Lectio Divina 2025/2026
Lectio Divina
E-vangelo di Matteo – Per una missione-compito che è fede-fiducia.
Il vangelo ecclesiale, che mostra che le Promesse hanno “compimento” nel Regno che Gesù inizia.
Scritto in greco tra il 70 e l’80, sapientemente unito tra racconto e catechesi (cinque grandi sermoni: le beatitudini, la missione, le parabole, la chiesa e l’escatologia, ossia l’ ”oltre”).
I. Domenica 12-10
Invocazione Spirito – Introduzione Vangelo
Iniziamo con un momento di raccoglimento in cui chiediamo il dono dello Spirito perché la Parola di Dio possa dare a ciascuno di noi una risposta:
“Respira in me, o Spirito Santo, affinché io pensi santamente.
Cresci in me, o Spirito Santo, affinché io agisca santamente.
Seducimi, o Spirito Santo, affinché io ami santamente.
Fortificami, o Spirito Santo, affinché io vegli santamente.
Custodiscimi, o Spirito Santo, affinché io non tradisca mai ciò che è Santo".
E’ questa un’invocazione dello Spirito scritta da Sant’Agostino che centra le sue domande sulla parola “santamente”, perché essere credenti significa diventare santi e collega le azioni come abbiamo ascoltato: respira e pensa, cresci e agisci, seducimi perché io ami, fortificami perché io vegli, custodiscimi perché non tradisca. Cinque paralleli e cinque conseguenze.
Ascoltiamo la Parola del Vangelo di oggi:
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 17,11-19
Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi a distanza, alzarono la loro voce dicendo: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si gettò ai piedi di Gesù, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio all’infuori di questo straniero?». Egli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Leggiamo la preghiera di ringraziamento (allegata), che esprime il senso di questo vangelo, centrato sulla gratitudine.
Don Gianni introduce la lectio, questo momento particolare, con alcune considerazioni e con due domande. A giugno ci siamo lasciati con la decisione, da prendere, sulla continuazione della lectio, perché sempre così si deve fare quando è il momento di ripartire e con la scelta, da fare, tra il tema della fraternità e quello della missione. Il primo pensiero è relativo al contesto in cui si pone la lectio ed anche a cosa è la lectio. Il tempo che viviamo è sicuramente molto diverso da quello, lontano, nel quale la lectio è iniziata.
Intitoliamo così il primo pensiero:
“SPIRITO”: la lectio è un tempo dedicato allo Spirito, all’interiorità, a ciò che è indicibile ma essenziale, è una via di crescita. E allora da subito, ci si potrebbe interrogare domandandosi “Dove sto io?” E ciò perché Qualcuno mi eleva. C’è una statura, uno spessore spirituale per cui la vita può essere più o meno consistente. Come diceva Giovanni Paolo II “duc in altum”, andiamo al largo, così come Emily Dickinson “we never know how high we are…”non sapremo mai come siamo alti finché non ci solleviamo dalla prostrazione a terra nella quale ci troviamo, in ragione della paura di stare in piedi.
La lectio è un cammino di meditazione, un laboratorio di passi per andare nel profondo o forse meglio in alto, verso l’ascesi, una ricerca di senso: noi, come Chiesa, abbiamo una tradizione che ci aiuta nei nostri passaggi, che ricerca la verità del sé e che, deve muoversi verso giù, come Sant’Ippolito, patrono della diocesi, che buttato nel pozzo é andato davvero a fondo.
Oggi più che mai, in una cultura della superficie in cui si sente dire e non si sa neanche di cosa si sta parlando, perché nulla viene approfondito e ci si riempie la bocca di slogan, il card. Martini diceva: “cosa c’è nel cuore dell’uomo? Cosa mi manca?” facendo capire che si parte sempre dal bisogno. “Qual è il mio disordine? Ciò che devo risolvere? Il nodo che ancora non ho sciolto?” E suggeriva quattro parole evangeliche per dire la nostra inconsistenza, utili come obiettivo in un cammino di ascolto, di lavoro con sé stessi.
Citava il passo evangelico del fico sterile: Gesù che va verso Gerusalemme, cerca i frutti, non li trova e maledice l’albero, che si secca. Noi abbiamo tante buone intenzioni ma un’incongruenza considerevole che ci impedisce di arrivare alla vita, di essere davvero incarnazione, di avere i piedi per terra.
Citava la parabola della casa costruita sulla sabbia: c’è un costruire sulla roccia che ci rende persone solide, con una consistenza e c’è il nulla che avanza, che ci fa venir meno quando siamo messi alla prova.
Citava quella cosa così difficile da accettare, di coloro che vanno da Gesù e gli dicono “ho predicato nel tuo nome, ho mangiato con te..” ed Egli dice “In verità non vi conosco, operatori di iniquità”. Tremendo, non tanto come Gesù ci disconosca, ma come noi non conosciamo chi è Gesù. Per noi è una figura della storia e soltanto il Vangelo ci dice la Sua umanità, il Suo essere presenza, accanto alla donna al pozzo di Samaria, neanche riconosciuta. Ma è proprio questo il Dio discreto che quasi si nasconde accanto a noi.
L’ultima parola che ci suggerisce il Card. Martini riguarda la verifica di Gesù ed è che siamo gli invitati alle nozze: il Figlio del Re fa festa ma ognuno ha altro da fare ed è quasi inaudito che ci sia qualcuno che rifiuta una cosa bella come l’essere invitato alla festa, alla gioia, a ciò che in fondo desidera.
Attenzione, dunque a fare questa cosa della lectio con convinzione, perché se non ci modifica è soltanto una conferma della situazione iniziale, terrena, alla quale torniamo se non siamo capaci di crescere. Ci sono persone che vivono nella Chiesa da una vita, e che fondamentalmente non sono cambiate, non si sono convertite, si autogiustificano. Ci sono matrici culturali che portiamo dentro, alle quali facciamo inevitabilmente ritorno se il Vangelo non diventa per noi lievito di vita “diversa”. Il nostro modo di reagire quando qualcosa vorrebbe provocarci è di fare un pò e un po’; ma non funziona così, rimaniamo separati e non diventiamo pasta nuova.
Intitoliamo così il secondo pensiero
“ UMANITA’ “: don Gianni ci dice che avrebbe voluto fare la lectio di quest’anno sulla fraternità ma di fronte alla domanda se siamo davvero fratelli risponde che non è così. Oggi è realmente difficile essere meno che anonimi gli uni per gli altri; ognuno ha le sue preoccupazioni e fare corpo è la grande scommessa, la fatica della Chiesa. E possiamo soltanto accettare questo, assumere la nostra parzialità, imparare che siamo poveri proprio nella cosa che più vorremmo: l’unità, la comunione, l’amore. Il nostro tempo sfida ciò che siamo. Le persone che ci circondano sono centrate soltanto sul proprio punto di vista, non sono in grado di vivere l’empatia, parlano dei loro problemi e non sono capaci di ascoltare quelli degli altri, di capire che anche l’altro ha un problema. Alcuni vivono davvero in una bolla autistica, non riescono a rendersi conto, neanche un po’, del proprio egoismo radicale, della concentrazione esclusiva su se stessi. E’ finita la stagione delle narrazioni, in cui chiedevi a qualcun altro “come vanno le cose?” In Puglia le case sono al piano terra, si mettono fuori le seggioline e si raccontano i fatti. Ora non esiste più il paese inteso come luogo di socializzazione; non c’è comunicazione profonda, ma solo funzionale e non proviamo neanche a dire i nostri problemi a qualcun altro perché ciascuno ha i suoi e non ci capirebbe. Tutto ciò non per denunciare qualcuno, ma per parlare di un fenomeno sociale che porta a relazioni solo “duali”, senza mai fare corpo, gruppo. Non ci accorgiamo che andiamo nei centri commerciali per prendere cose da mangiare e i centri commerciali mangiano noi…si incrociano persone disattente, distratte, selettive che danno attenzione a una persona dimenticando totalmente un’altra.
Il terzo pensiero si chiama “ECCLESIA”: la Chiesa è un luogo teologico, in cui c’è una Presenza, in cui l’uomo può incontrare il Mistero, Dio. Una Parrocchia, il set nel quale stiamo, si definisce proprio così, parà oikia, prossima alle case dell’uomo. Perché ci interessa la Parrocchia se il cammino è un’altra cosa rispetto alla pastorale? Perché ci sta dentro! E’ comunque Chiesa! Ecco, la Parrocchia, oggi, cerca una sua forma che non è più quella di prima. La grande questione è il fatto che la Parrocchia non è più, quella “cosa sola” indicata nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, quel qualcosa che non é individuo o semplice aggregazione di persone con la preghiera di Gesù al Padre “Ti prego, fa che siano una cosa sola”. Oggi, è a rischio l’unità della Chiesa. In nome delle idee individuali che ognuno coltiva stiamo rischiando di perdere di vista il focus che ci tiene insieme. La Parrocchia non é più una cosa sola anche perché l’appartenenza non è alla Chiesa, ma ad un gruppo o ad un altro e per questo siamo una federazione, un mosaico, e nonostante i continui richiami all’unità del Santo Padre, la Chiesa non è più l’orizzonte di riferimento. E non è detto che anche le persone che vivono all’interno della Chiesa, vivano lo stesso obiettivo e abbiano lo stesso target; e quindi qual è la missione, il compito che ci collega e che ci fa stare insieme?
Secondo il card. Martini la chiesa parte da quella bellezza che si sperimenta all’inizio, la bellezza dello stare insieme, quando si scopre di essere capiti ed in cui ci si sente parte; ma poi, sempre, arriva la crisi comunitaria, in cui prevalgono le diversità e non ciò che unisce. Il rischio più grande è quello che Martini chiama l’omeostasi facciale, quella che non ti fa più muovere anche se sei presente. Molte comunità sono affette da questa incapacità di modificarsi, di essere “altro”, di fare strada insieme e continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, senza anima, senza statura. Secondo Martini avremmo necessità di fare un battesimo collettivo, di ritrovarci intorno ad una volontà, ad un disegno; è ciò che Papa Francesco chiamava il discernimento, la capacità di immergerci di nuovo in qualcosa, che non sia semplicemente la prestazione d’opera di qualcuno accanto a quella di un altro, ma il fare insieme qualcosa di condiviso, non a distanza come nelle chat che oggi prevalgono nelle riunioni. Ci chiediamo se nella comunità di cui facciamo parte c’è l’amore di Gesù, quel fuoco che faceva l’unità, se la passione anima la nostra presenza. Dicendo che bisogna essere un po’ Marta e un po’ Maria, Martini suggeriva delle triadi di azioni del credente:
pregare, includere e ringraziare; (pregare nel senso di invocare, di fare riferimento a)
cercare, camminare e condividere.
Don Gianni si dà qui il compito, non tanto di fare unità, ma di essere sentinella che ci avverte ogni tanto.
Il quarto ed ultimo pensiero è “MONDO”: noi siamo nel mondo, ma non del mondo. Oggi il mondo spaventa il credente; ci sono letture negative di ciò che accade, difficilmente riusciamo ad essere “sale” e “luce”, quel fermento che siamo chiamati ad essere. Siamo in una stagione di distruzione, che però rappresenta la pre-condizione affinché possa esserci un mondo nuovo. Ci riesce doloroso accettare di trovarci in un momento di decadenza, ma questo serve a pensare che potrebbero aprirsi orizzonti diversi.
Le beatitudini del sermone della montagna ci diranno come abbia valore l’antitesi che Gesù propone: “E’ stato detto, ma io vi dico…”significa che serve “un di più”, non basta accontentarsi di.., bisogna alzarsi ed andare, mettersi in movimento, non darsi per scontati, bisogna cambiare.
I rischi che corre la chiesa di oggi rispetto al mondo sono essenzialmente i seguenti:
la polarizzazione; tutto è molto più schierato oggi e quello che sta accadendo è che la politica sta entrando fortemente nelle cose spirituali, provocando atteggiamenti divisivi e contrapposizioni invece di unire. In America i giovani cercano radici identitarie, di gesti che in qualche modo ti definiscano, ma non solo lì…anche noi, nelle nostre chat sperimentiamo questa tendenza;
la chiusura, la rassegnazione, un altro rischio per certi versi maggiore, l’atteggiamento di chi non si schiera per non avere problemi. La Chiesa, infatti, sta facendo un sinodo sulla partecipazione perché si accorge che non c’è più coinvolgimento, appartenenza.
Si sentono ripetutamente critiche dell’avversario, denunce della sua incapacità e non pensieri propositivi, ragionamenti capaci di assumere il buono che la diversità dell’altro presenta; dobbiamo imparare a leggere quel che accade non in modo avversativo o fermandoci ad una lettura superficiale. Oggi il rapporto con il mondo è soprattutto una questione di linguaggio, di immaginario; prevalgono le leadership non razionali ma carismatiche, che fanno intuire orizzonti e così impariamo a parlare secondo il nostro guru di riferimento, e usiamo lo stesso linguaggio, la stessa espressività di parole, divisive, demonizzanti, distruttive dell’altro. Spesso il nostro linguaggio di oggi è ambiguo, fatto di fake, mentre cresce il bisogno di parole vere e questa cosa, di centrarci sulla Parola di Dio è oggi la missione più necessaria, senza la quale l’uomo vivrà confuso. Noi dobbiamo inventare linguaggi, essere capaci di usare parole “altre” da quelle che il mondo propone per fare i suoi giochi di dominio, essere capaci di costumi “altri”, quelli che la Chiesa chiama “le buone pratiche”. Come credenti e come cattolici siamo chiamati a contribuire alla costruzione di un mondo diverso e migliore secondo la nostra cultura, che già ci dà di essere luce e lievito.
Premesso tutto questo don Gianni ci rivolge una esplicita richiesta di adesione con continuità e fedeltà nei confronti della lectio e spiega le ragioni del calendario di incontri fin qui proposti. Avvia quindi un momento riflessivo, di confronto, di condivisione di risonanze e suggerimenti introducendolo con la beatitudine di coloro che “cercano” (allegata).
Segue il momento in cui Maria introduce il Vangelo di Matteo partendo da ciò che i Vangeli rappresentano per noi fedeli: non sono una dottrina che noi studiamo; è una persona che parla e alla quale dobbiamo credere. Nel nostro mondo caotico e disorientato, alla continua ricerca del suo tornaconto, il Vangelo è quel faro che ci illumina, è fatto dalle parole di un uomo che è morto ma è anche risorto, un uomo sofferente che era anche il Messia, il re dell’universo. Egli ci assicura la Sua eterna presenza. I quattro vangeli presentano caratteristiche diverse: il Vangelo di Marco è per il catecumeno, per il neofito, per colui che inizia il cammino; il Vangelo di Luca è per il teologo, colui che si aspetta di sondare le profondità; il Vangelo di Giovanni è per il contemplativo, colui che si fa illuminare e portare dallo spirito.
Il vangelo di Matteo dunque, è il vangelo del catechista, di colui che porta la Parola, tutti noi, insomma. Ed è per insegnarci come si vive nella Chiesa, perché … “ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13 44-52).
Questi nostri incontri sono anche una chiamata di Gesù a seguirlo su quel monte di cui si parla tante volte, soprattutto in Matteo (17 1): …”Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte…”. Anche noi dobbiamo affrontare il Vangelo in questa maniera, lasciandoci prendere per mano e condurre in alto. Quella di seguire il Vangelo non è una scelta facile, perché spesso siamo dominati dalle nostre esigenze personali oppure vorremmo conciliare le due cose; quindi appunto, la scelta del Vangelo ci mette in crisi e così deve essere.
In Gv 6 60 i discepoli dicono: “questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?” Quindi sentiremo, e dobbiamo sentire la fatica di seguire il Vangelo. Il dobbiamo è usato spesso da Gesù nei Vangeli. Ci dice: “non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?” (Mt 26). Lo spirito è forte ma la carne è debole, ce lo dice Gesù stesso.
Non sappiamo con certezza se l’autore del vangelo di Matteo sia proprio il Matteo che seguiva Gesù, ma il fatto che si usi il nome Levi depone a favore di questa tesi. Silvano Fausti, noto biblista e teologo dice che era un “genio bilingue”, in quanto scriveva in greco pensando in ebraico. Il Vangelo è stato scritto intorno all’80 d.C., quando era già avvenuta la distruzione del tempio di Gerusalemme ed era destinato principalmente agli Ebrei, che in quel momento si erano chiusi più che mai nella Legge, diventando sempre più ortodossi e rifiutando il Cristianesimo e le altre religioni.
“Chiesa” (ecclesia) è un termine coniato da Matteo, e lo troviamo nei capitoli 16 (v. 18) e 18 (v. 17) e sta ad indicare non una nuova dottrina ma coloro che seguendo Gesù hanno una visione nuova ed aperta, escono dal legalismo perché c’è un nuovo Mosè. E questo, oggi, noi dobbiamo essere: liberi da tutte le innumerevoli chiusure.
Il testo di Matteo reca moltissime citazioni che mostrano come l’insegnamento di Gesù provenisse dall’antico Testamento e spesso vi è scritto “…perché si adempisse ciò che era stato detto nella Scrittura…” facendo esplicito riferimento agli Ebrei con i quali tentava così di stabilire la relazione, per indurre all’apertura e far andare “oltre”. Ma qui è proprio l’anello mancante della religione ebraica che non ha riconosciuto il Messia ed è rimasta senza collegamento.
La Sacra Scrittura è come la musica: si sente soltanto se qualcuno la esegue. Ma bisogna saperne interpretare le pause ed il ritmo, altrimenti stoniamo e rischiamo di dare la nostra interpretazione; dobbiamo invece scoprire l’armonia ed il vero spirito della Scrittura all’interno del Vangelo, in questo caso di Matteo.
Ecco la beatitudine che ci spiega questo senso musicale “Beati coloro che ascoltano perché ascolteranno suonare qualcosa”.
E una frase dalla Lettera agli Ebrei 4 “La Parola di Dio è viva ed efficace, scruta i pensieri e i sentimenti del cuore; tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi”.
Il Vangelo di Matteo si suddivide nei cinque grandi discorsi. Il discorso sulla montagna (cap.5 7), in cui troviamo le istruzioni per entrare nel Regno di Dio; il discorso sulla missione (cap. 10) in cui ci sono le istruzioni per portare la Parola, perché “missione” non è soltanto andare in Africa, ma portare la Parola da uno all’altro di noi anche qui; il discorso sulle Parabole (cap. 13) in cui c’è l’insegnamento per una buona vita; il discorso ecclesiale in cui si trovano le istruzioni per “fare ecclesia” ed infine il discorso escatologico (capitoli 24 e 25) in cui ci sono istruzioni che ci accompagnano nella fine dei tempi.
Il Vangelo di Matteo inizia con una profezia: “tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del Profeta: “ecco, la Vergine concepirà e partorirà un Figlio che sarà chiamato Emmanuele”, che significa “Dio è con noi”.
E finisce con l’azzeramento di tutto; dice: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.
Tutto il Vangelo è incentrato sulla figura di Gesù, sulla Sua manifestazione, ma sentire Gesù non è un regalo; non è qualcosa che dobbiamo aprire, guardare, meravigliarci e metterlo in una teca; dobbiamo sentirlo dentro di noi, in una strada che siamo chiamati a percorrere e che ci lega alla Chiesa. Quando operiamo e comunichiamo possiamo dire di essere nella Chiesa e di appartenere al Padre. Ma siamo chiamati a diventare maestri di vita pratica a due condizioni:
la prima è il coraggio, che viene messo in luce nel Vangelo di Matteo, di coloro che si fanno avanti, il coraggio di ringraziare, il coraggio della fede, il coraggio nelle tempeste, il coraggio di sapersi alzare.
E accanto al coraggio c’è il bisogno di essere umili, quando ci rendiamo conto che Dio ci sta facendo un dono troppo grande di cui non siamo assolutamente degni. Dobbiamo anche essere capaci di uscire da ogni nostro programma ed accettare la Sua volontà.
Si conclude con alcune domande:
perché ci troviamo qui oggi? Chi siamo noi che abbiamo preso l’impegno per la lectio? Di cosa abbiamo bisogno? Che disponibilità abbiamo ad ascoltare, a farci stupire e a cambiare per la Parola di Dio? Dio ci accoglie così come siamo, mettiamoci in ascolto e manteniamo il silenzio nella meditazione; mettiamo a tacere non solo la bocca ma anche tutti i nostri pensieri, facciamo questo sforzo! “Beati i silenziosi, perché il loro silenzio coinvolgerà gli altri”.
Concludiamo con una preghiera di ringraziamento del Card. Martini:
Ti ringraziamo Signore, per averci condotto qui
Ti ringraziamo perché sei in mezzo a noi
Che stiamo insieme nel Tuo nome
Ti chiediamo Signore di manifestarTi
Apri i nostri occhi, le nostre orecchie
Perché possiamo vederti nella nostra vita,
nella nostra esperienza di Chiesa,
nel nostro peccato, nella nostra povertà
e nella resurrezione.
Lectio Divina
II. Domenica 26-10
Matteo 19, 16-22 – Cosa mi manca (il giovane ricco)
Don Gianni inizia la lectio facendo alcuni cenni sulla meditazione cristiana. Accade di sovente che si segua la meditazione di altre confessioni religiose senza sapere nulla del patrimonio della tradizione evangelica, che non si conosca il grande tesoro che ci è stato dato.
Anche qui, se si segue correttamente la sequenza di ascolto, silenzio, collatio e vita, ebbene quella sequenza è fondamentale per riuscire ad entrare dentro sé stessi, nel proprio profondo.
Ecco i due pensieri che formula Don Gianni:
il primo è che siamo chiamati ad imparare con il corpo, perché la nostra è una religione di “incarnazione” e la preghiera non è un fatto intellettuale ma passa attraverso il respiro, è ritmata e imparare a comporre il cuore ed il respiro è il primo passo della preghiera. Bisogna, in qualche modo, riuscire a concentrarsi, evitando di vivere le enormi distrazioni che affollano tutto il resto del tempo, per riuscire ad uscire dalla confusione.
Il secondo passo, più impegnativo, è fare il “vuoto”. Ma il vuoto non è l’assenza di pensieri, di sentimenti, anzi, é piuttosto l’intenzione deliberata di non fermarsi su nulla in particolare che non sia quello che la vita, Dio, lo Spirito, ci mette davanti; il vuoto è la decisione di liberarci di quello che sta dentro di noi e di non vedere attraverso le lenti con cui vediamo il tutto. L’ultimo passaggio al quale arriveremo è la decisione di arrivare alla morte completa di noi stessi, l’unica condizione che ci permetterebbe davvero di risorgere.
Leggiamo il passo oggetto della nostra meditazione, Matteo 19 16-23
“16 Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». 17 Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18 Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, 19 onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». 20 Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». 21 Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». 22 Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze. 23 Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli.”
