutti, ci fosse di me?
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Anno 2020/2021

 
Introduzione alla Lectio Divina
 
I SALMI: SCUOLA DI PREGHIERA

 
Sembrerebbe banale fare una lectio sui Salmi invece, il libro del Salterio, è uno dei più completi e complicati libri della Bibbia perché non si limita a trattare un argomento attraverso la voce di Dio, es. esilio – tradimento…, ma tocca ogni argomento che riguarda l’uomo non solo con le più alte parole di Dio ma anche con le più basse parole umane.
Un testo scritto, soprattutto se è antico e culturalmente distante, non è mai immediatamente trasparente, si offre e si nasconde, si dona e si trattiene.
 
Nonostante nella chiesa sia una prassi leggere i Salmi, le difficoltà non sono lievi. Abbiamo la difficoltà del linguaggio così lontano dalla nostra cultura. Sono preghiere nate più di 2500 anni fa in un ambiente semitico e, questo popolo, non astrae, parla attraverso i simboli e dobbiamo avere una capacità poetica per capirlo.
 
- Abbiamo difficoltà su quei sentimenti ed atteggiamenti spirituali che sembrano essere in contrasto con lo spirito cristiano (odio, vendetta, i salmi imprecatori).
 
Ma dobbiamo stare attenti a non purificare i Salmi dalla loro rudezza o spiritualizzarli nella immediatezza delle scene che evocano perché si penalizzerebbe la loro umanità.
 
La prima Parola con cui Dio ci cerca la ritroviamo in Gen.3,9 “Adamo dove sei?” poi Is.40,27 aggiunge “il Signore si interessa a te, Israele”.
L’uomo non può eludere la voce che lo chiama, che lo pone di fronte alla sua coscienza così come Dio non può eludere la voce dell’uomo che lo invoca di fronte all’ingiustizia o si ribella di fronte al suo silenzio o, ancora, pone domande e chiede spiegazioni su ciò che non comprende.
I Salmi, quindi, ci danno una chiave per accedere a Dio.
Rabbì Eleazar insegnava: “l’uomo non conosce l’ordine esatto dei Salmi (Gb.28,13) perché se ci fossero stati dati in un ordine preciso chiunque, leggendoli, potrebbe far risorgere i morti e compiere altri prodigi. Per questo l’ordine dei Salmi ci rimane nascosto ed è manifesto solo al Santo, sia benedetto, che ha detto: “chi come me può leggerli, proclamarli e metterli in ordine?” (Is.44,7)”.
 
E’ una preghiera inventata da Dio e che a Lui ritorna unendo il Suo ed il nostro cuore. “Solo Dio parla bene di Dio” (Pascal).
 
In ebraico salmo si dice “Thillin” che significa “lode” mentre in greco vengono detti “Salmoi” o “psalterion” che indicava uno strumento a corda, come l’arpa o la cetra, che accompagnava il canto; da qui il nome di “Salterio” dato alla raccolta delle preghiere scaturite dal cuore della comunità di Israele.
 
Mille anni prima di Cristo erano tutti cantati (il più antico sembra sia il 29), poi sono stati tramandati oralmente e infine messi per iscritto: la raccolta finale è datata 200/150 A.C.
 
La tradizione rabbinica dice che, come Mosè scrisse il Pentateuco, espressione somma della Parola-azione di Dio, Davide scrisse il Salterio in 5 libri, la risposta più alta del fedele al suo Signore.
Nella tradizione cristiana diciamo che Davide canta Cristo e Cristo canta sé stesso attraverso Davide.
 
I 5 libri del Salterio sono un tempio di Parole nel Tempio di pietre di Dio, un autentico cammino spirituale che va dalle tenebre alla luce, dal dolore alla lode.
Le 5 parti in cui è diviso il Salterio sono molto precise: dal Salmo 1 al 41; dal 42 al 72; dal 73 all’89; dal 90 al 106 e dal 107 al 150. Ogni Salmo di chiusura di ciascuna parte finisce con un Amen o con un Alleluja.
 
Una cosa che salta agli occhi a chi legge i salmi è che dal 9 al148 la numerazione si sdoppia. Questo è dovuto alla differenza tra il testo ebraico detto Masoretico (TM) e il testo greco detto dei (LXX), alcuni Salmi vengono sdoppiati o riuniti a seconda delle traduzioni. Noi seguiamo la numerazione dei LXX.
 