Cominciamo con un attimo di silenzio, in modo da entrare nel brano. Gesù sta salendo verso Gerusalemme; mettiamoci in questa condizione e vediamo che immagine ci suscita il brano. Il giovane ricco che si avvicina a Gesù siamo noi e Gesù parla con noi, e sta rispondendo alle nostre domande.
Per un confronto del brano con quelli paralleli, i riferimenti sono: Marco 10, 17-22, Luca 18, 18-23.
Da un sguardo su tutto il capitolo capiamo meglio cosa vuole indicarci Matteo e, apparentemente, Matteo sembra volerci parlare di tante cose diverse.
Nei versetti 1-12 ci parla dell’uomo e della donna, della chiamata al matrimonio, e della scelta, che non è una scelta facile.
Nei versetti 13-15 ci parla dei bambini, che appartengono al Regno dei Cieli; così ci dice Gesù.
Nei versetti che ci interessano, dal 16 fino al 30, parla della situazione dell’uomo ricco: ricco di doni, chiamato a condividerli, lasciando tutto. In realtà tutta la serie di versetti è legata da un filo rosso: “in principio” richiamato nei versetti 4 e 8 del capitolo 19.
Infatti Dio ha creato l’uomo e la donna e li ha fatti uno per l’altra, come ricchi di doni e liberi; il peccato, però, ha offuscato tutto questo. E’ necessaria, quindi, una nuova creazione, un nuovo inizio che riporti l’uomo ad essere bambino, perché il regno del Cieli è dei bambini, e per diventare bambini, bisogna denudarsi: nudi siamo usciti dal seno materno e nudi torneremo alla terra. (Giobbe 1 20). Dunque l’uomo perfetto, maturo, completo é colui che vive tutto come dono, da ricevere e donare a sua volta. L’uomo deve vivere un eterno anno santo, in cui tutto sia donato tutti e a nessuno manchi. Ciò che non deve mancare, non è riferito soltanto ai beni materiali, ma anche a quelli intellettuali, morali e spirituali. Siamo chiamati a ricevere tutti doni da Dio come figli e a darli ai nostri fratelli.
Esaminiamo più attentamente i nostri versetti: ci troviamo davanti ad un bellissimo dialogo, serrato, fra Gesù ed un uomo ricco, probabilmente conosciuto e stimato …come sono generalmente i ricchi. Mettiamo subito in chiaro che “lasciare tutto” non fa parte della vocazione religiosa, nel senso che non riguarda soltanto i religiosi, ma ciascuno di noi. E lasciare tutto è un’azione essenziale dell’esistenza umana, nella vita quotidiana, per ogni persona. Il nostro ricco inizia il dialogo facendo una domanda: “cosa debbo fare di buono per avere la vita eterna?” Chiariamo questa immagine di “ricco”: è un uomo qualsiasi, benestante, di cui non conosciamo il nome, perché, in fondo, è semplicemente uno di noi.
La sua non è una domanda sorprendente, perché in realtà è la tipica domanda che faceva il discepolo ad un maestro; ed il maestro rispondeva solitamente con le cose da fare, come praticare le virtù, e con consigli e tecniche da mettere in atto. Gesù è un maestro a cui viene rivolta questa domanda, che mette un po’ in mostra la preoccupazione del fare. L’uomo è un ricco, abituato ad attribuire un prezzo ad ogni cosa, è pratico e si preoccupa di perdere la vita eterna. Non è cattivo, è uno come noi e sta cercando di centrare la propria vita, di viverla bene. Il rabbì Gesù dà una risposta che inizia a correggere un po’ la mira:
- “perché mi interroghi su ciò che è buono? “ L’uomo è preoccupato del fare bene e Gesù risponde che il bene è una persona, il bene è Dio, e il bene sono anche gli altri intorno a noi. Ancora il bene non è una questione di quantità, ma soprattutto di “qualità” di ciò che doni.
- Gesù dà poi un consiglio: “ se vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti”. Ma anche qui c’è una correzione. La vita eterna non si possiede, è un’offerta di Dio. Alla domanda del ricco “quali?” Gesù risponde con la seconda tavola dei comandamenti, quella che riguarda le relazioni con il prossimo: “non rubare, non uccidere…” Osserviamo quindi che mentre il ricco fa una domanda per sé stesso, su come guadagnarsi la vita eterna, Gesù risponde di guardarsi intorno, di pensare agli altri, di esercitare l’amore. A questo punto il dialogo avrebbe potuto finire, invece il ricco prosegue e dice “tutto questo l’ho osservato”. Di nuovo una puntualizzazione; il ricco non è malvagio, non è il ricco epulone che ignorava il povero Lazzaro, è onesto, non ha rubato, non ha mentito, ha onorato i genitori e ha amato facendo l’elemosina. Ma la sua è un’osservanza puramente formale dei comandamenti; è l’osservanza del fariseo. Al suo posto, dopo il consiglio di Gesù, noi ci saremo allontanati, pensando di fare il nostro dovere e di essere già a posto, invece il giovane ricco continua a chiedere…ha qualcosa dentro che lo inquieta, cerca una risposta più profonda, capisce che c’è bisogno di un di più per entrare nella vita eterna, in quella porta stretta di cui parla Gesù e ancora chiede: “Cosa mi manca ancora?” Gesù non risponde con un obbligo, non dice “devi fare..”, ma al versetto 21 risponde “se vuoi…” Non dà ricette, come facevano tutti i rabbì, non suggerisce tecniche infallibili alla maniera della catena di Sant’Antonio; Gesù dice invece una cosa all’apparenza paradossale: “se vuoi possedere, dona”, perché bisogna spendersi per fare delle cose grandi, bisogna liberarsi da diverse cose, dalla nostra vita di routine, dalle cose che facciamo abitualmente e continuamente, da tutto ciò che “va bene così”, da ciò che ci immobilizza e non ci fa andare più in là, che fa parte di una vita scontata e borghesemente onesta.
Nell’introdurre il Vangelo di Matteo abbiamo evidenziato il coraggio e l’umiltà; ecco, il nostro uomo ricco non ha il coraggio, quel coraggio di San Francesco, non se la sente di andare controcorrente per avere un tesoro nel Regno dei Cieli. Dunque, avendo ascoltato, il giovane, triste, se ne va.
La domanda è: perché non riusciamo a sbilanciare la nostra vita? Perché puntiamo sempre il nostro baricentro sulle cose terrene e non verso Dio? La scommessa è passare da un rapporto di comodo (…ho la mia vita, ho il necessario, non faccio male a nessuno…) ad un rapporto precario, che si appoggia soltanto su Dio. Sappiamo giocare in borsa ma non sappiamo comprare le azioni di Dio. Per seguire Gesù bisogna sbilanciarsi, soltanto così possiamo trovare il nostro vero essere, l’autenticità della nostra vita.
L’uomo del nostro brano conosce la verità, non l’accetta, preferisce mantenere quell’etichetta da ricco che il mondo gli ha dato e rimanere così com’è. E’ arrivato baldanzoso, sicuro, aspettando delle lodi e se ne va triste, perché? Perché è pieno di cose che lo possiedono, che non lo lasciano libero; una cosa ci lascia liberi se possiamo anche perderla, lasciarla, donarla. Ma se noi non sappiamo far questo non ci lascia liberi.
Il giovane ricco è pieno di cose da fare, ma è vuoto dentro e quel vuoto che sentiva, lo sente ora più profondamente. Che cosa farà ora? Il vangelo non ce lo dice, ma ci chiede di rispondere alla domanda: “cosa facciamo noi, ascoltando queste parole?” Cosa dobbiamo lasciare della nostra vita, ma anche dei nostri gruppi, del nostro lavoro, per essere autentici con noi stessi? Dobbiamo guardarci dentro, dobbiamo essere pronti a dire a Dio: “non ce la faccio a fare quello che tu mi chiedi, a lasciare tutto, però ho il desiderio di seguirti.”
Sorprendentemente Gesù guardandoci, ci amerà, ce lo dice il Vangelo parallelo di Marco 10,17-22, ci verrà anche incontro, perché “ciò che impossibile agli uomini è possibile a Dio”.
Di seguito, alcune riflessioni conclusive del nostro parroco:
il primo pensiero è che la ricchezza non fa la felicità, ma che cos’è la felicità? Perché anche se siamo poveri non siamo felici…La scelta di mettere questo passo all’inizio del cammino è stata fatta per poter capire “cosa mi manca”. E questa domanda ci aiuterà ad arrivare a ciò che vogliamo. E ciò che vogliamo non è pensare solo a noi stessi, ma, come dice Sant’Agostino, “ama e fa ciò che vuoi” dunque ciò che hai scelto, ciò che ti muove, la tua ragione essenziale, ciò che sei.
Il secondo pensiero è relativo al rapporto tra possibilità e impossibilità: impossibile per gli uomini, ma a Dio tutto è possibile. Nella stagione di profondo disincanto che attraversiamo, se pensavamo che ci fosse una possibilità per l’impossibilità, ci accorgiamo che forse non c’è nessuna possibilità…ma nello stesso tempo è questo che ci blocca, e se non ci diamo una speranza, un orizzonte, non andiamo avanti. E darsi un orizzonte è essere capaci di immaginare l’inedito, è essere creativi, perché nulla come la fantasia dello spirito ci rende generativi, ci fa produrre vita. E se sono gli eunuchi quelli che secondo Gesù danno fecondità, può essere che anche una persona sola, uomo o donna che sia, possa comunque vivere una fertilità. Ragionando, quindi, paradossalmente sul fatto che il giovane ricco abbia delle possibilità, ahimè vediamo che se ne va. E le possibilità sono proprio quelle che gli fanno dire di no a Gesù. Evidentemente non è quello che si ha a farci felici ma proprio ciò che ci manca. Forse è questa la chiave; purtroppo però non si ha il coraggio di perseguire ciò che ci manca, e perché? Forse per paura di perdere anche quello che abbiamo? Perché significa mettersi in gioco di nuovo? Aprire orizzonti che creano aspettative che potrebbero andare deluse? Ma Gesù dice che la vita non è vita, a metà, e potrebbe anche essere che seguendo Gesù (..ma poi che significa seguire Gesù?), si aprano nuove strade.
Un’altra riflessione è relativa alla cruna dell’ago, a quella porticina attraverso cui si entrava a Gerusalemme quando di sera, i varchi venivano chiusi per paura dei briganti; ma da quella particina poteva passare solo l’uomo con la sua nudità, lasciando fuori tutti i suoi beni, carri, cammelli, ecc.
Forse noi abbiamo un futuro, una possibilità, ma dobbiamo cominciare daccapo ed essere come i bambini, perché noi, in realtà stiamo bene, nella nostra povertà e non ci curiamo molto degli altri. Non abbiamo proprio tutto quello che vorremmo? Possiamo ricorrere a droghe che ci accontentano. Dobbiamo essere noi a decidere. La differenza è data dalla semplicissima parola, la chiave di tutto, che Gesù dice a quest’uomo alla fine: “Seguimi”. E questo non vuol dire che tutto quello che c’è prima non vale…Va e vendi tutto, dallo ai poveri, impara la condivisione, impara che i beni non sono solo possesso, che non puoi possedere gli altri …”Seguimi” vuol dire facciamo strada insieme, vuol dire “che tu non sia solo”, che tu sia capace di accorgerti che c’è un altro, che tu sia uno che abita sé stesso non da sé ma in compresenza con l’altro perché, altrimenti, non fai strada.
“Seguimi”, presuppone che qualcuno che mi muove può esserci. E non è che in questo modo perdiamo tutto, perché “avremo il centuplo”, e lo avremo quaggiù, in questa vita, non chissà quando. Ma a noi spesso non interessa questo centuplo, non ci pensiamo, non sappiamo cos’é. E quindi diciamo, semplicemente “prova a camminare, non fermarti da solo”, La chiave è quella sinodalità di cui parla il testo finale del documento approvato il 25 ottobre c.a. dalla terza Assemblea del Cammino Sinodale, intitolato “Lievito di pace e di speranza”.
Lectio Divina
III. Domenica 16-11
Matteo 25, 31-46 – Cosa c’è nel cuore dell’uomo (Il Giudizio)“Non stanchiamoci di fare il bene. Se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede”(Galati 6: 9-10). Queste parole della Lettura breve ci collegano al Vangelo di oggi che ci invita alla perseveranza, al non venir meno e all’opportunità di essere all’opera, nella fede.
Il Vangelo sul quale ci fermiamo, per capire cosa muove il cuore dell’uomo, è quello del Giudizio. La volta scorsa abbiamo fatto una riflessione su cosa manca all’uomo e ciò perché si parte dal bisogno, e ora, in modo quasi sorprendente, invece di partire dall’inizio del Vangelo di Matteo, partiamo dalla fine, ossia dal giudizio finale, dove ci muove ciò che sta dentro di noi.
Luca 21:5-19
5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo. 12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Questo vi darà occasione di render testimonianza. 14 Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15 io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. 16 Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; 17 sarete odiati da tutti per causa del mio nome. 18 Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. 19 Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime” .
Facendo un parallelo con questo, che è il Vangelo di oggi, noi possiamo valutare il presente, a partire dal nostro orizzonte, perché non si guarda all’oggi se non con la prospettiva del domani. Il Vangelo di cui trattiamo è nel capitolo 25 di Matteo, in quel grande scenario del giudizio finale, dal versetto 31 al 46:
31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».
Introduciamo questo Vangelo cercando di focalizzarci, come si fa prima di ascoltare, perché si fa attenzione all’ascolto nella misura in cui si lascia perdere tutto il resto e ci si ferma su ciò che il Signore ci dice. Invochiamo quindi lo Spirito che ci aiuti a fare concentrazione. Prego – ci dice Don Gianni - affinché col mio diminuire il Signore possa crescere dentro di me e questo disequilibrio è il mio movimento; perdere ciò che è terreno, limite, perché l’altro possa ricevere spazio, possa rivedere riconosciuta la sua iniziativa. Prego per ringraziare del fatto che ogni giorno è dono e non mi interrogo su cosa sarà: terremoti, guerre, pestilenze, perché so, che se lo riconosco, tutta la mia storia è stata una Presenza che mi ha accompagnato alla Verità. La Presenza di Lui che c’è se riesco a stare dinanzi, a non fuggire, a non guardare a me, ad essere capace di incontro.
Il brano di oggi ci dà una grande visione giudiziale, una dinamica uno- molti; è come se ci fosse un faro nella notte che diventa riferimento; tutt’intorno è buio ma c’è questa luce.
Questo Vangelo si gioca sul vedere: non ci si occupa delle persone insignificanti, è gioco facile che siano messe da parte, nessuno se ne preoccuperà. Ed invece il brano ci dice che i dimenticati hanno un loro posto nella Chiesa e nel mondo e tutto si gioca su questa attenzione. Si dice che abbiamo un terzo occhio, quello profondo, che i giapponesi chiamano “kokoro”. Anche nei manuali zen o nella pratica di yoga è presente l’occhio della mente e l’occhio del cuore.
Come già anticipato, ragioneremo di meditazione; abbiamo un tesoro nella nostra Madre Chiesa di cui non ci interessiamo perché spesso per noi, un po’ devozionisti, la preghiera è solo quella recitata. Occorrono dei passaggi per fare meditazione: imparare attraverso il corpo, abbiamo parlato delle onde cerebrali; un altro passaggio consiste nel comporre il cuore e il respiro e un altro ancora è fare il vuoto dei pensieri e dei sentimenti, e l’ultima tappa è il passaggio dalla morte alla resurrezione: ogni giorno siamo chiamati a morire a noi stessi per rinascere a vita nuova.
Nel prossimo incontro Don Gianni suggerisce, come il Vangelo sembra ispirarci, qualcosa che abbia a che fare col discernere, verbo spesso richiamato da papa Francesco in poi, ma che in fondo è stato usato anche nei secoli precedenti.
Discernere perché:…ero nudo…quando ti abbiamo visto?...Non ti abbiamo visto…Discernere significa distinguere, se non lo fai non capisci…E significa decidere; non è un esercizio intellettuale, è qualcosa che da’ corpo, realtà. Decidere è una parola composta “de-cedo” significa “taglio”, non nel senso di buttare via ma di “mettere da parte”. Vuol dire essere capace di capire la differenza, imparare a custodire.
Il Vangelo è pieno di questo concetto: il pescatore, che, tratte le reti a riva, mette da una parte i pesci buoni e dall’altra i pesci cattivi; l’agricoltore che dopo aver tanto atteso, alla fine dei tempi, mette il grano da una parte e la zizzania dall’altra, e tutto questo non è soltanto un esercizio di ragione: il discernimento suggerito dal Vangelo è un’affermazione di volontà, nel senso che Gesù ci spinge a definire noi stessi, perché scegliendo, come fa anche Lui, io mi identifico, trovo chi sono, trovo la mia identità profonda.
Non possiamo vivere, come ci propone la cultura di oggi, nell’indeterminazione e dire, per esempio, che tutte le religioni sono buone: bisogna concentrarsi su una strada, la nostra. Ciò non perché le altre strade non siano valide, ma semplicemente perché sono “altre”. Se siamo capaci di uscire dal grembo, facciamo selezione, non per fare classifiche ma perché ci accorgiamo che ci sono modi “diversi”. Scegliere, scegliere cosa fare. Il nostro cervello ha due sistemi rispetto alla questione delle scelte: il primo è quasi automatico, immediato, istintuale, impulsivo. Nel suo libro “Pensieri lenti e veloci” lo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia (e l’economia ha molto a che fare con il cuore dell’uomo), ci spiega che ci determiniamo in un decimo di secondo: il sistema 1 (giudizio positivo-giudizio negativo) è segnato dalla rapidità e dalla precisione; invece il sistema 2, quello che vale il 5 per cento di tutta la nostra capacità selettiva, ci mette in grado di essere responsabili ed autonomi, ci fa riflettere sulle cose ed arrivare ad una conclusione.
Ed ora un pensiero sui versetti 31, 32 e 33. Come sappiamo, mentre le pecore stanno volentieri all’aperto, per le capre non è così, ed il senso di questo stare, tutte le genti, davanti, è l’incipit del brano. Interessante il fatto che si tratti dell’ultima apparizione del Cristo. Nella storia della Chiesa non appare mai il Cristo mentre sono sempre la Madonna ed i Santi ad apparire. Perché? Perché l’apparizione di Gesù Cristo sono i poveri, che sono Sacramento, sono il segno e lo strumento del Mistero: ”…ero nudo e mi avete vestito…”. Non c’è altro modo di riconoscere una Presenza, un Mistero nel nostro reale, se non quello di avere a che fare con coloro che sono esclusi. La cosa che Papa Francesco chiamava le periferie, in realtà è una porta, è come lo star-gate: entriamo da questo accesso, la famosa “cruna dell’ago” per poter essere corpo dobbiamo avere a che fare con coloro che di solito non hanno corpo, perché nessuno glielo dà.
Attenzione: il pastore non giudica e non condanna; lui semplicemente svela. C’è un libro della vita che è la natura, c’è un libro della fede ed è la Bibbia ed il giudice, alla fine, ci invita ad una vigilanza; è capace di orientare e tutto si gioca sullo sguardo, sulla capacità di contemplazione di ciò che ti sta davanti agli occhi e di cui tu, tante volte, non ti accorgi: nel tuo egoismo, nella tua chiusura, fai riferimento a te stesso, ai tuoi pensieri e non a ciò che ti sta davanti. Decifrare il reale è la vera grande teofania, quell’evento che è rivelativo del mistero di Dio.
E ora un altro pensiero su “Venite, benedetti del Padre mio, …perché ero nudo e mi avete vestito…”. Si identifica, si immedesima: per “vedere” dobbiamo fare empatia, camminare nelle scarpe dell’altro per un mese “prendere parte a…” e poi farsi un’idea.
Su questo alcuni pensieri: prima di tutto chi sono i giusti? Coloro ai quali si rivolge? A Gerusalemme, all’interno di Yad Vashem, si trova il Giardino dei Giusti. Dovremmo inventarcelo anche noi… Un giorno Madre Teresa, quando ancora non la conosceva nessuno, senza dire chi era, andò al Seminario Romano e disse al Rettore che lei passava le sue serate alla Stazione Termini, perché le avevano detto che a Roma, c’era bisogno che andasse lì; chiese quindi al Rettore di mandarle dei seminaristi per prestare aiuto dato che non sapeva come fare tutto ciò che serviva. Il Rettore la guardò un po’ perplesso.. ma da allora il Seminario Romano, ha questa tra le sue attività formative più belle.
I giusti sono coloro che hanno a che fare con l’altro mediante una relazione che non è come quelle che noi abbiamo di solito, segnate dal calcolo, dalla lite, facendo un po’ per poi tirarci indietro…, non dicendo mai di sì per qualsiasi cosa: sono coloro che diventano l’altro e quindi Eucarestia. Fermiamoci su questo, perché ad un certo punto, sia gli uni che gli altri, al Giudice domanderanno quando? …”Quando eri nudo e ti abbiamo vestito?” Il nodo è il passaggio tra il dire e il fare, laddove il fare è prezioso; è il passaggio dalle buone intenzioni alla vita vissuta.
Un’altra cosa da segnalare, al riguardo è che dunque bisogna partire dal sé: “anche voi fatelo a loro”. Quindi saremo capaci di toccare la carne ferita dell’altro, che è la Presenza del Mistero di Dio in questo mondo, se prima saremo capaci di lasciarci avvicinare e toccare nella nostra povertà; e così scopriremo che ciò che salva è l’incontro tra queste due povertà, non altro, non che siamo più buoni di….
Nella logica della croce Dio ha voluto che anche la fragilità esprimesse fortezza ed è la nostra speranza: quella di chi è un po’ di qua e un po’ di là e si chiede dove sarà al momento del Giudizio finale: sicuramente tra le fiamme, ma anche un po’ dall’altra parte: ci salverà, forse, quanto riusciamo a stare dalla parte giusta.
Ancora un pensiero invece lo facciamo su chi sta distante: “Via, lontano da me, nel fuoco e nelle fiamme…”. Tutto parte da una domanda: “Quando non ti abbiamo visto?” Tutto si gioca sullo sguardo e la cecità esclude. Il male, attenzione, non è chissà quale cosa da bestia, ma, è l’omissione. Vuol dire che il buono, il vicino, colui che “non ha fatto del male a nessuno”, è colui che, magari, ha il peccato più grave.