I Salmi 1-2 e 146-150 formano come una copertina che racchiude tutto il Salterio.
 
Se dovessimo parlare dei generi letterari dei Salmi dovremmo parlare di tutti i generi letterari esistenti sulla Bibbia, sentiamo cosa dice S.Ambrogio:
“Tutta la scrittura divina spira la bontà di Dio, tuttavia lo fa più di tutto il dolce libro dei Salmi.
 
La storia ammaestra, la legge istruisce, la profezia predice, la correzione castiga, la buona condotta persuade ma nel libro dei Salmi vi è come una sintesi di tutto, una medicina dell’umana salvezza. Chiunque legge trova di che curare le ferite delle proprie passioni; chiunque voglia lottare guardi quanto si dice nei Salmi per giungere più facilmente alla corona del premio.
 
Che cosa di più dolce di un Salmo? “Lodate il Signore; è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a Lui conviene” (Sal.147). il Salmo è benedizione per i fedeli, lode a Dio, inno del popolo, plauso di tutti, parola universale, voce della Chiesa, professione e canto di fede, espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia. Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia. È protezione nella notte e istruzione nel giorno; scudo nel timore e festa nella santità; immagine di tranquillità e pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti, ricava un’unica melodia. Il Salmo canta il sorgere del giorno e ne fa risuonare il tramonto, il gusto gareggia con l’istruzione. Che cos’è che non trovi quando leggi i Salmi?”
 
 
Salmi preghiera di vita
 
Mentre noi cerchiamo di interpretare i salmi sono essi stessi a interpretarci potenziando la nostra vita umana e cristiana, accompagnandola come amici fedeli ma sempre lasciando aperte numerosi questioni.
 
Lutero diceva: “con una semplice lettura occasionale queste preghiere sono, per noi, troppo forti ed è facile rivolgersi a nutrimenti più semplici, ma chi ha cominciato a pregare col Salterio, in modo serio e regolare, abbandonerà presto le altre piccole, facili e pie preghiere e dirà :non certo in questo vi è la forza, il vigore, la violenza e il fuoco che trovo nel Salterio. Queste piccole preghiere sono troppo povere e prive di sentimento; acqua in confronto a vino generoso”.
 
- Per preghiera si intende la ricerca e il desiderio del senso della vita, una vita nella quale siamo chiamati ad
innestarci a trapiantarci (Sal.1,3), con una preghiera di cui Paolo dice: “non sappiamo come pregare in modo  conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori conosce il desiderio  dello Spirito” (Rm.8,26-27).
 
- Un libro che dà vita perché ha molto vissuto nei suoi autori e lettori e continua a vivere e vivrà nei suoi lettori i  quali, nell’aprirlo e ripercorrerlo, lo ricreano nelle loro vite.

 
I Salmi non si possono leggere “semplicemente” perché in essi parla contemporaneamente il popolo ebraico, Cristo, la Chiesa, il cristiano e l’uomo per portarli all’appuntamento con l’eternità.
 

Salmi libro del popolo ebraico
 
Attraverso le parole del rabbino (all’inizio) abbiamo già detto di come i Salmi siano una preghiera di Israele. Ricordiamo ancora che nell’A.T., il popolo di Dio, va sempre in cordata per cui tantissimi Salmi che iniziano con “io” finiscono con un “noi”.
Gli Ebrei sostengono di nascere con questi 150 salmi nelle viscere; 150 itinerari tra morte e vita; 150 specchi delle nostre rivolte e fedeltà, agonie e risurrezioni.
 
Salmi libro di Cristo
 
Il patriarca Athenagoras affermava che, ai Padri della Chiesa che avevano meditato così tanto sui Salmi, era sfuggito qualcosa: l’umanità semplice di Gesù che pregava i Salmi.
1/3 delle citazioni del N.T. sono prese dai Salmi, soprattutto li troviamo nelle ultime ore della Passione di Cristo. Bonhoeffer dice: “alla Parola di Dio non appartiene solo la parola che Egli ha da dirci, ma anche quella che vuole ascoltare da noi, perché questa è quella del suo amato Figlio”.
 