Interessante questa differenza tra la totalità delle genti e la separazione, non solo tra uomo e uomo, ma all’interno dello stesso uomo. Io sono io e sono anche un altro io e sono diviso dentro me stesso. La salvezza fa verità su questa divisione in modo tale che possiamo poi ritrovarci ad essere tutto nel frammento. Chi sono costoro, che Gesù chiama “minimi”? Sono gli invisibili; Gesù esprime questo giudizio tutte le volte che vede ciò che l’uomo non vede e “giudica il nostro giudicare”, e lo fa da Maestro, come Colui che guarda più la fatica che il peccato; quando ci dice: “Sposta lo sguardo” lo fa per portarci a comprendere “chi è l’uomo?” L’uomo è chi è responsabile dell’altro, chi si accorge, chi si prende cura, chi dà una risposta e non la tace.
Un ultimo pensiero per la nostra riflessione: è stata proposta come segno della Giornata dei Poveri l’ancora della Chiesa che vedremo accanto all’altare: per essere capaci di attaccamento, ed il nostro primo attaccamento sono i poveri, per essere capaci di andare nel profondo, di esplorare le risorse, di immaginare la carità. Perché in questo mondo in cui ci sono tanti deficit vogliamo poter pensare, anche, che siamo creativi. Dovremmo, ad esempio, avere il brivido dei cominciamenti, dei nuovi inizi e non soltanto lo sbadiglio delle cose che accadono; dovremmo esprimere stupore e se crediamo che ogni giorno possa essere un nuovo giorno, troviamo allora tutta la passione di una nuova avventura.
Il suggerimento che viene fatto per la giornata dei Poveri è anche quello di dipingere il proprio personale albero dei sogni, che parte dalle radici, (le cause), passa attraverso il tronco, (le questioni), e arriva alle foglie (le conseguenze, gli effetti). Questo vale per ciascuno dei deficit (ero nudo, ero carcerato…).
Come parallelo biblico del giudizio finale possiamo fare un confronto con le otto Beatitudini.
Alcune considerazioni conclusive di don Gianni: tornando al brano del Giudizio, a questo momento particolare nel quale incontreremo la Verità del Maestro e la verità di noi stessi, ci fermiamo a riflettere sulla parola “quando”. Il senso è che c’è sempre tempo, ma ad un certo punto scatta un “quando”. Da giovani pensiamo di avere sempre ancora tanto tempo, ma intanto la vita passa. Ci piace comunque pensare che c’è sempre un’altra possibilità. E inaspettatamente si apre una nuova via, una resurrezione. E quando siamo più nudi, incarcerati, affamati, assetati e via così, può esserci qualcuno che ci accoglie.
Ancora qualche altro pensiero: allacciandoci alla Marcia degli Alberi che ogni anno introduce nuovi alberelli nei giardini di Ladispoli, viene da pensare a quanto tempo è necessario perché un albero cresca e si sviluppi, alla perseveranza che ci dice il Vangelo di oggi (Luca 21, 5-19), e, nello stesso tempo a quanto poco ci voglia per tagliare un albero e non farlo più esistere; viene da pensare a come la vita sia un processo e a come siamo chiamati a crescere sapendo che ciò che si fa oggi “ero nudo e mi avete vestito” porterà conseguenze domani.
Leggendo del secondo principio della termodinamica, si ragiona dell’entropia, che può essere in due modi: i sistemi possono essere ad alta o a bassa entropia. Ci sono dei sistemi in cui i componenti tendono a non confondersi e a rimanere separati; ma, se ad esempio, con un cucchiaino mescoliamo la panna ed il caffè all’interno di una tazzina, otteniamo una miscela più amalgamata. Ecco, diciamo che la nostra vita avrebbe bisogno, ogni tanto dell’intervento di un cucchiaino esistenziale che agiti, affinché riusciamo ad individuare forme “altre”, nelle quali integrare le parti diverse e mettere un po’ di spirito nella nostra materia, un po’ di corpo nelle nostre intenzioni per renderle concrete…Riuscire a fare questa cosa ci dà ancora speranza.
In occasione del venticinquesimo anniversario della parrocchia, vedendo le persone che hanno vissuto questi 25 anni, affinché non sia soltanto un evento celebrativo ma sia un incontro, ovvero una storia, don Gianni ci dice che quasi da tutte le persone, che sono prevalentemente avanti con l’età, ha riscontrato lo stesso problema. Il Giudizio universale si potrebbe riassumere in una sola questione: ero solo e mi avete fatto compagnia. Ciò che oggi tutti, non solo i carcerati, rischiamo di vivere, è l’isolamento. In una società che è così individualista, é tolto anche a chi è libero, il tempo di stare con qualcuno. E’ soprattutto su questo che oggi dobbiamo ragionare. Se la qualità della vita che corriamo ogni giorno è questa, allora dovremmo fermarci un attimo e cambiare strada, perché noi, non ci accorgiamo, letteralmente, nemmeno di noi stessi. Ci rendiamo conto di avere la separazione dentro di noi. Sarebbe molto bello offrire una diversa esperienza spirituale, come una meditazione in riva al mare, sul Giudizio, questa Parola faticosa ma salvifica. Alla fine Lui dirà “Venite” e se prenderà distanza, la prenderà più che dalle persone, dai comportamenti, per aiutarci a vivere “bene”, non come gente che non visita, non veste, non si immedesima, perché questo fa male ed è ciò che ci sta succedendo
Lectio Divina
IV. Domenica 30-11
Matteo 3, 1-12 – Una possibilità c’è (La Via nel deserto)
Prendiamo la nostra meditazione cristiana di oggi dal Catechismo della Chiesa Cattolica, richiamando soltanto alcuni punti chiave. Che cos’è la meditazione? E’ una ricerca, una ricerca orante che si svolge nel cuore, che è il nostro centro nascosto; è portare al cuore. Attraverso il libro della Vita, il libro della Storia, il libro delle Scritture, possiamo fare la Verità di noi stessi, ossia discernere i moti che agitano il nostro cuore (paragrafi 2706, 2723). Un terzo passaggio è capire il carattere intellettivo e volitivo della meditazione; essa conduce a una conoscenza d’amore del Mistero di Dio e suscita quella che noi chiamiamo la conversione del cuore. Il quarto punto è il metodo, perché la meditazione domanda una disciplina dell’attenzione; il metodo non è altro che una guida, un accompagnamento, un orientamento; avendo a che fare con l’attenzione la prima cosa che si suggerisce è la rinuncia all’io; passa attraverso un combattimento con le nostre distrazioni. Esse ci rivelano a chi siamo attaccati; dobbiamo decidere quale padrone seguire tra i molti che abbiamo davanti, e soprattutto, quando ci accorgiamo che siamo distratti, provare a tornare al cuore. Tornare al cuore significa tornare al luogo della decisione e dell’incontro. E’ molto bello questo passaggio in cui si dice che può capitare di vagare, ma attraverso un ritorno si può recuperare un focus, una concentrazione.
San Giovanni della Croce chiamava la meditazione il silenzioso amore, nel senso che non c’è preghiera se non c’è una passione verso Qualcuno a cui ci rivolgiamo; potremmo esprimere fisicamente questa cosa dicendo che “la meditazione è mettersi nell’abbraccio del Padre che ci accoglie con le Sue mani: il Verbo e lo Spirito”. Seguono i Canti e la lettura della Liturgia delle Ore.
Chi è il Messia? E’ Colui che è rivelato dallo Spirito, profetizzato nelle Scritture e indicato dall’uomo. L’uomo che indica Gesù è Giovanni il Battista. Giovanni è l’uomo in attesa descritto da Matteo nei primi versetti del Capitolo 3; Dio, da sempre, vuole incontrare l’uomo, ma l’uomo da sempre scappa; Giovanni è colui che non fugge e sta davanti a Dio. Nei primi due capitoli Matteo ha parlato brevemente dei primi tre decenni della vita di Cristo. Ora, nel terzo capitolo c’è un cambio di protagonista e questo è, appunto, Giovanni.
1 Ora in quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, 2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
3 Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
4 Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. 5 Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; 6 e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.
7 Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi, all'ira imminente? 8 Fate dunque frutti degni di conversione, 9 e non crediate di poter dire fra voi: abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. 12 Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».
Questi versetti vengono di solito suddivisi in tre parti: dall’uno al sei, abbiamo una descrizione di Giovanni Battista; dal sette al dieci la sua predicazione, nei versetti 11-12 l’annuncio.
Sarà più approfondita l’esegesi della prima parte, quelle racchiusa nei versetti dall’uno al sei, e ciò perché nella Bibbia ogni parola ha un significato; andiamo quindi ad analizzare il significato preciso e profondo delle parole con cui Giovanni viene descritto e che ci dicono chi é.
Versetto 1: “Ora in quei giorni”. Due simboli particolari della Bibbia sono il tempo e il deserto, entrambi presenti nel brano. Il versetto indica il passaggio del tempo, un tempo che si fa più vicino al discepolo, anche al discepolo che legge, noi, insomma. E’ un tempo attualizzato, che ci introduce nell’eterno oggi di Dio. C’è un nuovo personaggio, Giovanni. Appare proclamando. Comparve, apparve, giunse, venne…sono tutte traduzioni dello stesso verbo ebraico, il verbo usato per la venuta dei re Magi, ad indicare che sta arrivando un uomo mandato da Dio. Il verbo predicando, invece non è giusto; in realtà Giovanni arriva gridando, proclamando. Il nome Giovanni vuol dire Grazia di Dio, quindi Giovanni, che è Grazia di Dio, grida questo dono nel deserto perché tutti l’ascoltino. Il deserto è un luogo affascinante; vediamone le caratteristiche: è un luogo del già e non ancora, perché indica la fine della schiavitù, e una Terra Promessa non ancora raggiunta. Il deserto è il luogo del cammino, del dubbio, dell’ascolto, della ribellione, è il luogo della fiducia ma anche della caduta. Nel deserto non c’è nulla ma si va verso il tutto, e lì si è soli davanti a Dio e al mondo. Osea (2, 16) ci dice che il deserto è il tempo del fidanzamento; quindi il deserto produce paure, tentazione di tornare indietro, di fermarsi, oppure accontentarsi di quanto si è raggiunto per non fare ulteriori fatiche; è anche il posto in cui si è sfiduciati; pensiamo a cosa dice il popolo d’Israele:”…ci hai portato fuori dall’Egitto per farci morire nel deserto? (Esodo 16, 3). La vita stessa – noi diciamo a volte – è un deserto, che cos’è questa vita che conduce alla morte? Perché mai vivere? Ma il deserto è un luogo essenziale, è lì che troviamo Dio, nella condizione di fragilità estrema. Infatti come si presenta Dio nel deserto? E’ un Dio che nutre, manda le quaglie e la manna; è un Dio che disseta, fa uscire l’acqua dalla roccia nel deserto; è un Dio che consola e fortifica attraverso la Sua Parola; quindi è essenziale andare nel deserto della vita per trovare Dio.
Che cosa dunque proclama Giovanni? La frase è “convertitevi, perché è qui il Regno dei Cieli”. Ma cos’è per noi la conversione? Pensiamo che significa smettere di fare i soliti peccati, per i quali continuiamo a confessarci?…Ma non è così: attraverso Giovanni, Dio sta gridando di evolverci, perché evolvendo possiamo passare dalla paura alla certezza della promessa; possiamo passare dall’egoismo alla condivisione, dalla sordità all’ascolto, dalla cecità alla visione. Ci si converte per tutta la vita ma giorno dopo giorno, giorno per giorno. La conversione non è facile, non tanto perché qualcuno ci mette chissà quale peso addosso, ma perché bisogna sentirla, capirla; non è soltanto un elenco di mancanze da portare nel confessionale per essere pronti, dopo un’ora, a commetterle di nuovo; la conversione è soprattutto “religiosa”. Perché? Perché dobbiamo cambiare l’immagine che abbiamo di Dio, dobbiamo passare dall’immagine di un Dio che chiede, che pretende, che domanda, a cui si fanno sacrifici, a un Dio che invece ci interpella per costruire il Regno, che ci chiede di avvicinarci e di portare la Sua Parola, all’altro che ci è accanto. E’ un Dio che vuole darci la Sua immagine e che non pretende nulla da noi. Naturalmente questo Dio che sta costruendo il Regno e che vuole costruirlo con noi, vuole costruirlo adesso, non ieri, non domani, ma oggi, giorno per giorno, con Lui. La conversione quindi, è veramente capire chi è Dio.
Nel versetto 3 c’è la citazione del Profeta Isaia (40,3), con una piccola differenza; qui viene scritto, così come in Luca, “voce di uno che grida nel deserto, preparate la via del Signore, fate diritti i suoi sentieri”. La traduzione di Isaia ci dà: “voce di uno che grida, nel deserto, preparate i miei sentieri…” La differenza é che non ci chiama uno che vive nel deserto, ma è il deserto della nostra vita che siamo chiamati a cambiare. Il deserto è il grande microfono di Giovanni, quello che oggi si definisce un influencer; è la voce, dice qualcosa all’umanità che è in attesa, ma non è ancora la Parola; la Parola verrà dopo di lui.
La domanda è: noi siamo voce o rumore nella nostra vita, nel nostro andare?
Nel versetto 4 viene indicata l’identità di Giovanni: è vestito con pelli di cammello, e cos’è il cammello se non proprio quell’animale che fa uscire dal deserto? ed ha una cinta sui fianchi che indica il controllo di sé, il cammino; pensiamo a come nell’Apocalisse, Gesù è cinto da una cintura d’oro che indica la sua maestà. Mangia locuste e miele: nel deserto è abbastanza normale mangiare le locuste. La locusta si chiama ophiomaca ed il termine biblico si riferisce ad un tipo di cavalletta che combatte i serpenti; quindi si tratta del simbolo della Parola che uccide il serpente antico; insieme alle locuste mangia il miele che rappresenta la dolcezza della Parola di Dio. Detto tutto questo possiamo asserire che Giovanni è un Profeta, l’ultimo Profeta. Ma nella Bibbia “ultimo” vuol dire “nuovo”; è quindi un nuovo Profeta e come tale dice cose nuove; dice di raddrizzare i sentieri tortuosi che l’uomo segue da sempre, che portano lontano dalla Promessa ma soprattutto lontano dall’ascolto della Parola. L’uomo infatti è capace di togliere la Parola a Dio stesso e di seguire una parola – idolo. Per esempio, i Farisei, i Sadducei, i dottori della Legge seguono una parola che non è quella di Dio. E per noi quali sono le parole – idolo? I nostri attaccamenti, quelli che non ci permettono di avere una buona conversione, di seguire Dio?
Nell’ultimo versetto Giovanni inizia un nuovo Esodo perché tutte le genti lo seguono nel deserto, fuori dai luoghi del mondo e anche dai luoghi sacri. Giovanni vuole che sia seguita la Parola di Dio e chi c’è dietro l’Antico Testamento. Giovanni ci porta fuori affinché ritroviamo il vero Dio e battezza con acqua per ricordarci che siamo creature mortali. L’unico fiume del deserto della Giudea è il Giordano e Giovanni battezza nel Giordano per indicarci che quest’acqua porta vita nel deserto, a significare che noi, anche se mortali possiamo ricevere la vita di Dio. Possiamo quindi dire che il Vangelo è qualcosa che ci aiuta ad uscire dalle nostre idee, dai nostri luoghi santi, dalle nostre certezze perché Dio non è lì. E poi Dio non vuole scuse, giustificazioni o penitenze. Pensiamo al figliol prodigo: Dio non vuole che faccia le cose che dice, fare il servo, lo schiavo, mangiare gli avanzi… Dio lo riveste di una veste nuova.
Dio, insomma, non vuole che ci sentiamo servi, dobbiamo cambiare liberamente e sentirci Figli di Dio, figli di un Padre misericordioso. Nella Lettera ai Corinzi, San Paolo dice che siamo senza peccato perché Cristo è risorto e se non fosse così saremmo ancora nei nostri peccati; tutto, quindi, dipende da questo; non è la Confessione, è il Cristo risorto che ci fa uscire dai peccati, che ci fa cambiare vita e ci fa scegliere la conversione.
Nei versetti 7-10 Giovanni usa degli epiteti che hanno un fondo da conoscere: “tutti devono convertirsi”. Questi versetti sono quindi per coloro che si sentono già garantiti solo perché sono Cristiani; e sono quindi anche per tutti coloro che si dicono Cristiani e che escludono i non Cristiani, ponendo così delle barriere. Giovanni li chiama “Figli di Abramo, progenie di vipere”. Non è un epiteto, vuol dire “figli dell’inganno”, “figli del serpente”. Forse dovremmo apostrofare così quelli che pensano sia sufficiente andare a Messa la domenica, perché si sono ingannati. Giovanni, ancora, dice che Dio può suscitare figli dalle pietre; tutti possono essere figli di Abramo; Dio può far diventare Suo figlio anche un cuore di pietra; a nessuno è preclusa questa possibilità.
“L’ira di Dio è imminente”. Questo è il tempo in cui Dio si adira contro il male per salvare i peccatori. “La scure è pronta” per tagliare anche il più piccolo germoglio di male in modo che i Figli di Dio possano trovarLo, possano avere la vita.
Nei versetti 11-12 c’è l’annuncio di una nuova era. Ci sono degli elementi del giudizio: acqua, fuoco e spirito. Solo l’acqua fa parte dell’uomo, il resto fa parte di Dio. All’orizzonte sta sorgendo un altro personaggio: è talmente superiore che Giovanni non può neanche portargli i sandali. Nella cultura ebraica, neanche gli schiavi ebrei portavano o ancor di più, allacciavano, i sandali; soltanto gli schiavi stranieri si umiliavano a fare questa cosa. Abbiamo quindi l’acqua che lava, il ventilabro, (una pala con cui il grano veniva buttato in aria e setacciato e che serviva quindi a togliere le scorie morte), il fuoco che è l’amore di Dio, che brucia per arrivare allo Spirito Santo e che ci immerge come un fiume nella vita santa di Dio: è questo il giudizio per ogni uomo. Ciò che rimane di ognuno di noi, lavato, pulito e bruciato, è il giudizio di ogni uomo, ciò che va verso Dio. “Convertitevi perché il regno di Dio è vicino”. Queste parole di Giovanni sono le stesse che pronuncerà Gesù quando inizierà la predicazione. (Capitolo 4 versetto 17). Seguono le invettive contro gli scribi e i farisei. I profeti sono chiamati soprattutto a impedire quella religione che si riduce a legge, e nella quale non c’è più cuore, né uomo né Dio, non c’è niente. Giovanni stesso si converte, perché quando scopre Gesù si butta ai suoi piedi. E’ Giovanni quella via dritta che Gesù percorrerà nella sua vita; è lui che ha aperto la via dritta di Gesù. E noi come possiamo diventare una via per Gesù nell’oggi della vita?
Le riflessioni conclusive di Don Gianni ci invitano a capire che il nostro cammino è fondato su Shema’ Israel, Ascolta Israele, un cammino che “procede”: oggi ho compreso questo, non è tutto; domani farò un altro passo.
Due pensieri particolari: il primo è sul deserto. Secondo la tradizione è quasi sicuro che Giovanni appartenesse alla comunità degli Esseni e fece poi la sua strada; Gesù ebbe la sua formazione alla scuola degli Esseni, alla scuola del deserto. Da qui il pensiero che il tempo della nostra crescita è come il deserto che fiorisce. Madeleine Delbrel ci ha insegnato che il deserto è qua o là, non c’è bisogno di andare ad Algeri e vediamo questa cosa nei nostri tempi. Ci chiediamo cos’è il deserto metropolitano? E’ precisamente la condizione nella quale siamo slegati, viviamo a tentoni cercando un orizzonte. Abbiamo una certa responsabilità perché abbiamo voluto un’umanità senza legami, laddove abbiamo rivendicato un’indipendenza da Dio che è il primo dei soggetti in alleanza e da lì è nato il distacco della fede dall’etica, una spiritualità che non è religione quando invece “non c’è appartenenza se non c’è alleanza”, come diceva Don Luigi Giussani. E poi una cosa che appartiene alle storie ferite di tanti di noi: se io non metto insieme le volontà, posso sorridere ma in realtà ognuno si disperde…Ed è ciò che accade; noi rivendichiamo la nostra volontà e questo è il nostro deserto, è la sabbia mobile in cui l’uomo affonda se non trova la sua salvezza.
L’altra cosa che impressiona è la conversione religiosa. Don Gianni si interroga sulla sua conversione e dice di essere arrivato al punto che il suo padre spirituale gli aveva anticipato: ciascuno di noi è mistero, convertirsi a Dio significa accettare che Dio è tutt’altro rispetto a ciò che pensiamo. In questo tempo una cosa importante è essere curiosi, anche di Dio.
Lectio Divina
V. Domenica 15-12
Matteo 1, 18-24 – Il sogno di un Dio (La fuga in esilio)
In questa lectio facciamo un ultimo passaggio sulla meditazione cristiana, ossia sulla meditazione evangelica. E’ una cosa che già conosciamo perché la nostra è una meditazione: siamo il cammino che ascolta e cerca di pensare; dovrebbe poi cercare anche di agire…
La meditazione, dunque, è quella cosa semplice per la quale qualcuno parla a qualcun altro e quest’ultimo si muove sulla base di ciò che ha ascoltato. Il che ci dice che non c’è un pensare individuale, c’è una relazione, e dentro di essa c’è una comprensione; noi ci diamo conto dell’oggettività dell’altro nella misura in cui comunichiamo con questo altro. Viceversa diventa faticoso. E attraverso i simboli si esprimono messaggi. Ecco: come parla Dio al cuore dell’uomo perché l’uomo possa comprendere? Come sempre accade c’è comunicazione nella misura in cui c’è condivisione di linguaggio; Dio comunica con l’uomo parlando la lingua degli uomini, e quale lingua parla l’uomo? E’ sempre la stessa: i suoi pensieri e i suoi sentimenti; le parole e le emozioni sono la nostra lingua. Il discernimento, che poi questo significa la meditazione, capacità di discrezione, di avere comprensione di, di differenziazione di ciò che ci è messo dinanzi, tutto questo passa attraversa i pensieri e i sentimenti. E come si fa a capire ciò che i pensieri e i sentimenti esprimono? O meglio come posso distinguere ciò che è di Dio, dentro di me, da ciò che è dell’uomo? Da ciò che è mio? Come posso distinguere, per esempio, se un pensiero è buono o no? Abbiamo già lavorato su questo più volte. Sant’Ignazio ce lo suggerisce: la differenza tra il pensiero di Dio ed il pensiero dell’Avversario è il fatto che il pensiero di Dio rimane. E perché? Perché Dio non ha paura di fare l’agricoltore paziente e se anche gli si dice di no, dopo un po’ torna alla carica.
L’Avversario invece, essendo orgoglioso, non torna alla carica dopo aver ricevuto un no. Ma poiché noi, più che per la verità, viviamo per l’inganno, per i miraggi, che non ci fanno crescere né vivere, pensiamo sempre che sia seduttivo ciò che è miraggio e non la realtà. Allora i Padri, per esempio Evagrio Pontico, suggeriscono una modalità di selezione dei pensieri che è la ripetizione, quella sorta di scrematura che io faccio dentro di me portandomi al cuore più volte lo stesso pensiero, perché se il pensiero persiste e trova una sua forza e una sua conferma, allora è buono; se il pensiero magari all’inizio scalda il cuore ma piano piano diventa meno impegnativo, più noioso, allora non lo seguo. Questa cosa ci dice che il differenziale dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti è il tempo. Attendere serve a dare la libertà a quel pensiero di attraversare tutto il processo che dentro di me deve fare opera di convincimento.
Leggiamo Matteo Capitolo1 dai versetti 18 a 25:
“18 La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe, suo marito, che era uomo giusto e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente. 20 Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. 21 Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati».
22 Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
23 «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi».
24 Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie; 25 e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio; e gli pose nome Gesù”.
I primi due versetti, 18 e 19, ci parlano della nascita ma in realtà non raccontano dove e quando ciò è accaduto, perché l’intenzione vera è quella di dire di Giuseppe, legando la vita di Gesù a quella del padre. E’ questa la ragione fondamentale, perché per venire alla luce, c’è bisogno di una madre, ma anche di un padre. Nelle immagini Giuseppe è raffigurato canuto in ragione della verginità di Maria ma in realtà il racconto ci dice come Giuseppe stia all’inizio della storia dell’altro e faccia tutto quello che va fatto per essere padre; il senso è che venire alla luce significa entrare in una storia e questo è il compito che ha il padre: introdurre qualcuno in un contesto, in un mestiere. Il padre è deputato a questo mentre la madre nutre e fa vivere nel nucleo familiare. Questo oggi ci interessa, perché, paradossalmente, il decreto sul diaconato femminile chiude il ragionamento in ragione del fatto che c’è una mascolinità, proprio nella stagione della forte crisi della mascolinità di fronte all’emergere della figura femminile.
Giuseppe, l’uomo giusto, è chiamato in due o tre modi: innanzitutto Giuseppe, Josef, radice JHWH, che significa “Dio aggiunge”: è ciò che fa il padre, ci mette del suo, e questo ci parla di quella cosa fondamentale che muove l’uomo, il desiderio; come diceva Sant’Agostino “il nostro cuore è inquieto finché non trova l’infinito”. Giuseppe, e Maria, prima che andassero a vivere insieme, si trovano in attesa del Figlio, per opera dello Spirito Santo, come sottolinea la narrazione. E’ una genesi particolare: Giuseppe è suo sposo, ma è anche l’uomo giusto, non soltanto perché ha a che fare con lo Spirito Santo ma perché, sulla questione del matrimonio, alla fine, tutto considerato, decide il gesto di non ripudiare la donna. Come sappiamo, prima del matrimonio, c’era un anno di fidanzamento, e non c’è dubbio che esporre Maria avrebbe significato affermare sé stesso; Giuseppe però rinuncia alla propria iniziativa per salvare lei e dunque, fa una scelta che non corrisponde a quello che avrebbe dovuto fare. Cosa significa che Maria rimase incinta per opera dello Spirito? Che c’è una generatività diversa da quella della carne, ossia che può esserci un dare alla luce vero, ma di altra natura, spirituale. E poi ancora, come si fa quando si sta dinanzi a qualcosa che non è come te lo aspetti? E devi decidere come muoverti, nella tua coscienza, tenendo conto dei tanti fattori in causa? Giuseppe ci interessa soprattutto per questo. E cosa significa questo far vivere senza un rapporto carnale? Dare nutrimento, essere generativi, in diverso modo? E come tutto sia “fondamentale”, perché parte dalla nascita e da questa cosa così ombelicale, cicatriziale: il fatto che la dinamica della vita non è per forza quella del clone, di chi deve vivere fusioni che in realtà non sempre funzionano. La dinamica della vita è la separazione: nella misura in cui sto dinanzi all’altro riconoscendone la differenza, non ci sarà quello che penso: che 1+1 sia uguale a 2, ma forse qualcosa di più…
Al versetto 20 e 21 subentra l’angelo del Signore: gli apparve in sogno, mentre stava considerando queste cose. Il sogno, nella storia della salvezza, ricorre più volte: c’è Daniele, Giuseppe schiavo in Egitto, ecco, il sognatore non sogna soltanto una volta, ma anche quando l’angelo gli dice di alzarsi e fuggire in Egitto, perché Erode cerca il bambino per ucciderlo. E lui, nella notte prende le sue cose e va. Anche lì la scelta è di un uomo deciso, non di uno che non è capace di affermare se stesso. E poi Paolo, “io ho un popolo numeroso in questa città” e, prima ancora, Giosuè, “io sarò con te”. Il sogno è manifestazione di un mistero, perché a volte l’uomo non comprende. Pietro, per darsi conto che non c’è più la legge del nutrimento secondo Mosè, deve sognare la tovaglia che fluttua..
Ci fermiamo sul fatto che secondo il racconto questo accade mentre stava considerando queste cose. Ossia, tu hai una preoccupazione dentro e lì ti raggiunge Dio. E la domanda allora è: “da cosa sono occupato?” Ripetizione: “dove torna e ritorna il pensiero?” L’angelo dice a Giuseppe quello che la Scrittura ripete più volte: “Non temere” ossia, all’inverso: “Sii capace di fiducia perché la paura è un freno, non una garanzia, e rischi di perdere il meglio, se non hai coraggio”: nella fattispecie “non temere di prendere con te, Maria tua sposa”, questo prendere con sé significa che decidi di vivere con qualcuno, ossia che lo fai entrare dentro una compagnia. Essere due o tre non significa possesso ma sicuramente significa appartenenza. Se non c’è questo, ognuno è un cane sciolto. Sottolineiamo che prendere con sé chi viene dallo Spirito, il bambino generato al quale Maria darà luce, è l’indicazione di quel progetto che persiste, la cui ripetizione è conferma che sei sulla giusta strada, perché non sei tu che decidi, ma è Un Altro che decide. Un figlio è qualcuno che noi facciamo essere e al quale diamo di noi e mentre la Madre, è Colei che fa venire alla luce, Giuseppe, il padre, è colui che dà il nome; ricordiamo che nel linguaggio biblico il nome è identità, potenza, il nome di Gesù è il nome che sa.
Altri due versetti, 22 e 23: l’evangelista ci tiene a far capire che questo corrisponde a un pensiero che c’era, non è che accade una circostanza e basta. Tutto questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta. Ecco, la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a Lui sarà dato il nome di Emanuele che significa Dio con noi. Avvenne il principio di realtà, perché la psicologia ci insegna che quello che vale è una storia che è in corso, che già si sta facendo, che c’è un compimento e noi siamo chiamati a credere che quello che Dio inizia, fa parte di un processo che non resta lì, per strada.
Giussani usava la parola “nesso”. Quando guardiamo il Presepe non guardiamo il singolo personaggio ma tutta la scena, il tutto, il quadro complessivo; senza questo orizzonte di pienezza non ti dai conto neanche di ciò che è specifico. Il messaggio fondamentale è questa cosa che il profeta esprime in modo inaudito: “la Vergine concepirà”. Sta dicendo che è generativa, colei che paradossalmente è vergine; è bello questo concepire che parte dal limite, perché è tutto teso a dirci che Dio ha una sua potenza, una sua energia. E allora, in questa cultura del sesso sfrenato in cui viviamo, il messaggio della verginità feconda, di un amore che non è possessivo ma donativo, perché amare non significa prendere ma offrire, ebbene, questa cosa molto eucaristica ci interessa. A maggior ragione per il fatto che al Figlio viene dato questo nome bellissimo “Dio con noi”, che esprime ciò che nasce dall’amore fatto dono: nasce la compagnia di Gesù, Uno che è Presenza.
Oggi forse è in crisi proprio il passaggio generazionale che permette di trasmettere davvero la vita e la fede. Anche la vita perché trasmettere la vita non è soltanto il fatto di dare una carne; noi non siamo capaci di dare “oltre” questa carne.
Don Gianni ci dice che se dovesse dire cos’è, di se stesso, si sentirebbe di dire, abbastanza, che è “figlio”, ossia che ha ricevuto. Più diventa vecchio, paradossalmente, più se ne accorge. Quando era bambino non ne era consapevole. Si domanda cosa vuol dire dare alla luce un figlio, esprimere un dinamismo, che fa essere qualcun altro.
Un ultimo pensiero é relativo all’obbedienza di Maria e di Giuseppe. Dovremmo fermarci soltanto su questo: di fronte all’inedito sono capaci di leggere il limite come un disegno, di andare oltre le circostanze e comprendere, assumere il progetto. Se non avessero detto si, Dio ne avrebbe trovati altri, e di fronte a gente che non se ne accorge, ma soffre perché non ha superato se stessa, qualche volta comprendiamo che il male non è l’Avversario; il male siamo noi stessi quando non siamo capaci di andare “oltre”; il male ce l’abbiamo dentro.
Versetti 24 – 25: “quando si destò dal sonno” arriva la risposta di Giuseppe; non è uno che recita passivamente solo ciò che ha detto il copione; “Giuseppe fece, - perché lo fa lui – come gli aveva ordinato l’angelo del Signore, e prese con sé la sua sposa. Senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù”. (Yehoshua Dio salva). E’ molto bello che la narrazione chiuda con questo riferimento al fatto che Giuseppe dorme come tutti gli altri ma che c’è una resurrezione che consiste nell’aprire gli occhi, e, quando è possibile, sognare ad occhi aperti. I veggenti per definizione, sono capaci di vedere l’invisibile e il racconto dice che allora Giuseppe ci prova, sta con la sua sposa e anche se “non la conosce” biblicamente parlando, lei dà alla luce il figlio: il mistero passa nella carne dell’uomo, non c’è una fede che abbia a che fare soltanto con le nuvolette, a prescindere da… E’ dentro questo storia che Dio si coinvolge. Possiamo dire di essere santi ma non da soli, Maria e Giuseppe, e qua ci fermiamo.
Alcuni pensieri. A partire da quando Gesù, Maria e Giuseppe sono stati profughi in Egitto, i primi di una lunga serie ed è nella notte, perché l’angelo, anche quando muore Erode e li chiama al ritorno, arriva sempre nella condizione del sogno: la fede non c’è nella chiarezza, c’è nell’ombra. Don Gianni sottolinea come Giuseppe non parla mai, non dice una parola, bisognerebbe imparare questa piccola regola essenziale. E perché non parla mai? Forse perché la sua storia è segnata da un altro. E’ la Parola che parla nel suo silenzio. Qualche volta, quando ci sono i silenzi, dovremmo imparare ad ascoltarli molto di più. Sottolineo la scelta personale “prendi con te Maria, tua sposa”, che ha conseguenze universali, quello che fa Giuseppe, cambia la storia di tutti noi.
Viene in mente il tempo dei trent’anni a Nazareth, nei quali Gesù è cresciuto e nei quali gli saranno piaciuti i mestieri del Padre, la scuola della Parola che frequentava, le ragazze che giravano nel paese. La tradizione richiama la morte di Giuseppe; i Padri nulla ne raccontano se non che è avvenuta in serenità.
La domanda finale è riassunta a partire dalla storia di Don Gianni, non perché voglia essere modello, anche se un sacerdote si identifica abbastanza nella figura che meditiamo. Ha detto di se stesso, tante volte, che ha vissuto fuori dalle righe; ecco, questo essere fuori dalle righe lo ha aiutato ad avere a che fare con quello che non pensava… non aveva idea che avrebbe fatto il prete e neanche conosceva i luoghi dove poi sarebbe stato. Ecco, come ti poni di fronte all’inedito? Questa è la storia di Giuseppe. Non sempre le cose accadono ma a volte accadono ed il fatto che accadano vuol dire che dietro c’è un disegno; essere capaci di discernere questo disegno è importante, ma, ancor più importante, è credere che questo disegno sia un disegno per stare bene, è il non pensare che sia solo per caso o per sbaglioLectio Divina
VI. Domenica 11-1
Matteo 3, 13-17 – Battesimo del Signore (Dal servo delle profezie al Figlio prediletto)
Questo è un giorno diverso, per se stessi e lo Spirito divino: è il giorno del ritiro natalizio, per chi fa il cammino del Vangelo di Matteo, ma aperto a tutti, presso le Suore Agostiniane di Via Duca degli Abruzzi. Segue uno schema:
ore 10,15 ora media
ore 10,30 meditazione su Mt 3, 13-17 Battesimo di Gesù a cura del Diacono Aniello
ore 11 silenzio personale
ore 11,30 condivisione
ore 12,15 rinnovo Promesse
Per pranzo ognuno porta qualcosa da scambiare con gli altri
Alle 13 si prende un caffè
Ore 15,00 preghiera Angelus e meditazione su Battesimo a cura di Maria Pintor, conversazione nello Spirito e preghiera Vespri.
Il Diacono Aniello legge e commenta il Vangelo di oggi. Matteo 3, 13-17:
Battesimo di Gesù
13 Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato. 14 Ma questi vi si opponeva dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» 15 Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare. 16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall'acqua; ed ecco, i cieli gli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto».
Questa Parola del Signore, il Battesimo di Gesù, è trattata nei quattro Vangeli, in modi e con caratteristiche diverse. Il tema è presentato e interpretato da Marco e Luca, con riferimento specifico alla discesa dello Spirito Santo, e alla voce del Padre che abbiamo ascoltato. Matteo enfatizza la figura di Giovanni Battista; mentre Giovanni l’Evangelista descrive il Battesimo come la testimonianza del Battista che riconosce Gesù Figlio di Dio.
Per il Battesimo dobbiamo immergerci e c’è bisogno di una materia prima: l’acqua. San Tommaso diceva che i Sacramenti causano una santificazione post gestum, la cui efficacia, cioè, è legata al compimento del gesto; da qui l’importanza dei segni. Secondo San Tommaso, quindi, il Sacramento non consiste nell’acqua stessa, ma nel gesto che viene compiuto, quindi nell’applicazione dell’acqua, ossia nell’abluzione. E’ in questo gesto che discende lo Spirito Santo, attraverso l’acqua benedetta che ci salvifica. Potremmo dire che nel Battesimo, in generale, abbiamo due aspetti principali: un aspetto più cristologico, per cui l’uomo viene reso immanente e si accoglie il Mistero di Cristo; l’altro è l’aspetto ecclesiologico, per il quale attraverso il Battesimo entriamo a far parte della Chiesa.
Suddividiamo il Vangelo di oggi in tre grosse parti: la prima (versetti 13-15) riguarda l’umiltà e la solidarietà di Gesù. Qual è stato il senso del Battesimo di Gesù? Perché Gesù è andato da Giovanni e si è fatto battezzare? Secondo Matteo, il Battesimo praticato da Giovanni era principalmente un battesimo di penitenza, diverso da quello di Gesù. Superiamo quindi il battesimo penitenziale, dal quale il popolo si aspettava la propria purificazione. Gesù va fino al Giordano e questo andare del Signore è il primo aspetto importante, il muoversi, andare incontro, dalla Galilea, per farsi battezzare. Qui si sottolinea un aspetto significativo: Giovanni si sente spiazzato nel vedere il Signore in mezzo alle altre persone; è un primo passo per dire “io sarò come voi” E’ come se dicesse “la mia umanità prevale sulla mia divinità”; quel venire ed abbassarsi è mettersi al nostro stesso livello.
“Allora Giovanni lo lasciò fare”: Gesù chiede di dare tempo al tempo e di lasciar compiere il Suo progetto, quello del Verbo che si è incarnato, il Mistero che da questa prima fase del Battesimo arriverà alla fase finale della Redenzione attraverso un passaggio. Il senso è che è necessario lasciar passare il tempo affinché tutto sia compiuto; affiora quel senso di giustizia che allora era inteso semplicemente come adempimento a quanto riportato nelle Scritture della Torah, la raccolta dei cinque libri fondamentali del Pentateuco; è come se Gesù chiedesse, con il Battesimo, di essere giusto anche Lui nel portare a compimento, con la morte e resurrezione, il progetto che Gli è stato affidato dal Padre. C’è un nesso quindi, in questa prima fase tra il Battesimo e la Salvezza, perché, se da un lato, la salvezza potrebbe essere vista solo come un precetto, un ordine del Signore, dall’altro c’è un mezzo rappresentato da Gesù stesso perché Gesù è la Via, la Verità, e la Vita, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni al Capitolo 14. Immergerci, insieme a Gesù, in questa Giustizia, fa diventare anche noi, nel nostro agire, Via, Verità e Vita. La nostra Via, Verità e Vita è la Parola di Gesù, che nel Battesimo, ci aiuta a purificarci giorno dopo giorno. Con il Battesimo, inizia una rinascita, una nuova vita; questo è il senso del Battesimo, anche per noi, oggi. Il Figlio, quindi, si immerge in una umanità portatrice di peccato, prendendo così il peccato su di sé, diventando attore principale, vivendo i limiti umani in prima persona per poterci salvare, e poter essere di esempio (Riferimento capitolo 53 di Isaia “Canto del servo sofferente).
Passiamo alla seconda parte fondamentale, che riguarda la discesa dello Spirito Santo: essa ci mostra come Gesù, il Messia, Lui che non aveva bisogno di essere battezzato, diventa l’Unto per eccezione. Il momento in cui Gesù esce dall’acqua segna una nuova redenzione; richiama quel simbolo dell’acqua rappresentato dal passaggio nel Mar Rosso di Mosè.
In questa fase colpisce la frase “i cieli gli si aprirono”: per noi aprire qualcosa è un gesto banale; anche aprire una relazione appare una cosa scontata…ma aprire i cieli vuol dire vedere lo Spirito Santo che discende, ricreare un rapporto tra l’umano e il divino, tra noi che siamo sulla terra e Dio. Dopo il peccato di Adamo possiamo dire che con Gesù si riapre questa possibilità di contatto e di unione, il preludio di una nuova creazione (C.C.C. 536). Il dono più grande che chiediamo a Gesù è quello di rafforzare questa relazione: la Scrittura ce lo offre nella Parola e la Liturgia lo presenta nelle due dimensioni spirituali che viviamo, alcuni di noi quotidianamente, altri la Domenica, e altri ancora in alcuni momenti della giornata; è quell’andare incontro, quell’unirci con il divino che avviene nella dimensione catabatica e in quella anabatica: la prima è la discesa di Gesù, dal divino all’umano, il Suo venire verso di noi attraverso la Sua vita, attraverso i Sacramenti, durante la celebrazione quotidiana, durante la Messa, quando il pane e il vino diventano il corpo ed il sangue di Gesù. Mediante la dimensione anabatica, noi, pieni dello Spirito ricevuto con il Battesimo, offriamo al Signore le nostre fragilità, il nostro peccato, la nostra nullità, ma anche il nostro sacrificio, la nostra preghiera, il nostro agire, il nostro essere Suoi Figli; ciò perché, attraverso il Battesimo, guidati dallo Spirito Santo, entriamo a far parte della Chiesa, e diventiamo anche corpo e membra di Gesù. Su questo punto dobbiamo riflettere: siamo stati creati, come dice la Genesi, a immagine e somiglianza di Dio; vedere nell’altro, nel fratello, nella sorella, nei momenti di difficoltà, con lo Spirito che ci dona il Battesimo, con quel fuoco nel cuore, il volto di Gesù; ascoltare la voce di Gesù, che dal basso, ci prende e ci solleva dalle nostre fatiche. A Lui possiamo aggrapparci, come membra del Suo corpo, e risalire, perché da soli, con le nostre fragilità, non potremmo farcela. Con il Battesimo ci viene impresso un carattere e, nello stesso tempo, tre cose fondamentali: diventiamo sacerdoti, re e profeti. Sacerdoti nel senso di offrire il proprio sacrificio spirituale, creando la relazione tra noi e il Signore; re non per dominare sugli altri, o essere superiori degli altri, non per essere servito, ma per servire (Marco 10: 45); per dare quindi la nostra vita, la nostra disponibilità, per offrire agli altri la nostra solidarietà e diventare voce di Dio nel mondo, quello concreto, a partire dal nostro piccolo, dalle nostre famiglie. Ecco che quel barlume di luce che riceviamo con il Battesimo e di cui non abbiamo ricordo, di giorno in giorno, quella fiammella si accende sempre di più fino al punto in cui diventiamo profeti per portare agli altri la voce di Dio; diventiamo testimoni credibili, nella vita, nel nostro agire, della Parola che ci è stata donata, del Suo messaggio.
La parte finale del brano riguarda la Voce del Padre che richiama il Figlio “amato”. In questo essere amato si concretizza la rivelazione trinitaria. Se quindi Giovanni aveva invitato le genti che lo seguivano a farsi battezzare per vivere una vita nuova, in Gesù il Battesimo assume un inverso significato, un passaggio che lo riporta verso la morte, una morte che sarà un successo, attraverso la Resurrezione, per tutti noi. Altri riferimenti alle Parole del Padre si trovano nel Salmo 2 “Tu sei il Mio Figlio”, nella Genesi, Abramo che richiama il figlio che poi donerà, nel Servo di Isaia 42.
C’è quindi una consequenzialità; se esiste il Battesimo, esistono degli eventi che devono accadere ed in mancanza dei quali non possiamo procedere. Anche noi, come Gesù, dobbiamo vivere i nostri passaggi, necessari ad affrontare tutte le difficoltà che ci aspettano nella vita, in famiglia, nel lavoro, nella quotidianità, avendo una solida base, una casa costruita sulla roccia.
La base della nostra riflessione di oggi può essere quindi incentrata sul chiederci quanto il Signore ci ama e soprattutto quanto noi crediamo che il Signore ci ami. Facciamo testimonianza di quanto Egli ci ama, non tanto nei momenti facili, ma in quelli difficili della nostra vita, quelli in cui noi non riusciamo ad amare Gesù.
Prima di concludere tocchiamo ancora il tema della differenza tra il Battesimo di Giovanni e quello di noi cristiani, un battesimo di pentimento per i peccati che riporta ad una vita nuova. Ricordiamo la data del nostro Battesimo: accanto alla nascita biologica, essa rappresenta la nascita spirituale; impegniamoci a ricercare quella data e quindi mettiamoci in movimento.
Concludiamo dicendo che nel Battesimo troviamo la sintesi del Cristianesimo: la Voce del Padre, la Colomba dello Spirito, e la Presenza del Figlio Amato, che rappresentano la Trinità; c’è la Parola del Figlio che diventa come noi ed infine noi, che diventiamo figli “adottivi” di Gesù.
Chiudiamo con tre spunti per la nostra riflessione:
- Quanto siamo veramente consapevoli di essere amati da Dio?