Salmi libro della Chiesa
 
I Salmi sono il canto della sposa al suo Sposo. Non se ne sono fatti altri perché la Chiesa li trova adatti alla fede che professa. I Salmi sono un dogma e come tale ispirati dallo Spirito Santo.
Non li troviamo soltanto nella liturgia eucaristica ma anche nella liturgia delle ore, prassi che si ritrova al tempo di Cristo e, come ci mostra il N.T., prassi dei primi cristiani. Paolo (Ef5,19 e Col.3,16) “ammaestratevi a vicenda con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore, con gratitudine, salmi, inni e cantici spirituali”. In At.4, quando c’erano venti di persecuzione, si pregava con il Sal.2 applicandolo al vissuto del momento e, la Chiesa, con il passare dei secoli, ha continuato la prassi della chiesa primitiva.
Dobbiamo fare una annotazione: in ebraico il termine Dio si trasduce con Jhwh ma questo termine, nella traduzione dei LXX è Kirios che significa Signore; nel N.T. il Kirios designa Cristo Risorto quindi, i primi cristiani traducevano Jhwh con Cristo e quindi tutti i Salmi che contenevano il nome di Jhwh sono stati riletti, dai cristiani, con il nome di Cristo.
Abbiamo così una doppia lettura cristiana: una dall’Alto, Cristo Figlio di Dio, ed una dal basso dove il povero che piange, o chiede perdono è ancora visto come il Cristo che intercede. (Padri della Chiesa). Questo vuol dire leggere Cristo nei Salmi e i Salmi in Cristo.
 

Salmi libro del Cristiano
 
Prima di tutto il cristiano che prega con i Salmi deve avere la consapevolezza della propria identità, di essere Chiesa, e che quindi non sta pregando solo per sé stesso ma è anche lui in cordata. Il cristiano, però, pur mantenendo il senso originale dei salmi, li vede sotto la luce dello Spirito. Se i Salmi nell’A.T. erano la risposta del popolo al suo Dio, nel N.T. diventano la risposta dei credenti al supremo gesto del Padre per la salvezza; non più la risposta ad una liberazione dall’esilio ma la risposta alla liberazione dal male avvenuta nel dono di Cristo al mondo.
 

Salmi libro dell’uomo
 
Nei Salmi l’uomo loda Dio con tutto il suo corpo: “ungi di olio il mio capo; a Te levo i miei occhi; la mia bocca esprime la lode del Signore; sono stremato dal mio gridare; la mia gola è riarsa;il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente; addestra le mie mani alla battaglia; il mio piede sta saldo sulla retta via; tutte le mie ossa diranno: Signore chi è come te,,,” e con tutta la sua anima perché non c’e sentimento umano, positivo o negativo, che non sia rappresentato.
Ogni essere umano può riconoscersi nei Salmi: giovane, anziano, peccatore, malato, con la fede o senza fede, mentre lavora o riposa, in casa, per via, al tempio, nella gioia o nell’angoscia…è l’unico libro che ci fa sentire pienamente a casa.
 

Salmi libro di preghiera
 
I Salmi sono una espressione della vita in tutta la sua gamma, una scuola di preghiera per pregare nel modo giusto.
 
I Salmi sgorgano dalla vita, dal concreto, dal quotidiano e mostrano la bravura di Dio e il limite dell’uomo, ma di un uomo che è in grado di dare del “TU” a Dio.
Per noi, oggi, Dio c’è ma non c’entra, è là in alto, mentre invece Dio scrive su tutti i miei giorni, vuole intimità. I Salmi devono diventare il racconto della nostra vita, un punto di riferimento.
 
Viviamo in un tempo in cui trionfa il soggettivismo, lo spontaneismo e si mette sempre al primo posto il proprio io.
C’è diversità tra essere spontanei ed essere sinceri e non è detto che le due cose coincidano. Una mamma che dopo una dura giornata di lavoro deve ancora fare tutto per la sua famiglia non è spontanea ma è sincera perché lo fa per amore.
La preghiera Cristiana deve essere di ascolto e di accoglienza anche se spesso è fatica, non deve esserci la spontaneità, perché allora si può rimandare sempre, ma deve esserci la sincerità perché deve esserci l’amore: Frassar dice: “pregare è esaudire Dio”.
I Salmi ci insegnano ad uscire da noi stessi per farci un’anima universale che abbraccia millenni e ognuno di noi può camminare nella sua via facendo azioni di giustizia ma invocando, anche con veemenza, la giustizia calpestata.
Non c’è mai solitudine per chi canta i Salmi.
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