- Siamo consapevoli del nostro Battesimo e cosa significa per noi il Battesimo? E’ soltanto una festa oppure ha un senso più profondo?
- Ed infine, quanto, mediante il Battesimo, siamo portatori della Parola di Cristo nel mondo, siamo messaggeri? In questo anno di missione sarebbe bello che ciascuno di noi prendesse su di sé una piccola missione, che potrebbe essere, come suggeriva Papa Francesco, la lettura quotidiana del Vangelo.
E’ seguita la riflessione, personale e silenziosa, in contatto con sé stessi e con il Mistero di Dio.
Ci si è poi ritrovati nel momento della condivisione.
Don Gianni ci ha accompagnato con un suo pensiero sul Battesimo, dicendoci che in esso già c’è la storia di noi stessi, nel senso che tutto è dono e fin da prima c’è un amore, che è preveniente.
Il pensiero sul Battesimo di Gesù si riferisce alla fase finale e non a quella iniziale, perché Gesù andando via lascia agli Apostoli il mandato di andare nel mondo e di battezzare tutte le genti: il senso è quello di immergerle nell’amore di Dio, in una storia di salvezza. Da qui la riflessione sul fatto che oggi non è più scontato chiedere il Battesimo per i propri bambini; sta diventando, giustamente, un evento di elezione, una scelta, un dono, una cosa che non è garantita o meritata; “Qualcuno” esprime una gratuità di vita che viene consegnata e di cui non tutti sono consapevoli; e dunque fa differenza avere a che fare con gente che il dono lo riceve, o con chi ha una sua dignità di persona, di figlio di Dio, ma non ha un’appartenenza in profondità. Questa cosa ci fa pensare perché ci mette di fronte all’inedito e ci provoca anche come Chiesa, perché non è che rendiamo cristiane le persone facendole entrare in una chiesa, ma facendole entrare in un amore.
Abbiamo concluso il nostro momento di condivisione esprimendo, nella cappella, il nostro gesto, libero, consapevole e di elezione, che è il rinnovo delle promesse del Battesimo, con semplicità ma al tempo stesso con profondità. Nel giorno del nostro Battesimo le ha fatte qualcuno, ed è sempre così, la fede non nasce da noi, nasce da qualcun altro che la condivide con noi, ma ad un certo punto noi “aderiamo”. L’adesione non è tanto nelle parole della formula ma è quella suggerita da Gesù: “un Battesimo che attendo che ci sia e quanto vorrei che ci fosse già”; è quello di coinvolgere nell’amore, nell’annuncio, tutti i popoli, a partire da chi ci è vicino.
E’ seguito un intervento di Maria Pintor sul tema “Identità battesimale profonda”.
Si è partiti da una domanda: cosa c’è ancora da scoprire in merito alla nostra identità di battezzati? Nel 2013 Papa Francesco dice “Nel credo si afferma - professo un solo Battesimo; con questo noi affermiamo la vera identità come Figli di Dio. Il Battesimo, in un certo senso, è la carta di identità del cristiano; è il nostro secondo compleanno.”
Papa Benedetto definisce il Battesimo “l’arcobaleno divino sulla nostra vita, una promessa che si fa tangibile”. Rappresenta quindi la nostra identità cristiana e ci attribuisce un compito, spesso difficile, quello di predicare il Vangelo. Nei documenti ufficiali, nell’enciclica Laudato sì, e nelle Esortazioni apostoliche Evangelii Gaudium e Gaudete et Exsultate, Papa Francesco dice sempre la parola “identità”. Questa proviene dalla esortazione apostolica Evangelii Nunziandi di Papa Paolo VI, che già allora esprimeva un richiamo preoccupato riguardo alla frattura tra Battesimo, Vangelo e cultura. Di fronte all’espansione di questa frattura Papa Francesco ci dice che viviamo in un periodo storico in cui l’identità, in particolar modo quella cristiana, è messa in discussione e per molti non ha un contenuto ben definito, perché è relegata soltanto ad un ambito personale, senza testimonianza. Ognuno di noi, quindi, deve avere un desiderio profondo di appropriarsi nuovamente di questa identità che ci è stata donata dalla Santissima Trinità.
Il primo compito da cristiani che abbiamo è quello di capire quali sono le sfide del nostro tempo: non spetta soltanto al Papa, o ai Vescovi, o ai sacerdoti, superarle, e trovare vie d’uscita, ma riguarda ogni cristiano. Una frase che potremmo definire storica di Papa Giovanni Paolo II diceva: “Bisogna studiare i segni dei tempi”. L’umanità vive una svolta storica, con progressi che producono benessere, salute, educazione, comunicazione, ma vedono anche aumentare alcune patologie, il timore, la disperazione, soprattutto nei paesi più ricchi. Siamo nell’epoca della cultura dello scarto, in cui l’essere umano è considerato un bene di consumo, che si può usare e gettare. Si vede la crisi del primato dell’essere umano, la globalizzazione dell’indifferenza e queste cose nascono dal rifiuto dell’etica e dal rifiuto di Dio. Nella cultura dominante, il reale – è sempre il Papa Giovanni Paolo II che parla – cede il posto all’apparenza, viviamo una cultura ossessiva dell’immagine, bombardati da innumerevoli notizie che non ci fanno discernere il vero dal falso, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato; si critica con rabbia perdendo di vista la dignità ed il rispetto; si elimina il bisogno di ascoltare e di essere ascoltati anche nella famiglia; si perde di vista Gesù, Colui che invece guardava fisso negli occhi “fissò lo sguardo e lo amò” (Marco 10, 21) che era aperto all’incontro “il cieco lungo la strada” (Marco 10, 46-52), che mangiava e beveva con tutti (Matteo 11, 19), oppure si faceva toccare da tutti, dalle prostitute, dai lebbrosi, dall’emorroissa, e per riguardo all’altro, lo riceveva anche di notte (Nicodemo 13, 1-15). Ma Gesù non è più il modello e noi cristiani quindi, dobbiamo prendere l’identità di Gesù, fare nostra la sua identità. La domanda è: noi cristiani ci siamo persi? La Chiesa Cattolica Cristiana dov’è in questo momento? Da Evangelii Gaudium: “E’ necessario che riconosciamo che se parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, ciò si deve anche ad alcune strutture, ad un clima poco accogliente, ad un atteggiamento burocratico; infatti in molte parrocchie c’è un predominio amministrativo su quello pastorale, come pure una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione; si dispensano i sacramenti senza rendersi conto che la gente ha bisogno di essere evangelizzata. La secolarizzazione nega la trascendenza e ha prodotto il relativismo che provoca un discernimento legato solo alle cose del passato; non sappiamo guardare verso i nostri tempi”.
Nella Verbum Domini Benedetto XVI dice: “molti sono battezzati ma non sufficientemente evangelizzati. Nel nostro tempo le nazioni, anche se ricche di fede, hanno smarrito la propria identità a causa della cultura secolarizzata e globalizzata. Bisogna trovare luoghi in cui condividere le domande più profonde, in cui discernere la propria vita secondo criteri evangelici”. Viene riportato l’esempio delle catacombe: in fondo erano luoghi in cui i cristiani si ritrovavano e si evangelizzavano per essere forti nel loro cristianesimo; poi uscivano fuori, portavano il loro essere cristiani in mezzo agli altri. Ecco, anche noi dobbiamo costruirci luoghi così.
Nei mali, anche tra gli operatori pastorali, perché figli di quest’epoca, c’è l’individualismo, la cultura mediatica che trasmette sfiducia e un messaggio evangelico disincantato, c’è la desertificazione spirituale e quindi il rischio che la nostra azione non sia più guidata dalla spiritualità. Siamo portati a cercare una gloria puramente umana, a cercare il benessere personale; alcuni si sentono superiori perché seguono norme rigide, perché sono fedeli ad uno stile cattolico che è proprio del passato. Le attività pastorali vengono così paralizzate dall’accidia spirituale, sono vissute male e così il Battesimo non è più una carta di identità ma un bancomat, perché siamo sicuri di poterne trarre giovamento. Papa Francesco, a Firenze, richiama la Chiesa perché non sceglie di essere umile, disinteressata e beata, soprattutto quando si presenta al mondo come fondamentalista, rigida, con un controllo normativo, non aperta alle nuove sfide del mondo, non libera, incapace di domande e quindi incapace di affidarsi allo spirito. La Chiesa – dice ancora Papa Francesco – deve avere, come ognuno di noi, lo sguardo dell’esploratore; non usare soltanto il ragionamento logico ma aprirsi a qualsiasi vissuto, di qualsiasi fratello, non solo dei cristiani; non fare incontrare Gesù con la realtà dell’uomo è come costruire sulla sabbia, rende sterili sia se stessi che tutta la Chiesa. Papa Francesco, ancora, esorta a non farci rubare la missione: quella di essere luce e sale del mondo, mantenendo una formazione costante, soprattutto negli adulti.
La crisi di identità in cui tutti ci troviamo è esattamente legata al Battesimo perché è sentita come un evento legato soltanto al passato; dobbiamo anzi chiederci se è il caso di continuare a battezzare i bambini appena nati o se piuttosto non sarebbe meglio se fossero coscienti, se si trattasse di una libera scelta.
L’esistenza del cristiano, quindi è da vivere immersi in Cristo, ma appartenendo alla Chiesa, stando nella Chiesa ed essendo Chiesa, con una fede “formata”, vissuta e celebrata.
L’identità cristiana, naturalmente, ha un carattere cristocentrico e comunitario, in forza del Battesimo col triplice ufficio, regale, sacerdotale e profetico: in realtà sono tre compiti, che noi, definiamo, erratamente, doni. Non si tratta infatti di qualcosa che possiamo accettare, non accettare o mettere da parte , ma che in un certo senso, siamo obbligati a seguire. Sono compiti che ci vengono affidati secondo il nostro stato di vita. La pratica formativa permette di riscoprire Gesù, nel mondo attuale, in ogni età, in ogni situazione; siamo discepoli che seguono, che non stanno fermi, e che conoscono Cristo in modo personale.
Dal Concilio Vaticano II il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di ogni uomo. Noi pellegrini dobbiamo camminare verso la perfezione della storia umana (Efesini 1, 10) e ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra. Essere cristiani è essere missionari, dobbiamo uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, portare la Chiesa nei più svariati settori del mondo, non più nelle terre al di là dei confini ma nei nostri settori di mondo, quelli in cui lavoriamo ed in cui viviamo. La vocazione è sempre quella di ricercare il Regno di Dio; non è un optional, è un compito obbligatorio e per darle corso dobbiamo vivere continuamente, in ogni momento, la nostra identità di battezzati, passando da una pastorale conservativa ad una di missione, in continua uscita e sempre aperti allo Spirito Santo. La CEI sta portando avanti un programma pastorale incentrato sull’emergenza formativa per tutti. E tutti dobbiamo essere disponibili a formarci. Non possiamo ignorare l’eclissi del senso di Dio, il dissiparsi dell’interiorità, la mancanza di questa identità personale, le difficoltà di dialogo tra uomo e uomo e tra uomo e Chiesa; tutto questo sta offuscando il mondo cristiano che, come il resto del mondo, è sempre più caotico e frammentato.
Concludiamo con alcune domande:
- Noi, oltre a pregare, ci formiamo per partecipare alla crescita del Regno di Dio?
- Quali scuse ci frenano davanti ad una proposta di formazione? Portiamole allo scoperto.
- Come dovrebbe essere una pastorale formativa? Pensiamoci.
Don Gianni aggiunge qualche considerazione:
per noi la formazione è un fatto intellettuale ed il rischio di essere la Chiesa “del fare” e non quella che pensa è considerevole. E ci sono, nei vari gruppi, tante opportunità formative, tante tracce e tanti percorsi. Si tratta di momenti che servono a crescere, pur con tutte le difficoltà di tempo ed organizzative. Come Chiesa, ci sono due grandi questioni in ballo: la prima è che noi vorremmo essere rassicurati, non provocati, nel senso che ci illudiamo che le cose vadano avanti come prima; invece come dice Papa Francesco, non c’è più la Cristianità, ossia non viviamo più in un tempo in cui c’è la fede, e dunque non dobbiamo più dare nulla per scontato. Oggi prevalgono i ruoli, le figure, nel senso che non abbiamo più il rapporto personale, la conoscenza diretta.
L’altra questione cruciale di cui oggi non ci rendiamo conto, soprattutto quando parliamo di missione, è che noi non dobbiamo convertire gli altri, ma essere convertiti dagli altri. E questo sforzandoci di parlare la lingua dell’altro: non parliamo più la lingua delle generazioni dei genitori di 30 o 40 anni, e men che meno la lingua dei ragazzi di 16-18 anni; non la sappiamo! E se non la impariamo, se non decidiamo di imparare la lingua dell’altro, è inutile predicare.
Il sacerdote che predica “bene” è quello che parla la lingua dell’altro; in caso contrario potrà anche dire delle cose sublimi, ma non arriveranno alla gente.
Queste due questioni sono il grande problema, oggi, della formazione.
In alcune note del Rapporto Censis sulla società italiana di questo tempo, si legge che è “una società piatta, che annulla ogni slancio collettivo; afflitta da una sorta di perdita di spessore, di consistenza anche morale, psichica, corrosa dall’insicurezza, delusa dalla politica, rassegnata alla corruzione, alla criminalità organizzata, alla violazione continua, alla deformazione delle regole del vivere civile, schiacciata su un presente senza memoria e senza futuro; comportamenti individuali spaesati, indifferenti, a volte cinici, passivamente adattivi, arrampicatori, prigionieri delle influenze mediatiche; un contesto invecchiato, poco reattivo, un tessuto sociale che assomiglia alla mucillagine”. Purtroppo in queste parole troviamo del vero.
Ed in questo quadro dobbiamo chiederci come fare per essere Chiesa. Di fronte al bisogno di ritualità delle persone, osserviamo come spesso non ci si rivolga alla fede; non c’è interesse per la catechesi mentre grande successo e ispirazione riscuotono i vari guru di turno. Di fronte alle tante attività parrocchiali ci chiediamo se stiamo costruendo qualcosa oppure no. Siamo parte di una grande avventura o no? Dobbiamo interrogarci e avere consapevolezza.
Di seguito le ultime riflessioni del nostro parroco in chiusura di giornata.
Da sola la famiglia non fa comunità: serve altro, un sentimento che abbiamo perduto e che potremmo chiamare “cittadinanza”? Sentirsi, riconoscersi tutti, nessuno escluso, come appartenenti alla stessa comunità. Oggi, invece viviamo in un mondo di forti polarizzazioni, di schieramenti, in cui ti definisci non a partire da un positivo, ma da un negativo, cioè da ciò che non sei. E quindi tornando ai bisogni essenziali, bisogna ricostruire in particolare il pilastro della comunità.
Ricordiamo ciò che diceva Don Bosco: il compito suo e degli oratori era “formare buoni cristiani e onesti cittadini”; accanto, quindi, alla dimensione spirituale, anche quella sociale.
Cerchiamo quindi, come Chiesa, ragionando di missione, di essere presenti nella nostra città.
Don Gianni conclude con un augurio per tutti i nostri percorsi: “là dove il senso della vita vi conduce, pensate che non siete soli; la fede, più che fare affermazioni, ci pone degli interrogativi e ci spinge ad andare avanti, a non fermarci, ad essere curiosi verso le sorprese che lo Spirito porta nella nostra vita”.
Lectio Divina
Sabato 24-1-2026
Matteo 5, 17-27 – Giornata della Parola (Avete inteso…Ma io vi dico)
Secondo consuetudine iniziamo con alcune note sulla meditazione. Avere a che fare con la Parola riprende il gesto originario di Genesi, quello di dare il nome, di identificare, dare un significato; questo è creativo. Nominare non è indicizzare, creare ruoli. L’imposizione del nome è uno dei gesti più immaginativi che si possano fare nei confronti di una persona, è in qualche modo prefigurare il destino: quella persona, per sempre, sarà chiamata così, sarà riconoscibile in quel modo.
Questo è connesso con la meditazione perché nominare significa capire bene chi abbiamo davanti e riuscire a definirlo con attenzione. Con la prima meditazione prendiamo un testo, cerchiamo di riuscire a starci dentro, lo frammentiamo stando attenti ai particolari. La seconda meditazione è immaginativa, empatica: se ascolto il Vangelo di Gesù che sta in riva al lago e chiama i primi discepoli, io sono accanto a Lui e vedo la scena.
Nel Vangelo di oggi partiamo dalla scelta di ragionare sulla differenza che Matteo annuncia in Gesù con il discorso della Montagna, le Beatitudini, a partire da questa cosa paradossale, e cioè che per essere felici bisogna fare tutto il contrario di quello che facciamo noi, oggi.
“Beati i poveri di spirito perché di essi è il Regno dei Cieli”, pensando allo scenario internazionale in cui ci troviamo, è la paradossale strada della felicità che ritroviamo nel racconto del Vangelo di oggi: “loro lasciarono le reti e subito seguirono Gesù”. E’ ripetuto due volte ma tutto il brano richiama questo concetto, perché il primo a lasciare è Gesù; lascia infatti Nazareth per andare a Cafarnao. Ecco, questa è la fatica che facciamo, perché noi pensiamo che la felicità sia trattenere e invece è lasciare: scoprire una libertà che noi non abbiamo.
Per introdurre il testo – Matteo 5, 17-27 – riprendiamo l’ultimo sondaggio Istat (2024) che ci aiuta a ragionare di felicità partendo dal reale e non dalle teorie: l’istituzione matrimonio e famiglia è in calo vertiginoso, come se gli Italiani non credessero più alla felicità che viene dall’amore, dai figli; ma ad imputare la colpa, il rapporto Istat indica un fattore intervenuto nella vita relazionale, nel tessuto sociale, rappresentato dal tempo, sia personale che collettivo. Il tempo è diventato un bene così raro che oggi si trasforma facilmente in una forma moderna di pressione sull’altro, un ricatto silenzioso, che attraversa le scelte di vita più intime. Il rapporto dice ancora, che al di là dei numeri, (il 5,9% in meno rispetto all’anno precedente, l’8,5% in meno nel Mezzogiorno), si sente questo rumore profondo di una generazione che vive di corsa, che vive a tempo frammentato, che non riesce più a concedersi progetti duraturi, perché ogni progetto sembra incompatibile con il ritmo imposto dalla vita contemporanea. Quindi, le persone non si sposano, non perché credono meno nei legami, ad una cosa seria come fare della vita un progetto, e vivono l’istante, quello che c’è di fatto ed, in qualche modo si accontentano di quello, basta non essere soli. Secondo Istat, l’età media dei matrimoni sale – 34 anni per gli uomini, 33 per le donne – non tanto perché si arriva tardi all’amore, ma si arriva tardi alla vita: l’ingresso alla vita adulta, oggi, è diventato un percorso accidentato pieno di ostacoli e l’individualità rischia il “fuori tempo massimo” tipico di tanti matrimoni. Si arriva al matrimonio dopo aver avuto già dei figli e dopo tanti anni di convivenza: sono tutte forme di parzialità che non è superficialità, anzi, è il tentativo di provarci lo stesso, con le proprie possibilità, anche se non c’è il tempo per un progetto. E’ come se la società italiana avesse smesso, non tanto di credere nell’amore, ma di avere il tempo per costruirlo. Il tempo, dunque, accelerato, frammentato, schizofrenico, è il nemico silenzioso delle relazioni; se tutto è urgente nulla può essere coltivato davvero. E pare che le decisioni più grandi diventino impossibili, perché non c’è il tempo minimo per poterle prendere, per poterci pensare. La vera emergenza, secondo Istat, non è il declino del matrimonio, ma il declino delle possibilità. Se c’è una cosa che possiamo fare è restituire alle persone il tempo per immaginare il futuro, per poter vivere una storia non a capitoli separati, ma condividendo lo stesso racconto, affinché un Paese che non ha più tempo, non rischi anche di smettere di avere un futuro.
Il passo che ascoltiamo (Matteo 5, 17-27) è il sequel delle beatitudini. Matteo, sul monte, in alto, elevando quelli che lo ascoltano, pronuncia queste otto espressioni di felicità: beati, in greco makàrioi, in ebraico ashrei, che vuol dire “coraggio, vai avanti!”. E’ un endorsement ripetuto, che Gesù fa a coloro cui manca qualcosa, che sono poveri nello spirito, che sono miti e non hanno forza, che sono afflitti, che sono perseguitati, perché non si autogiustifichino pensando che non potranno farcela a causa delle loro debolezze, ma comprendano che ciò che muove l’uomo, il movente più forte è proprio la mancanza, il bisogno.
17 Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna.
23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!
27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna.
23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!
27Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. 28Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Lasciando da parte quest’ultimo versetto, il passo che abbiamo scelto è diviso in tre parti: la prima parte (versetti 17-20), ha a che fare con il compimento, con il rapporto tra la giustizia dell’Antico Testamento e del Nuovo.
Poi ci sono quattro versetti, 21, 22, 23 e 24 che ragionano delle antitesi: “Avete inteso che fu detto…Ma io vi dico”.
Infine ci sono questi due versetti interessantissimi 25 e 26 sulla composizione dei conflitti, delle controversie.
Introduzione a questo piccolo passo è la contestualizzazione in quello più ampio delle beatitudini. Nei versetti precedenti, 13 e 14 c’è il riferimento al fatto che questa gente, le nullità della terra in un certo senso, poveri, miti, perseguitati, eccetera, in realtà sono, secondo Gesù, sale e luce, ossia fanno la differenza, non lasciano insipida e in ombra la vita. E’ la scommessa paradossale del Vangelo, fatta di una generazione infelice che spende chissà quanto per evadere e non trova quello che cerca. La scommessa di Gesù ha a che fare con ciò che viene chiamato “la legge e i profeti”, cioè la proposta etica di un popolo assolutamente diverso dagli altri popoli come era Israele; la scommessa è: non è una legge troppo alta, irraggiungibile per l’uomo; i dieci comandamenti sono possibili, sono esigenze tenaci ma valgono più della sapienza del mondo. Pensiamo all’amore e ai nemici o al perdono che è chiesto ai credenti 25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario…: perché sia possibile osservare questa regola di vita che in qualche modo caratterizza il popolo eletto, occorre, come dice Gesù, passare da un’osservanza precettistica, quasi oggettuale, cioè formale, a un’etica interiore, a una convinzione del cuore, ad un coinvolgimento della persona che si mette in gioco. Gesù non va contro la legge antica che è difficile, va contro la sua interpretazione farisaica, formale, esteriore e in qualche modo, fa fare un passo avanti che rende migliore, sostenibile il tutto.
Dal versetto 17 “17 Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento… se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli…
In un altro passo Gesù dice che i pubblicani e le prostitute passeranno avanti nel Regno dei Cieli, nel senso che sono capaci di una giustizia superiore. Dunque questa frase “Non crediate che …” è una dichiarazione di non sospetto; è come dire “io non ho le intenzioni che immaginate, ma sono venuto per adempiere ogni giustizia, per dare compimento, ossia perché tutto sia avvenuto”; ossia perché la giustizia non rischi di rimanere a metà, perché non ci accontentiamo come i pescatori del vangelo, di riassettare le reti e di aggiustare in qualche modo la vita, di fare piccole cose senza essere capaci di lasciare le reti e di andare oltre, di avere una giustizia superiore. In questo senso è interessante questo confronto tra “minimo” e “superare”: è un’aritmetica diversa; c’è gente che si accontenta e gente non è mai arrivata a dire “basta”. Lo iota, quel piccolo segno, la i, è non incisivo, come dire, a volte mettiamo in essere azioni che sono relative, che non cambiano le cose, che non fanno la differenza, non abbiamo il coraggio di aprirci davvero alla novità, invece l’etica che propone Gesù “imparate da me”, “amatevi come io vi ho amato”, è quell’etica mimetica, imitativa, che ci dice che se ci ha provato Lui, posso farlo anch’io! E’ proprio questo seguire Gesù: vivere posture evangeliche, perché Lui ce le ha suggerite! Allora, per esempio, sarebbe interessante che noi, guardando all’ “uomo perfetto”, la teologia di Gesù, Colui che ha rivelato pienamente l’Uomo all’Uomo, ci domandassimo: cosa significa entrare nel Regno? Di fronte al Mistero pasquale di cui nessuno dice, dell’ “oltre”, del Regno, la prima cosa da dire è che ci si “entra”, che c’è un introdursi, che ci ritroviamo in un universo “altro”, che prima siamo “fuori”.
Dal versetto 21, inizia questa parte delle antitesi: “Avete inteso che fu detto agli antichi, non ucciderai…Ma io vi dico…Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Quest’ ultimo versetto dice già che il vero culto, la cosa difficile da fare è il perdono dell’altro, fare pace in se stessi; non serve a niente andare a presentare l’offerta all’altare: “io ho in abominio i vostri sacrifici, se il cuore rimane arido, se c’è cattiveria dentro”.
Le antitesi (“Fu detto, ma io vi dico”), sono l’espressione della novità radicale del Vangelo rispetto alla Legge. E la forza di queste tre parole” Ma io vi dico”, è tutta la convinzione di Colui che è il Logos. Interessante, in questa stagione di influencer, che tra gli altri ci sia anche Lui che viene a dire “Ma io vi dico”. Interessante la scala di misura che Lui ci suggerisce di mettere nei nostri atteggiamenti reattivi, per ché se uccidere sottopone al giudizio, anche adirarsi è male. Su questo potremmo fermarci perché noi oggi, invece, viviamo prevalentemente relazioni avversative e dovremmo essere capaci di misurare le nostre posture reattive per non finire nella Geenna: in Israele é un posto di isolamento, fuori dalle mura della città di Gerusalemme, in fondo al dirupo del torrente Cedro. Fare la guerra non ci fa stare insieme, presupposto che lo stare insieme faccia crescere e sia il Bene. E poi si comincia a farla con uno, con un altro, con un altro ancora, alla fine sei sempre in guerra.
Il Vangelo usa il paradosso, cioè dice che anche dire “stupido” ferisce: lo fa per dire che anche questo è violenza ma in realtà ci vuole avvertire che per via di cose che per noi, tutto sommato, non sono gravi, si rovinano i rapporti, perché la stanchezza poi, ti rende difficile recuperare, non ci credi più…E la grande fatica è fidarsi, ricominciare daccapo.
Ultimi due versetti: bellissima l’espressione esortativa “Mettiti presto d’accordo…”E’ come il Vangelo di oggi che dice “..E subito, lasciate le reti, lo seguirono”. C’è come un’urgenza nel tempo, a significare che se le cose si strutturano, si consolidano, diventano difficili poi da sciogliere; se il pezzo di sale lo lasci lì, diventa pietra; poi sarà difficile diluirlo. E’ sorprendente anche l’espressione che colui che è avversario, può diventare partner di accordo, perché noi, l’altro lo giudichiamo solo come nemico. Magari, invece possiamo scoprire che qualcosa ci permette di farcelo amico e questa cosa avviene mentre sei in cammino; c’è una possibilità, la vita è una storia dove c’è un percorso. Il rischio è che non esci dalla schiavitù, dalla tua prigione, dall’angolo in cui sei finito, dalle tue relazioni ferite, se non sei capace di negoziare. Invece Gesù ci suggerisce un sistema di mediazione, ci sono gesti che richiedono tempi biblici; Gesù cammina davanti a noi proprio perché è modello anche per questo modo diverso.
Alcuni spunti per le riflessioni conclusive:
Colpisce molto questa espressione “Ma io vi dico”. Ci chiediamo se è una rottura rispetto a prima. Certo non è più come prima, e quando si dice “convertitevi perché il Regno dei Cieli è vicino” si tratta non di qualcosa che abbiamo già fatto nel passato, ma di qualcosa che dobbiamo ancora fare e che nemmeno sappiamo cosa sarà, ma le circostanze richiederanno di cambiare e non ci sarà la stessa morale. Non ci sono assoluti, c’è una conversione continua e c’è una legge nuova “Amatevi come io vi ho amati”; i dieci comandamenti sono reinterpretati dai due comandamenti dell’amore, ma forse c’è anche un di più che noi siamo chiamati a vivere secondo questo Vangelo: a non fermarci alla Legge, al minimo, alla formalità, ad essere capaci di un amore che va oltre, che è in profondità. Un esempio molto semplice: posso dire che amo una persona, ma potrebbe essere solo una velleità, una buona intenzione, può essere il fatto che ho cominciato così e penso che ancora regga, ma poi la legge dell’incarnazione mi dice che devo essere capace di amare oltre, anche sull’inedito, anche se non mi piace più tanto, penso di amare ma non mi accorgo che in realtà mi dimentico, che non sono attento. L’amore si misura dai segni, dai gesti concreti, dalle piccole cose, dalla capacità di immedesimazione, di empatia. Ci sono persone che si accorgono dello stato d’animo, anche se l’altro non parla, semplicemente intuendo, perché non sono distratte; se siamo attaccati al nostro egoismo, nemmeno ci accorgiamo di quello di cui l’altro ha bisogno e della situazione che vive.
Lectio Divina
Domenica 8-2-2026
Matteo 5, 29-48 – V° Tempo Ordinario (La regola d’oro)
Riprendiamo la lectio con alcune note dedicate alla meditazione cristiana e ai suoi momenti: c’è anzitutto una meditazione intellettiva, una riflessione profonda su una verità, su un testo, che coinvolge l’intelligenza, la fantasia, la memoria, l’affettività e che passa attraverso quell’esercizio che si chiama ruminazione. Ci sono alcune domande fondamentali:
cosa dice la Parola che sto ascoltando in sé?
Cosa racconta del mistero di Dio e della realtà umana?
Cosa dice a me personalmente?
Quali pensieri e sentimenti suscita?
Come mi tocca?
La seconda dimensione è la meditazione immaginativa, empatica. Io mi immedesimo in quel racconto e se la narrazione è, per esempio, quella del samaritano da Gerusalemme a Gerico, io sono là, sul sentiero, con l’uomo ferito dai briganti. Immagino perché ci sono stato ma soprattutto perché sono attento alla descrizione e so che ci sono curve dietro alle quali qualcuno potrebbe nascondersi e sorprenderti. Entro nell’episodio e lascio che il mistero illumini la vita. Tutto questo aiuta l’incontro, aiuta la personalizzazione.
Il terzo tipo di meditazione, quella spirituale, la più alta, mette il focus su una parola e usa la sua ripetizione per entrarci, per non distrarre i pensieri. Il fatto di dire cinquanta Ave Maria non è legato alla quantità ma all’esigenza di far passare in profondità la preghiera che rivolgiamo alla Madre. La meditazione a questo livello è un processo di crescita e di guarigione, perché usciamo dalla superficialità e ci apriamo all’Incontro. Come dice un bel libro di Adrien Candiard “solo la grazia di un incontro ci rende capaci di trasformare la nostra vita”.
Il brano a cui dedichiamo la lectio di oggi è Matteo 25, 27-48
27 Voi avete udito che fu detto agli antichi: "Non commettere adulterio". 28 Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. 29 Ora, se il tuo occhio destro ti è causa di peccato, cavalo e gettalo via da te, perché è meglio per te che un tuo membro perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna; 30 e se la tua mano destra ti è causa di peccato, mozzala e gettala via da te, perché è meglio per te che un tuo membro perisca, piuttosto che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna. 31 È stato pure detto: "Chiunque ripudia la propria moglie, le dia l'atto del divorzio". 32 Ma io vi dico: Chiunque manda via la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa una donna ripudiata, commette adulterio. 33 Avete inoltre udito che fu detto agli antichi: "Non giurare il falso; ma adempi le cose promesse con giuramento al Signore". 34 Ma io vi dico: Non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35 né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del gran Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di fare bianco o nero un solo capello; 37 ma il vostro parlare sia: Sì, sì, no, no; tutto ciò che va oltre questo, viene dal maligno. 38 Voi avete udito che fu detto: "Occhio per occhio e dente per dente". 39 Ma io vi dico: Non resistere al malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra, 40 e se uno vuol farti causa per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. 41 E se uno ti costringe a fare un miglio, fanne con lui due. 42 Da' a chi ti chiede, e non rifiutarti di dare a chi desidera qualcosa in prestito da te. 43 Voi avete udito che fu detto: "Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico". 44 Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano, 45 affinché siate figli del Padre vostro, che è nei cieli, poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i malvagi, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Perché, se amate coloro che vi amano, che premio ne avrete? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? 47 E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? 48 Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli».
Siamo ancora sulla montagna con Gesù e le parole che risuonano sono queste: “Avete inteso, ma io vi dico…”. Si tratta del passaggio dalla Legge giudaica a quella dell’amore. Gesù porta a compimento la legge giudaica nel senso che va a riempirla con quella cosa che ancora manca alla legge antica, cioè l’amore. L’autorità con cui parla Gesù è pari quella di Dio che dà i dieci comandamenti. Gesù non impone leggi legalistiche, la Sua è la Buona Novella, è una Rivelazione di vita.
Versetti 27-32. Troviamo una radicalità di combattimento spirituale; vengono usate immagini davvero paradossali da non prendere ovviamente in modo letterale. Il senso è che la decisione di troncare con il peccato, va presa con decisione e senza compromessi. E’ trattato soprattutto il tema del matrimonio: Gesù sposta il focus dall’aspetto legale ad una fedeltà di cuore che eleva la dignità della donna; passa dal concetto del ripudio “facile”, legato all’adulterio, a quello dell’adulterio del cuore; è interessante al riguardo ciò che scrive Giovanni Paolo II, che trova questo tipo di adulterio soprattutto nel matrimonio perché, secondo quanto dice, quando non c’è collaborazione in famiglia, quando i compiti vengono lasciati all’altro con disinteresse, questo è già adulterio. Oltre a questo c’è la cosiddetta “cosificazione” del coniuge. Gesù ci mette in guardia su questo adulterio, e se già lo sguardo è adultero, Gesù ci dice “cavati l’occhio”, oppure se è la mano a diventare adultera ci dice “tagliati la mano”. Nei nostri tempi, ci sono i semplici messaggini che diventano fonte di adulterio, i pensieri detti in maniera intrigante… tutte modalità di adulterio. E’ così radicale Gesù, perché vuole difendere la donna, che ancora oggi, è trattata molto male, nonostante siano passati duemila anni, e vuole riproporre il disegno originale di Dio secondo cui il matrimonio è un patto d’amore, non è un contratto; la fedeltà radicale non deve essere dettata da leggi, ma basata sulla purezza del cuore e senza eccezioni. Tutti gli esegeti convergono sul fatto che quell’aggiunta, tranne in caso di concubinato (eccetto in caso di fornicazione), sia stata scritta da Matteo e non siano realmente parole di Gesù. Diciamo però che essendo questa la versione accettata della Bibbia, è comunque Parola di Dio, secondo gli usi della comunità del tempo.
Versetti 33-37. Qui si parla di giuramenti. Mentre il voto comporta un obbligo vincolante di adempiere a quanto promesso, ciò che è preso in esame qui è il parlare in sincerità, è l’invito ad una vita molto trasparente, in cui la parola è affidabile, senza inganno, senza manipolazione. Il giuramento in verità non va fatto perché nell’atto del giurare c’è già una menzogna in atto. Siamo quindi partiti da una religiosità esteriore per giungere ad una interiorità fatta di fiducia e di verità. Noi siamo inflazionati dalle parole…pensiamo a tutto ciò che ci raggiunge: sms, whatsapp, twitter, tv, pubblicità….Sono tutte parole di verità? Sicuramente no; pensiamo a quante truffe on-line, istigazioni a delinquere da parte di influencer…tutte parole gravi, sbagliate e negative che vanno molto oltre il ”si si, no no”.
Versetti 38-48. Siamo nella seconda parte del brano che ha due temi distinti. Il primo è il perdono, con la via della non violenza, quella di disarmare il male attraverso il bene; la non violenza è libertà interiore e dignità, la debolezza dell’amore è l’unica forza che può fermare il male. L’altro tema è l’amore per i nemici: Dio fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi, quindi i suoi figli sono invitati a fare altrettanto, superando i pagani e i pubblicani, come vedremo successivamente.
L’ultimo versetto, il 48 è l’apice, la cosiddetta regola aurea che parla di perfezione cristiana, che, non è moralità, è pienezza dell’amore, è abbracciare il nemico: ancora una volta parliamo di conversione, dobbiamo spezzare le catene dell’odio attraverso il perdono.
Vediamo alcune espressioni:
“occhio per occhio, dente per dente”. Si tratta di un’alternativa alla legge di Mosè. Genesi 4, 23-24 dice “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura ed un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”. E’ la legge del taglione, indicata nel codice di Hammurabi che chiede la vendetta, senza uscire dai limiti, proporzionale a ciò che ti è stato fatto; cerca in qualche modo di porre dei vincoli alla violenza. In realtà, oggi, non è ancora finita la legge del taglione…Pensiamo alle gang, e per fare un piccolo esempio, agli iter burocratici che, pur previsti dalla legge, schiacciano le persone, anche se stanno chiedendo una cosa dovuta.
C’è poi un’interpretazione di Gesù riguardo all’omicidio volta a vedere bene cosa c’è nel cuore umano. Ci dice che la violenza è insita nel cuore nell’uomo; si vede negli atteggiamenti, nei gesti, nelle parole; è una cosa animalesca che sta dentro l’uomo. Gesù vuole svelare questa intenzioni malvage che ci sono all’interno di ogni uomo. Gesù poi ci invita ad opporci al male ma non al malvagio; la prima vittima del male è proprio chi lo fa, perché è qualcuno che non sa ancora amare, sa fare soltanto del male. Invece noi amiamo il male perché lo facciamo, salvo poi odiare chi ci fa del male. Gesù ci dice che non è così: dobbiamo odiare il male e non il malvagio. Il mio odio porta odio, il mio amore può dare la libertà. L’antipatia per il peccatore svela la simpatia per il peccato: un cuore veramente libero ha la forza di farsi carico del male e di rispondere al male con il bene.
I discepoli delle beatitudini sono chiamati “costruttori di pace”, perché devono spezzare i cerchi di violenza; chi è aggredito deve rispondere con la positività, attivare una strategia attiva e inventiva di non violenza, che porti a superare il male con il bene. Tutto questo è buono e dignitoso, indica rispetto per sé stesso e per l’altro.
I Cristiani sono appunto chiamati a rispondere al male con il bene. Gesù fa cinque esempi, uno di essi è il “percuotere la guancia”. Nell’antico mondo giudaico percuotere la guancia, dare uno schiaffo, era un gesto molto offensivo. Quando Gesù riceve uno schiaffo dalla guardia che lo sta interrogando, risponde così: se ho parlato male, dimostrami dov’è il male, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti? Gesù instaura un dialogo con la guardia, un dialogo contro la violenza. Andare in giudizio per una tunica: siamo nel campo dei pegni, una violenza sociale, un’istituzione al servizio della giustizia diventata al servizio dell’ingiustizia. Gesù chiede di arrivare a rinunciare ai propri diritti a favore di chi è in necessità. “Mettetevi d’accordo mentre siete ancora per via”. Non lasciate che vi portino in giudizio. Se vi chiedono la tunica lasciate anche il mantello, perché la nudità di Cristo sulla croce è la vittoria della rapacità di Adamo. Costringere a fare un miglio: c’è la scena di uno dei film della serie “The chosen” in cui si vede Gesù e i discepoli che vengono fermati dai Romani, caricati di pesi e costretti a fare un miglio. Alla fine del primo miglio, Gesù col sorriso sulle labbra propone di percorrerne ancora un altro, mentre Pietro, irruento, arrabbiato e che borbotta, rimane del tutto esterrefatto. Questa usanza, prevista da una legge romana, si chiamava “angheria” e prevedeva, appunto il trasporto obbligatorio di merci, imposto dall’autorità, l’angherius Il termine ha assunto poi nel tempo, il significato di sopruso, vessazione e sopraffazione. Gesù sa benissimo che si tratta di un abuso ma esercitando la libera scelta disinnesca la forzatura, mette la libertà della sua anima al posto della prepotenza.
Dà a chi chiede: ambito economico. Sappiamo tutti che la cupidigia scatena la violenza ed è causa di gravi problemi economici, ma Dio dà a tutti noi una misura abbondante: una vittoria del dono sul possesso. Mentre il possesso distrugge la creazione, dare è il principio della comunione. Gesù vuole un rapporto che supporti gratuitamente gli indigenti, che spiazzi gli egoisti in modo che il proprio io non sia più ostaggio di tutte le ricchezze e diventi libero. Naturalmente questi esempi che fa Gesù noi li dobbiamo reinventare, chiedendo allo Spirito Santo che ci aiuti a trovare, volontariamente, modi nuovi per rompere i cerchi della violenza.
Amerai il tuo prossimo: il salmo 139 al versetto 21, riferendosi ai nemici di Dio dice: “Li odio con odio implacabile” e sappiamo che non c’è un odio più grande di quando si odia in nome di Dio, come si vede anche nelle nostre guerre, ma già nel Levitico si cercava di temperare questa violenza con varie esortazioni: non ti vendicherai, non serberai rancore, non coverai odio contro il fratello, amerai il prossimo tuo come te stesso; qui, per “prossimo”, si intendeva il proprio popolo, il concetto non si estendeva agli altri popoli, ma si riferiva soltanto agli Ebrei. Se diciamo che l’amore è spontaneo, l’egoismo lo è ancora di più, e quindi “amare” diventa davvero un comandamento, perché siamo bravissimi ad odiare il nemico, e molto meno bravi ad amarlo, ed è per questo che Dio ce lo ordina. Naturalmente la comprensione dell’amore sia per come la troviamo nella Bibbia ma sia per ognuno di noi avviene gradualmente, e per questo motivo dobbiamo continuamente stare sulle sue parole. Nella Bibbia si passa da un Dio forte e tremendo ad un Dio misericordioso, fino a Gesù che trasforma le lance in falci e le spade in vomeri (Isaia). L’amore deve superare ogni barriera, non è filantropia perché proviene da Dio, chi dà veramente amore è guidato sempre da Dio.
Amate i vostri nemici: questa è l’unica antitesi che non fa riferimento ad una legge. Dio non ha nemici, ha solo figli, e quindi noi siamo fratelli. Gesù usa il verbo agapao, che indica un amore che non cerca un corrispettivo, incondizionato, che non vuole una risposta, è amore e basta. E chiede che i figli del Padre siano simili al Padre e che amino nello stesso modo. In Romani 5, 6-11, Paolo dice “chi non ama i nemici, non ha lo Spirito del Signore”. L’amore non divide mai, quindi non possiamo dividere tra buoni e cattivi, perché altrimenti non sappiamo amare. Si dice “diventa quello che sei” poiché siamo figli del Padre, dobbiamo seguire ciò che fa il Padre: il Padre fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi ed anche noi dobbiamo portare questo sole, questa luce sui buoni sui cattivi, non possiamo portarla in modo unidirezionale. Ci dice: se amate chi vi ama, che merito avete? L’amore può essere gratuito o per interesse, è chiaro che l’amore per interesse non è di natura divina. I pubblicani, per esempio, amavano per interesse, i pagani, invece erano gli stranieri e non avevano il saluto shalom, ti benedico, il loro era un semplice ciao; il saluto che Gesù chiede è shalom, dare benedizioni, su tutti; viceversa siamo stranieri anche noi. La parola chiave è straordinario. Cosa fate voi di straordinario? Quello “straordinario” è il di più della legge di Cristo, ciò che supera la misura ordinaria, il buon senso, il calcolo ragionevole, è ciò che va oltre il possibile; tutto questo in una vita normale, vissuta però con un amore straordinario, dettato dallo Spirito. Se penso che Dio mi ama anche quando non sono amabile, io devo amare gli altri anche se non sono amabili. Il Cardinale Martini dice: noi amiamo per equivalenza, tanto riceviamo tanto diamo; Dio invece ama per eccedenza, ama sempre al massimo, dando tutto se stesso, però, con un amore così grande, sappiate che non si rimane indenni, si paga come ha pagato Gesù. Come Dio ha agito verso di te, anche tu devi agire verso gli altri, è la legge della reciprocità, contraria alla logica della ritorsione; la logica di Gesù è quella del coraggio della diversità. In Romani 12, 17-21 ci dice proprio “vinci il male con il bene”.
Ma chi sono i nostri nemici? E qua cade l’asino… proviamo a fare un elenco, ma poi ognuno dovrà aggiungere i suoi, quelli che sente come propri nemici, anche se pensiamo, che in fondo, non abbiamo nemici: chi mi contraddice sempre, chi trova sempre da ridire su ciò che dico e faccio, lo scocciatore, chi mi fa perdere tempo, chi mi fa perdere la pazienza, l’antipatico, quello che trovo riprovevole per i suoi comportamenti, per le sue idee, per i suoi gusti, per il disordine, perché vota un partito che non è il mio, perché tifa per una squadra che non è la mia, oppure quello che cerco di evitare, quello che non è del mio ceto, quello che non è della mia cultura, che non ha abbastanza soldi…e via di seguito, possiamo allungare la lista. Il nemico è l’altro, nella misura in cui è diverso da me. Quindi, prima di tutto, dobbiamo ammettere di avere nemici, poi individuarli, ed infine accettarli. Altra cosa importante è non pensare mai che non ci sia più niente da fare, che quella persona sia persa e che sia meglio non considerarla più. Dobbiamo, invece, cercare di smuovere le situazioni, senza fare ripicche o vendette ed essere sempre consapevoli che l’amore è più forte dell’odio. C’è un noto film che dice: “a trecento metri il nemico è un bersaglio, a tre metri è un uomo”, ma Gesù dice qualcosa di ancora più sottile: ai piedi della croce il nemico è vicino a Cristo, ed è un fratello; San Paolo così ci invita: “guarda all’all’altro come ad uno per cui Cristo è morto”. Quindi mai guardare da lontano, avvicinarsi sempre, se possibile. Questo è il comandamento che differenzia il Cristiano: cerca di vincere la paura dell’altro, di uscire dal razzismo che ci fa amare più o meno le persone a seconda di come noi vediamo la vita.
Siate voi perfetti. Parliamo di questa perfezione. “Perfetto” sta per compiuto, finito. Luca usa il termine misericordioso. Un’equazione è stata usata dalla Chiesa per molto tempo: amare di più =(uguale) essere perfetti. Non è vero. Essa ha portato tutta una sere di moralismi, che non vanno affatto bene. E’ come dire se prendo buoni voti sono un buon figlio. E se non li prendo? Sono fuori? Ma Dio non manda fuori, Dio trattiene, Dio ci tiene vicino. Sappiamo, dalla Sapienza, che nessuno è perfetto, e l’ottimo è nemico del bene, quindi bisogna essere perfetti come è perfetto l’Agnello sacrificale; essere perfetti richiede sacrifici.
L’amore che Gesù ha preferito è stato quello dei peccatori, dei più fragili, Lui vuole dei gesti semplici, basta un bicchier d’acqua, essere perfetti vuol dire “vedere il bisogno dell’altro” non serve fare chissà quale miracolo, non siamo predisposti per questo! Quel che ci è richiesto non è un amore divino, ma umano. Il Vangelo non è un racconto epico, e neanche a lieto fine, ma è un amore trafitto, crocifisso, non capito, non corrisposto, è fatto di lacrime e di sconfitte, quindi tutt’altro che perfetto! Se noi insegniamo la perfezione, sbagliamo, perché l’amore cristiano è un amore di natura umana, deve essere imperfetto ma teso al fare. La perfezione del Padre? E’ la misericordia. La perfezione è permettere a noi stessi e agli altri di sbagliare perché sbagliando s’impara e si fa un passo in più. Nell’Antico Testamento, si diceva “siate santi, come io sono santo”. Gesù non dice questo, non parla mai di santità, perché già c’erano tutte le leggi sulla santità e le persone non possono, normalmente, seguire tutte queste leggi; Gesù parla di perfezione del Padre, come cerca di esserlo un papà verso gli altri. Ricordiamo l’episodio del giovane ricco a cui Gesù chiede: vuoi essere perfetto ? “Lascia tutto e seguimi”. Ecco cos’è la perfezione del Padre.
Ecco, dopo queste riflessioni, ci troviamo ancora sulla montagna; da beati e felici con le beatitudini, siamo diventati un po’ sgomenti. Ci diciamo che ci accontentiamo di essere un po’ meno che santi, siamo brave persone, rispettiamo gli altri sempre che rispettino noi, e andiamo avanti così…Ma questo non è essere cristiani, perché il cristiano viaggia tra fragilità e misericordia.
Tre domande per le nostre riflessioni:
- Che cosa ho scoperto dentro di me che devo ancora perfezionare?
- C’è qualcuno che abbiamo il diritto di non amare?
- Chi sono i miei nemici e quali passi devo fare per amarli?
Seguono alcune riflessioni conclusive di don Gianni. “Avete inteso che fu detto, ma io vi dico”. In questo tempo siamo perfetti imitatori del Cristo nel senso che facciamo da soli la nostra morale. E’ difficile che oggi qualcuno chieda se una cosa è giusta oppure no, che si confronti con il Vangelo per capire qual è la strada. Siamo tutti molto bravi a costruire i nostri castelli in aria e per questa ragione non c’è più un sistema di regole condiviso. Dobbiamo riflettere su questo, ma ragionando del cambio di paradigma morale che é una cosa diversa dal relativizzare, ci rendiamo conto che oggi non c’è più un assoluto, un riferimento e ognuno costruisce il proprio orizzonte etico. Spesso è assente un orizzonte etico e la fede si limita agli atti di devozione in Chiesa mentre poi ognuno gestisce come vuole la propria vita. Non si riconosce il valore di una cosa perché ha un’incidenza, perché appartiene a un reale, perché dà corpo. Viviamo senza conseguenze, le sfuggiamo e siamo bravissimi ad evitare coinvolgimenti, a fare “prescindendo da”, viviamo di buone intenzioni, ma non ci mettiamo in gioco davvero, semplicemente perché non abbiamo il tempo di farlo. Il nemico della crescita e delle relazioni, oggi è il tempo, ci impedisce di avere una progettualità e quindi di avere una consistenza.
Molti fatti di cronaca ci fanno pensare che non c’è più la percezione di quel valore sommo che prima sentivamo, la vita, il valore della persona. Questo vale per i rapporti con gli altri e anche per i rapporti verso sé stessi; l’aumento importante dei suicidi ci parla della mancanza di considerazione verso la vita. Noi siamo cresciuti sapendo che il valore della vita era quello più grande e niente contava di più; di fronte al valore della vita ci si fermava. Oggi siamo incuranti dell’incolumità dell’altro e se viene meno questo valore viene meno l’uomo. Non c’è contezza che comunque sia, la vita dell’altro, per me, vale.
Solo due mesi fa il nostro capo di Stato Maggiore dell’Esercito ci diceva che dobbiamo imparare a convivere con una conflittualità molto più importante di prima e permanente. Abbiamo vissuto tutta una lunga stagione di assenza di conflitti, ma oggi siamo entrati in un altro tipo di situazione. Di fronte a questo cambiamento dobbiamo rieducare noi stessi alle avversità, a ciò che ci mette in gioco ed essere in grado di reagire non con la paura, con la rabbia, ma con la capacità di stare nella controversia che, in effetti, non abbiamo. Dobbiamo imparare a gestire posture, atteggiamenti ai quali non siamo abituati, anche semplicemente nel dibattito, nella condivisione delle idee; non riusciamo più a fare il ragionamento filosofico e pacato di prima, ci spariamo addosso; dobbiamo avere la capacità di non lasciarci condizionare, e vedere l’avversario, l’altro, non così brutto come sembra perché, forse, dice delle cose che potremmo anche condividere. Dobbiamo imparare a leggere la storia in modo meno emotivo di quanto stiamo facendo ed essere capaci di una serenità che viene fondamentalmente da una fedeLectio Divina
Domenica 22-2-2026
Matteo 17, 1-13 – I° Quaresima (Gioia è stare con Gesù)
Riprendiamo la nostra lectio con le note sulla meditazione: ricordiamo che ce n’è una intellettiva, una immaginativa, empatica, in cui stiamo dentro a…, e ce n’è una spirituale in cui mi immedesimo, immagino, sono io il paralitico del brano evangelico.
Ed ora un passaggio sul frutto della meditazione: il discernimento, capire chi siamo, come siamo; se vogliamo, si tratta di qualcosa tipicamente quaresimale,.
Secondo un libro di Marko Ivan Rupnik, il discernimento e la meditazione che lo produce, serve a seguire Cristo, a capire, tra le diverse strade, quella che è importante; serve a smascherare le illusioni da un lato, e ad orientarci al realismo, alla verità di Cristo dall’altro. In fondo questo già ci parla delle due fasi del discernimento che corrispondono alle due fasi della Quaresima, quella purificativa prima e infine quella creativa, perché lo Spirito Santo ci accompagna alla novità della vita (euanghélion), buona novità. Rupnik dice ancora che la persona è un organismo, non uno schema e dunque le due fasi non sono necessariamente separate ma hanno dei confini che in qualche modo possono anche filtrare l’uno nell’altro. Oltretutto il Maestro comunica non in modo astratto, teorico, ma attraverso i fatti, gli eventi, i gesti, i vissuti della nostra vita, in modo che noi possiamo sperimentare, gustare, vivere una realtà.
Oggi trattiamo il Vangelo della Trasfigurazione, Matteo 17, 1-13.
1 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». 6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». 8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
10 Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11 Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12 Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro». 13 Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.
In ogni Quaresima, come sappiamo, il primo Vangelo è il deserto, le tentazioni, mentre l’altro è la Trasfigurazione; sono i due momenti fondamentali che precedono la Pasqua.
Dividiamo il passo in quattro parti: i primi due versetti hanno a che fare con ciò che accade…”Si trasfigurò…” Enzo Bianchi dice: “Fu trasformato nell’aspetto”, a significare che non è Lui a compiere questa azione.
I versetti 3 e 4 fanno parte di un dialogo in cui ci sono Mosè, Elia e interviene Pietro.
I versetti 5 e 6 introducono il protagonismo del Padre che richiama quanto detto al Battesimo del fiume Giordano.
I versetti 7 – 9 riguardano la discesa dal monte e l’imposizione a non dire nulla.
Ci concentriamo su una domanda iniziale: quale trasfigurazione mi mette davanti il Padre in modo che la mia vita, o le persone che mi stanno accanto, o il mondo cambi aspetto?
Il Capitolo 17 di Matteo viene dopo il capitolo 16, capitolo fondamentale, posto esattamente alla metà del Libro, nel quale troviamo la professione di fede di Pietro, in sostanza la Rivelazione che Gesù è il Cristo, l’annuncio della Passione e la dura risposta di Gesù a Pietro che si oppone al sacrificio della croce "Va' dietro a me, Satana…”
Il Capitolo 16 ci propone un Gesù in movimento, anche geografico, oltre che spirituale; si allontana dal Lago di Tiberiade per spostarsi verso Nord. Il capitolo 17 comincia con un riferimento temporale “sei giorni dopo…” Potrebbe essere dopo l’annuncio della Passione, oppure sei giorni dopo il giorno dell’espiazione Yom Kippur, quando veniva la festa delle Capanne…in ogni caso il riferimento temporale ci interessa perché racconta una storia, non è generico; così come il monte, che non è uno dei tanti, è il luogo della Presenza, del Riconoscimento; il Tabor, il Getsemani, il Monte Nebo, il Sinai; tutto quello che ha a che fare con Dio e che si comprende di Lui accade in alto, in una condizione di distacco “…li portò in disparte..”, “… loro soli…”. A significare che finché siamo immersi fino al collo nei nostri giorni è sicuro che non capiremo granché, dobbiamo in qualche modo distanziarci da…Nelle esperienze di pre-morte raccontate da chi è tornato indietro c’è proprio questa postura, di chi vede sé stesso ma in qualche modo è riuscito a prendere misura di sé.
Che cosa succede sul monte? Succede che Gesù si trasfigura: metamorpheo in greco, cambia d’aspetto, che non vuol dire che diventa un altro o assume una forma diversa. Questo verbo compare soltanto quattro volte nella Scrittura ed è sempre al passivo, a significare che l’iniziativa parte da altrove. Altri due particolari rispetto a questo primo paragrafo: il numero sei richiama Genesi; dei sette giorni della creazione, il sesto giorno è quello in cui viene creato l’uomo ed il sei, nella matematica biblica è il segno dell’imperfezione, a differenza del sette, il numero perfetto simbolo dell’infinito. Altro numero, tre, Gesù prese con sé, cioè dentro una compagnia, Pietro, Giacomo e suo fratello Giovanni che sono tre, le tre colonne della Chiesa. I tre sono presenti in alcuni momenti particolari, come quando Gesù ridà la vita alla bambina, talitha kum, o quando Gesù piange nell’orto, la notte prima della Sua Passione e loro tre dormono.
Secondo paragrafo, il dialogo: “ed ecco furono loro mostrati in visione, Mosè ed Elia mentre conversavano con Lui”. Sono simbolo della legge e dei Profeti, ossia di quelli che, in qualche modo, invece, in Gesù, nella Sua carne, diventano realtà; la Legge e i Profeti erano promessa e Lui dà compimento, attua, rende reale.
Nel capitolo 7 di Matteo, al versetto 12, parlando della regola d’oro, “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e fagli quello che vorresti fosse fatto a te”, Gesù dice che quella è la Legge e i Profeti, cioè che tutto si riduce all’amore. Pietro richiama la tradizione della festa delle capanne, ma forse richiama anche la tenda del convegno, in cui Jahvè parlava nel deserto, in cui la nube divina si posava, in cui Israele capiva ciò che doveva fare, in cui Mosè consultava i suoi; le capanne sono il segno, il desiderio di una stabilità. Pietro ha capito che ha a che fare con qualcuno che vale e vorrebbe stare sul monte, non vorrebbe andarsene; é come quando abbiamo l’estasi e non siamo più interessati ad altro e invece, ahimè, dobbiamo tornare a valle. La cosa interessante che Pietro non ha compreso è che non c’è più bisogno di fare capanne con Gesù, perché nello Spirito dell’Incarnazione Lui è già nel nostro cuore; è la nostra carne la capanna alla quale Lui accede. Questo ci richiama una cosa importante, presente in tutta la Bibbia: il desiderio di vedere Dio “Mostrami il Tuo volto”; ma quando Elia vorrebbe incontrare Jahvè nella grotta, riconosce che non è possibile vedere Dio faccia a faccia; non possiamo presumere di darci conto del mistero dell’altro e questo vale anche per le persone: chiunque crede di aver assunto l’altro e di averlo compreso a perfezione in realtà non ha capito nulla; la tentazione di oggi è quella di salire sul pinnacolo del tempio. Noi possiamo solo rispettare l’altro, riconoscerlo, riprenderne la diversità ma mai credere di omologarlo. Jahvè dice ad Elia “Ma io passerò e tu mi vedrai di spalle”, bellissima espressione per dire che noi ci accorgiamo di qualcuno, della sua presenza, quando ne comprendiamo la portata, quando, guardando alle conseguenze, capiamo il senso. Gesù dirà “beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete”, perché molti hanno voluto vedere e non hanno visto. Geremia dirà, in un passo bellissimo “Dio era là e io non lo sapevo”. Il riferimento è alla seconda tentazione di Gesù nel deserto, quando l’Avversario gli dice di andare sul pinnacolo del tempio. Le tentazioni hanno a che fare col potere. Possiamo presumere di aver compreso l’altro. Quante volte diciamo “te sei così”, ci facciamo rappresentazioni di qualcuno che, invece, potrebbe ancora sorprenderci, che rimane sempre mistero perché è radicalmente diverso dalla comprensione che io posso avere. Possiamo comprendere qualcosa di lui dalle conseguenze, da come si muove: se non mi guardi, vuol dire che sei arrabbiato, se mi dai la mano, esprimi prossimità: è questo vedere Dio di spalle. Noi non ci accorgiamo mai di Lui direttamente, ma dopo.
Nella terza serie di versetti (5-6) c’è la nube luminosa, quella che nel deserto era dietro, davanti, sulla tenda del convegno (Esodo 40, 34), quella che c’era al Battesimo di Gesù al fiume Giordano. Le parole sono le stesse “Questi è il Figlio mio prediletto, amato, in Lui ho riposto la mia benevolenza, ascoltatelo”. Andare dietro a Lui è una questione di attenzione, di affidamento in ragione di una Parola che convince. Mettiamo questo in parallelo con ciò che dirà dopo, quando ordinerà di non rivelare la visione a nessuno. Il segreto messianico é una delle costanti dei Vangeli, il Maestro ci indica qual è il destino ma, in qualche modo, non si può pensare di prefigurarlo perché l’imprevedibile è sempre dinnanzi. Papa Francesco dirà che tutto il movimento spirituale si gioca in due tempi: la salita al monte e la discesa a valle. Un riferimento interessante potrebbe essere anche quello alla luce: sappiamo che in Genesi Dio crea la luce il primo giorno; il sole, la luna e le stelle il quarto giorno. E questo significa che la luce non viene dal sole, il sole è creato dopo, la luce c’è da prima. Un parallelo comprensibile potrebbe essere il fatto che i colori spiegano la luce e non è la luce che spiega i colori: è uno dei modi per dire come si vede Dio di conseguenza.
Ultimi tre versetti: la discesa. Dal 7 “Allora Gesù si avvicinò e, toccandoli, disse: «Alzatevi, smettete di avere paura». Il gesto di toccare indica la presenza, è il contatto che dà salvezza, é il fatto di non sperimentare che sono solo, di percepire che c’è un’altra carne, che mi dà la possibilità di non avere più paura; ho timore quando non c’è qualcuno che mi prende per mano. Gesù rimane solo, non ci sono più Mosè ed Elia in quanto testimoni che servono e Lui riporta a valle, al reale, alla fatica, all’imperfezione coloro che stavano sul monte e li invita a far riferimento a quella che chiama esplicitamente visione. La visione è Gesù Cristo “glorioso” quando noi invece, lo vediamo crocifisso. Il riferimento che Lui dà è che bisogna attendere per parlarne, quando sarà risorto dai morti, quando ci sarà una trasfigurazione, una forma nuova dell’Essere, del Figlio dell’Uomo. E ciò perché la nostra tentazione altra, sarebbe di volere la gloria senza la croce, invece la croce c’è ed è l’unica strada. Passiamo tutta la vita a cercare alternative, a cercare altre strade. Dunque Gesù rimane solo, tornerà a stare con altri due proprio sulla croce, su un altro monte dove al suo fianco non ci saranno più Mosè ed Elia ma due briganti, i due ladroni.
Alcune riflessioni conclusive:
bisogna vivere imparando l’arte di muoversi, non stare fermi sul monte o dietro le apparenze; la nostra è una vita fatta a cipolla; per entrare nella profondità bisogna attraversare gli strati, imparare a volare verso altri sguardi e far dialogare gli eventi perché dietro quello che può sembrare il fallimento, dietro quello che Pietro rifiuta, magari c’è la bellezza.
Alcuni passi di riferimento:
Romani 12, 2: non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.
Matteo 13, 43: allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!
La trasfigurazione è una questione di profondità, non di altezza e quindi, è come un andare più dentro. Perché Mosè ed Elia? Perché secondo la tradizione, di Mosè non s’è trovata la tomba, è uno di quelli che ha vissuto il mistero della resurrezione; e di Elia si dice, secondo il Libro dei Re capitolo 2 versetto 1, che salì nel turbine e che, quindi, nemmeno lui vide la corruzione del sepolcro, così come non la vide Maria che fu affidata a Giovanni. Questo accettare la complessità che è dietro la riflessione sulla trasfigurazione potrebbe anche avere a che fare con lo stare di Maria, diverso da quello di Pietro, perché Maria ai piedi della croce, come dice il racconto, stabat mater. Il libro secondo di Maccabei, al capitolo 2 versetto 7 dice del luogo in cui sono nascoste la tenda e l’arca, “che deve restare ignoto finché Dio non avrà riunito la totalità del popolo”.
Salmo 27: “il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?” è l’ultimo riferimento biblico. Skenè in greco, in ebraico Shekinah, sono le capanne, la gloria di Dio, la tenda del convegno… ci domandiamo, dunque, quali sono le trasfigurazioni che Dio mi mette sulla strada; questo episodio, infatti, accade proprio alla metà del percorso; vuol dire che dopo c’è un sequel e via così.
Nella nostra ultima riflessione ci fermiamo a ragionare sul fatto che la Voce di Colui che è Padre dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo; è il Figlio Mio prediletto”; l’altro sinottico dice “In Lui ho posto la mia benevolenza”. E’ il riconoscimento che la nostra umanità è raggiunta da una benevolenza, quella di Dio; che in Gesù, quello che noi pensiamo sia la nostra carne, il nostro limite, è comunque nel segno positivo, generativo di un’affezione, di un amore. Se fossimo capaci di vedere i nostri giorni feriali con questa lente, saremmo meno afflitti, se potessimo vedere la povertà dell’altro con questo sguardo, gli daremmo meno addosso, sentiremmo un grande conforto.
Lectio Divina
Domenica 08-3-2026
Matteo 26, 36–46 III° Quaresima (Il frantoio per l’olio)
36 Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani e disse ai discepoli: «Sedete qui finché io sia andato là e abbia pregato». 37 E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a essere triste e angosciato. 38 Allora disse loro: «L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me». 39 E, andato un po' più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi». 40 Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare con me un'ora sola? 41 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 42 Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò, dicendo: «Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». 43 E, tornato, li trovò addormentati, perché i loro occhi erano appesantiti. 44 Allora, lasciatili, andò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le medesime parole. 45 Poi tornò dai discepoli e disse loro: «Dormite pure oramai, e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina, e il Figlio dell'uomo è dato nelle mani dei peccatori. 46 Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Siamo nell’orto dei Getsemani, letteralmente frantoio. Ci troviamo infatti ai piedi del Monte degli Ulivi dove, appunto, era posto il frantoio. Non è un luogo casuale, Gesù è “torchiato” in questo luogo e la Sua umanità è portata al limite estremo. E’ l’ultima notte di Gesù e la notte è il simbolo del tempo in cui non c’è più nulla da fare, in cui non è più possibile porre rimedio; l’unica cosa che si può fare è affidarsi a Dio e confidare in Lui. Ci sono tre grandi notti nella Bibbia: la prima è la notte della creazione, c’è il caos e Dio fa nascere da sé stesso il mondo, portando poi anche la luce; la seconda è sempre in Genesi, ma al capitolo 32, quando l’uomo lotta con Dio e scopre il suo nome nuovo, scopre il suo destino, scopre anche la sua vera essenza, quella di lottare con Dio. E questa è la terza, la notte dell’agonia; Dio, in questo caso dona un Suo nome nuovo, quello di Padre: Gesù, infatti lo chiamerà “Abbà”. Nei Getsemani la notte diventa preghiera, solitudine, delusione, cattura, giudizio, calvario, eclissi, una notte lunghissima; è la notte della vecchia creazione che precede l’alba del giorno nuovo: Gesù. L’ora è quella della salvezza perché Gesù, torchiato, fa uscire da sé l’olio nuovo, un olio d’amore che è più forte della morte. L’ora della salvezza arriva proprio quando c’è la Pasqua, il passaggio dalla propria volontà a quella di Dio ed è così per tutti noi: l’ora della salvezza è quella in cui ci abbandoniamo a Dio. E’ giunta l’ora in cui il Figlio dell’Uomo viene dato nelle nostre mani, perché tutti siamo peccatori. Il protagonista è Gesù con tutta la Sua umanità, così come co-protagonisti sono tutti i discepoli, con la loro umanità, anche se non parlano.
Il contesto
Dal cenacolo al Monte degli Ulivi. Il cenacolo è l’ultima casa in cui sta Gesù. E’ il giovedì santo; gli Ebrei hanno preparato la Pasqua e anche Gesù ha festeggiato. Pensiamo di essere tra i discepoli: stiamo uscendo dal cenacolo dietro a Gesù; siamo un po’ ubriachi ma anche un po’ sconvolti perché Gesù ha dato il Suo pane e il Suo vino, cioè il Suo corpo e il Suo sangue, ha pronunciato quelle parole difficilissime, incomprensibili…
Il centro del messaggio
“Dimorate qui e vegliate in me”: dimorare in Gesù e tenere gli occhi aperti.
Esegesi del testo:
36 Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani e disse ai discepoli: «Sedete qui finché io sia andato là e abbia pregato». 37 E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a essere triste e angosciato. L’abbiamo sperimentato anche noi; nei momenti più difficili vogliamo avere vicino le persone care, quelle che ci possono dare un conforto e così è per Gesù: prende con sé i suoi discepoli e li lascia in un punto; poi, tra loro, come noi, sceglie i tre più amati per condividere il suo ultimo cammino. Ciò perché dentro di noi c’è un forte desiderio di comunione ma anche di solitudine, vogliamo stare nella nostra prova, nel nostro dolore. Ai discepoli dice di sedere “qua” mentre va a pregare “là”. Ai tre prescelti, invece, chiede di andare con Lui. Sono i testimoni del Tabor, infatti solo chi ha visto la gloria di Dio può sopportarne la tristezza e l’angoscia; per gli altri è molto più difficile, solo chi accompagna nella gioia può accettare la sofferenza.
Cerchiamo di vedere nel profondo Gesù e le sue emozioni. Vedremo come si rapporta nella prova, sia con i discepoli che col Padre. In psicologia per emozione si intende una risposta intensa ad uno stimolo o ad una situazione. Vediamo insomma come reagisce Gesù. Nel film “Il nome della rosa”, il monaco cieco, citando San Grisostomo dice che Gesù non abbia mai riso. Ma ciò non è assolutamente vero, non corrisponde all’umanità di Cristo; secondo la Gaudium et Spes il Figlio dell’uomo ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo; Egli si è fatto del tutto simile a noi fuorché nel peccato. I Vangeli ci danno sempre un ritratto umano di Gesù, è una persona capace di gioire, di piangere, di commuoversi, di arrabbiarsi, di indignarsi, di amare e quindi sentirà anche l’angoscia e la tristezza. In greco la parola “angoscia” vuol dire sazietà, una sazietà talmente intensa da portare alla nausea, perché si è pieni di vuoto, si ha nausea della vita e della morte perché ingiusta, senza senso. Gesù sperimenta tutto questo e oltre a ciò sperimenta qualcosa che noi non possiamo sperimentare: la nausea di essere abbandonato dall’uomo; Lui, come Dio, è abbandonato dall’uomo. Tristezza e angoscia sono due sentimenti propri dell’uomo e Gesù li sperimenta davanti ai suoi amici addormentati, ha davanti un Padre che non emette nessuna voce. Mentre sul Tabor il Padre aveva parlato, adesso tutto tace. Gesù scopre la debolezza delle promesse di Dio, perché Gesù è il Messia, questa è la Sua promessa, la Sua missione.
Troviamo Gesù in tutte le nostre notti: la notte della violenza, la notte dell’ingiustizia e la notte della morte. E come noi, Gesù alza il Suo grido a Dio: o Dio, perché mi hai abbandonato? Gesù insomma, non è un eroe che disprezza la vita, è il Re della vita, Colui che dà la vita, quindi è triste perché l’uomo gli dà la morte. Ancora oggi noi diamo la morte, in ogni peccato e in tutta l’indifferenza dei nostri tempi e del nostro mondo.
Dice : Sediamoci qui, e dimoriamo qui. Dobbiamo mettere la nostra dimora nella Passione che Dio ha per il mondo e aprire gli occhi al male che c’è nel mondo, perché in quel male troviamo il volto di Dio, solo dove c’è il prossimo che soffre troviamo il vero volto di Dio.
E ancora: L'anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me. E’ più facile il suicidio che il vivere così; morire è nulla rispetto al nulla che si sente in certe prove. E’ triste fino alla morte, non vede la luce, Lui che è Dio. Stare svegli, guardare, non è facile, è più facile chiudere gli occhi, è più facile fare finta che il male non ci sia, girarsi dall’altra parte e dire “a me non tocca, cosa m’importa? Meno male che non riguarda me”. E invece bisogna guardare il male negli occhi, prima di tutto riconoscerlo, perché la salvezza è presente proprio in ogni perdizione: il Salmo 46 versetto 11 recita “Fermatevi e sappiate che io sono Dio”
E, andato un po' più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Adamo è stato creato figlio di Dio e abbandona il Padre. Gesù, invece, che è figlio di Dio, si sente abbandonato anche dal Padre e per risposta, si abbandona e dà tutta la Sua fiducia al Suo Abbà. Molte volte – si dice nella Bibbia – Gesù si ritira sul monte degli Ulivi o in disparte a pregare; ora è lì con i Suoi discepoli. I discepoli siamo noi, è a noi che sta chiedendo di vegliare, e pregare per cosa? Pregare per non cadere in tentazione e le tentazioni sono quelle del deserto: non mettere il nostro ego al centro del mondo, perché così facendo ci disconnettiamo dagli altri, dal Creato. E invece Gesù cosa fa? Si connette addirittura con la terra, si prostra e chiama Dio “Abbà”.
Passi oltre da me questo calice! Vuol dire “allontanami dal male che il mondo vuole”. Il calice è ciò che contiene tutta la tragedia dell’umanità. Gesù non ha mai voluto questo calice, non tanto per paura, ma perché non ha mai fatto del male; non vuole accettare quel calice che invece ognuno di noi, prima o poi, accetta. Purtroppo si trova immerso in questo calice e quindi prende su di sé il male dell’innocente totale, quello che potrebbe subire un bambino appena nato. In questo momento, decisivo per la Sua missione, Gesù forse, si domanda se ha fallito, chissà…avrà avuto questo pensiero e probabilmente si chiede, in modo molto umano, se tutto finisce così, quali siano le promesse del Padre e a cosa è servito il Suo vivere. Di fronte alle Beatitudini, cosa sono queste sofferenze? E quindi, non meravigliamoci, se noi, di fronte alle prove, ci disperiamo, sentiamo tristezza e angoscia, rabbia, risentimento. E’ del tutto normale! Sono gli uomini che costruiscono le croci e infliggono sofferenze al Creato. Gesù non sta chiedendo l’immunità dal male, ma sta chiedendo di non diventare male per gli altri, di non ribellarsi. La radice di ogni male è l’uomo, la sua volontà e il suo ego. Aggiunge però “Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi”. Gesù è il primo che riesce a compiere totalmente la volontà di Dio vincendo anche la paura; agisce da figlio ubbidiente e pur sapendo che il calice della sofferenza non Gli viene da Dio, lo accetta dalle Sue mani. In Gesù che è vero uomo c’è la debolezza della carne e come tutta l’umanità sperimenta paura ed esitazione, ma in Gesù c’è anche la guida dello Spirito, per questo è coraggioso e disponibile. Ugualmente, in ogni uomo ci sono queste due dimensioni, tutti abbiamo questa lotta dentro di noi: la lotta tra donarci, abbandonandoci alla volontà del Padre e la lotta di sottrarci, cercando un’altra via. Abbiamo paura, è questa la lotta che si chiama agonia, la lotta tra la volontà del Padre e la nostra.
Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare con me un'ora sola? 41 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 42 Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò. Per tre volte Gesù prova con i discepoli e per tre volte li trova addormentati, gli occhi si appesantiscono quando c’è paura; i discepoli, in fondo sono rimasti scioccati dalle parole di Gesù, non capiscono cosa sta succedendo. Nello stesso modo gli occhi dell’umanità si appesantiscono di fronte al male. Per Gesù la ricerca di comunione rimane delusa. Anche nella nostra vita cerchiamo di dormire, ma Gesù viene a svegliarci tante volte, portandoci piccoli risvegli di coscienza che ci fanno capire e ci fanno andare avanti sulla strada verso Dio. Riusciamo così a capire quanto Dio ami questo mondo e anche ad avere la forza di pregare per essere nutriti da Dio. Nella prova, in realtà, si entra da soli, ma è molto importante sapere che abbiamo un fratello vicino, un amico, una persona cara. Il fratello, anche se non toccato dalla nostra prova, deve rimanere sveglio, non per consolare o dare consigli, semplicemente per “restare”, restare accanto, così come farà la Maddalena, e la Madre ai piedi della croce (stabat mater). Viene detto per quattro volte che Gesù prega e com’è la Sua preghiera? E’ umile, faccia a terra, è una preghiera arrendevole. Ma nel momento in cui Gesù si arrende, in cui tutti ci arrendiamo ad una volontà che è scomoda, ritorna in noi la serenità, il coraggio e la determinazione ad andare avanti.
Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà». 43 E, tornato, li trovò addormentati, perché i loro occhi erano appesantiti. 44 Allora, lasciatili, andò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le medesime parole. Gesù deve bere questo calice fino in fondo. La traduzione sarebbe questa: “se è necessario che io stia coi miei fratelli fino alla fine, perché tu Dio li ami, e vuoi che io stia qui, allora sia fatta la Tua volontà”. Con queste parole e questa volontà Gesù assorbe su di sé tutta l’iniquità del mondo e la risana, perché la salvezza è l’amore più grande della morte. Gesù, accettando questo amore che lo porterà alla morte, accetta anche la salvezza per ogni uomo.
45 Poi tornò dai discepoli e disse loro: «Dormite pure oramai, e riposatevi! Dopo aver guardato nel profondo delle nostre notti, noi finalmente possiamo trovare riposo, il riposo che ci è stato dato con la forza e la tranquillità che ci viene dallo Spirito. Non siamo più terrorizzati dalla malvagità del mondo, abbiamo incontrato il Signore della vita e quindi sappiamo che saremo forti e avremo la possibilità di andare avanti.
E’ giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. 46 Alzatevi, andiamo. Risorgiamo! Dobbiamo camminare verso la via del Regno di Dio, e dov’è questo Regno? Il Regno è nella consegna: Gesù che si consegna a chi lo tradisce. Il tradimento è un gesto puramente umano, mentre la consegna diventa un gesto divino; se riuscissimo a consegnarci avremmo la divinità in noi.
Da chi viene consegnato Gesù? ecco, colui che mi tradisce è vicino. Quando nella Bibbia si trovano i cosiddetti passivi teologici, il soggetto è sempre Dio; quindi Gesù sa profondamente che la Morte e la Passione, pur facendo parte del piano di Dio provengono dagli uomini: sono loro a volerlo uccidere. E’ consegnato agli uomini: Giuda, Anna, Caifa, Pilato, Erode, ancora Pilato, la folla, i soldati. Ma in questo momento è nei Getsemani, e quindi si è consegnato alla volontà del Padre; non è ancora in balia degli uomini, la sua è proprio una decisione di obbedienza al Padre. Viene in mente la legge dell’angheria: “fai un miglio con me; no, ne faccio due”. Il significato è lo stesso: Gesù è consegnato e va fino alla fine, non si ribella. Alzarsi, proseguire il cammino e obbedire al Padre sono i tre verbi di Gesù e i tre verbi di noi discepoli, anche di fronte ad un male che ci sembra insormontabile o ingiusto. Tutta la nostra vita e quella del mondo è un intreccio tra la volontà del Padre e la nostra volontà. Quando le due volontà coincidono, il mondo è in pace, la terra diventa cielo, il luogo della bellezza, ma è difficile che si realizzi questa condizione, e comunque, quando siamo nelle nostre prove, nei nostri Getsemani, nei nostri frantoi, dobbiamo proprio cercare di vivere la comunione con il Padre, anche se in modo sofferto ed incerto; è cosi che la terra diventa cielo.
Di seguito tre domande-spunto per le nostre riflessioni:
- Gesù si ritira a pregare di notte, sia nel trionfo che nell’angoscia. Noi viviamo le nostre notti (traumi, difficoltà) come un limite, che ci intrappola e ci fa cadere oppure con il Padre che ci fa risorgere?
- Siamo coscienti che come cristiani siamo chiamati a farci salvezza per gli altri e a pregare il Padre per accompagnare il nostro prossimo?
- Siamo capaci di sentirci figli anche se non ci sono consolazioni o illuminazioni? Proprio quando abbiamo paura?
Qualche riflessione conclusiva di don Gianni
A partire da questo brano abbiamo due collegamenti con il Vangelo di oggi: il primo è il riferimento all’ora; “è giunta l’ora”, quella che drammaticamente ci sorprende sempre quando arriva, perché facciamo di tutto nella vita per distanziarla. Nel Vangelo di oggi ascoltiamo quell’affermazione radicale di Gesù che dice alla donna samaritana: “Credimi, donna, viene l’ora…ed è questa, nella quale i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità.”
L’altro collegamento è il riferimento alla parola “volontà”. “Mi accingo a fare la volontà del Padre mio, dice Gesù agli apostoli stupiti, come dire, ciò che mi nutre è un compito, una mission, che ha a che fare con questa volontà, una volontà di salvezza, volontà di non escludere samaritani, giudei, tutti. Invece nel passo che abbiamo ascoltato “sia fatta la tua volontà, non la mia, in realtà l’accento di Gesù è non tanto sul “tua”, ma sul “sia fatta”, si compia, diventi reale, non sia solo parziale.
Una riflessione va alle tante persone sante conosciute che avevano una grande paura del morire; spesso questa cosa si associa a quelli che potremmo chiamare scrupoli, al fatto che le persone ripensano a peccati commessi da giovani come se quei peccati non fossero mai stati perdonati; ciò perché noi, sempre, ci sentiamo inadeguati e deficitari.
Ancora una riflessione sul sonno, a volte frutto della stanchezza che ci portiamo sulle spalle. Ma c’è il sonno di buona parte della gente che, come diceva Papa Francesco, “sta sul divano”, seduta sulla cattedra di Mosè, come gli scribi e i farisei. Invece di prendere spinta per andare avanti, “sta” lì. Fa impressione, in questo tempo il sonno della Chiesa; di fronte a gente che ha bisogno di sentirsi rassicurata, ha gli occhi chiusi, non veglia, non s’accorge di quello che succede...
Un altro riferimento alle ultime parole di Gesù. Sappiamo che uno dei libri più belli che ha scritto Giovanni Paolo II intorno alla fine del suo pontificato, porta proprio quel titolo “Alzatevi, andiamo”. I più vi hanno letto una sorta di testamento, di presa in mano di coraggio.
Un’ultima condivisione già fatta con tante persone, riguarda il fatto che viene un tempo, in cui invece di rifiutare la croce, la assumi, la fai tua e, nella misura in cui sei tu che in qualche modo la scegli, non la eviti più; succede che sei capace di attraversarla, perché hai trovato una ragione per la quale davanti a te, ci sta questa cosa fallimentare, improponibile che è il venir meno. Ma non c’è fretta…
Lectio Divina
Domenica 22-3-2026
Matteo 26, 57-68 – V° Quaresima
(Un velo di menzogne nasconde la deità di Cristo)
57 Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58 Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
59 I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; 60 ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni. 61 Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni». 62 Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 63 Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». 64 «Tu l'hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo».65 Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66 che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». 67 Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, 68 dicendo: «Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?».Contesto
Siamo al punto in cui Giuda si allea con i capi del popolo contro Gesù. Perché? I capi del popolo hanno paura di perdere il loro potere e ordiscono trame perché Gesù deve sparire. Giuda da parte sua vorrebbe seguire la sua idea di liberazione del popolo d’Israele, prendere le armi e combattere, ma Gesù non corrisponde alla sua idea; Gesù ha chiamato “amico” Giuda e ha intimato ai suoi discepoli di non ribellarsi a tutto ciò che sta accadendo. Quindi, anche per Giuda, Gesù deve sparire: in verità Giuda non lo vuole morto, vuole semplicemente che sparisca dalla scena.
Gesù viene arrestato di notte e i suoi discepoli si disperdono. Questo particolare della notte è importante, perché, per legge, non era consentito fare processi durante la notte; secondo le Sacre scritture, le tenebre non portavano consiglio. Gesù, dirà contro di loro “Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato”.
Esegesi e analisi del testo
Versetto 57 Gesù viene portato nella casa di Caifa, in cui fin da prima dell’arresto di Gesù, si sono riuniti gli scribi e gli anziani, che rappresentano il potere religioso e politico e custodiscono la tradizione e la conoscenza. Si sono radunati già tutti per trovare qualcosa contro Gesù. In realtà il Sinedrio non si riunisce mai al di fuori del Palazzo dedicato e un processo dovrebbe farsi soltanto al suo interno. Tutto si svolge, invece, dentro la casa di Caifa, il processo è illegale fin dall’inizio: in verità tutti si stanno mettendo d’accordo per l’uccisione di Gesù.
Versetto 58 I discepoli sono dispersi ma Pietro, invece, segue Gesù. Pietro ama davvero Gesù; è disposto a dare la vita per Gesù e non solo: ha conosciuto Gesù per opera del Padre, pertanto non ha il minimo dubbio su Gesù, ma cosa si aspetta? E’ questo il problema: si aspetta le dodici legioni di angeli che salveranno Gesù e porteranno il nuovo Regno. Nella casa del sommo sacerdote avvengono due processi, il primo è quello a Gesù, il secondo, nel cortile della casa di Caifa, riguarda Pietro.
Pietro si aspetta scenari di rivolta e non si rende conto che si sta mettendo dalla parte dei violenti. Non è più “amico” di Gesù, è dalla parte opposta perché, anche se a favore di Gesù, vorrebbe la violenza. Essere innocenti è una colpa grave in questo mondo; vuol dire non far male agli altri e cadere sotto la loro violenza; pensiamo ad Abele e Caino. Fin dalla nascita Gesù è un innocente perseguitato, da Erode prima e poi dai potenti. L’innocenza dà fastidio, fa paura al mondo perché il colpevole si può sempre ricattare ma un innocente no; quindi Gesù deve essere messo a morte. Le prove – come dirà il sommo sacerdote – non servono e comunque vanno bene anche se sono false, anche se sono dei pregiudizi, perché la fine di Gesù giustifica tutti i mezzi.
Versetti 59-60 Matteo è brutale, dice proprio “cercavano qualche falsa testimonianza”, non la verità; il potere è corrotto. La legge del Talmud dice: “Non andrai mai in Tribunale a dichiarare colpevole uno che è innocente. Con la tua parola non puoi mettere a rischio la vita di un altro”. Per aggirare la Legge, infatti, il Sinedrio si è riunito in una casa qualsiasi. Il Sommo Sacerdote va contro la legge della Purità, e il Sinedrio ha un cuore impuro (come aveva detto Gesù - non è ciò che proviene da fuori a contaminare ma ciò che esce dal cuore): pensieri malvagi, false testimonianze, omicidi. Ma non è così anche oggi? I giochi del mondo, e tutte le manie di grandezza, di espansione, di repressione da chi sono pagati? Dagli innocenti, dai poveri, dalla popolazione, dai civili; e i potenti di turno quali armi adoperano? Chi detiene il potere aggira la legge con l’arma della calunnia e della menzogna per salvaguardare tutte le iniziative illecite finalizzate al proprio tornaconto. Questa è la legge fondamentale, il processo che si ripropone continuamente nella storia.
Versetto 61 Con questo “finalmente” Matteo vuol dire che per essere bugiardi bisogna essere ben preparati; non basta una bugia qualsiasi, deve riguardare un’accusa grave; in questo caso un’accusa totale che metta d’accordo il potere religioso, quello politico e gli scribi; serve questo per condannare a morte, perciò hanno trovato delle persone brave a mentire. Si tratta di persone sicuramente pagate perché dicano il falso, pagate come Giuda e le guardie davanti al sepolcro. E’ una parodia di processo e l’accusa è davvero sorprendente: Gesù viene accusato di voler distruggere il Santo dei Santi, la parte interna del tempio. Questa accusa, già rivolta a Geremia, era “buona” perché il tempio era l’immagine di Dio, il punto che conteneva Dio e lo divideva dall’uomo. Insomma l’accusa era di voler distruggere Dio. Durante la predicazione Gesù aveva detto di essere l’Unto del Signore, certamente non di volerlo distruggere, di essere il Figlio dell’uomo, il Giudice della storia; aveva anche profetizzato una fine del tempio, che avverrà però per opera dei Romani nel 70 d.C.
I due (falsi testimoni) che si sono presentati, volontariamente travisano le parole dette da Gesù in vari contesti e Lo accusano di voler distruggere il Santo dei Santi. Ciò mette d’accordo tutti: il re per il rispetto della Legge, i religiosi per il rispetto del luogo della Legge e gli scribi per la divulgazione della Legge; i Romani e quindi Ponzio Pilato per il rischio di disordini nel paese; insomma l’accusa è perfetta.
Versetto 62 Gesù non parla, verrà passato come un pacco postale da uno all’altro. Vediamo ancora meglio questa falsa testimonianza. La tradizione religiosa diceva che il Messia sarebbe stato l’unico a distruggere e ricostruire il santuario di Gerusalemme per restaurarne l’antica gloria. Infatti il tempio era stato distrutto e poi ricostruito da Erode, che era mezzo pagano e mezzo ebraico. Al tempio andavano sia i Greci che i Romani, inoltre ospitava un clero corrotto; la gente si aspettava che finalmente tornasse un tempio puro, santo; il Messia, insomma avrebbe dovuto portare la santità. Il silenzio di Gesù nega a Caifa la possibilità di giudicare: ha bisogno di una dichiarazione da parte di Gesù, non tanto di colpevolezza, ma che dia la possibilità di metterlo definitivamente a tacere. Ma se Gesù parlasse incolperebbe loro, passerebbe al ruolo di accusatore, comunque farebbe del male ad altri, anche se questi sono male per lui. E Gesù non può fare questo, Lui chiede di non entrare nel calice dell’iniquità del mondo, in cui ognuno accusa l’altro. E’ un Dio di misericordia; porta su sé stesso l’immagine della violenza umana che non vuole assolutamente restituire all’uomo, ma trattenere su di sé perché venga distrutta. Il silenzio di Gesù è l’essenza profonda di Dio.
Versetto 63 Attenzione, quella del Sommo Sacerdote non è una supplica: inveisce contro Gesù, la sua è una provocazione: Sei il Messia? Sei stato mandato da Dio? Invoca che venga a dirci che tu sei veramente il Messia. Sei qui davanti a noi, in nostro potere, inerme, e saresti stato inviato da Dio? Naturalmente la paura sta sconvolgendo il clero perché secondo i profeti, il Messia, per prima cosa, avrebbe sistemato la corruzione del clero; questo era scritto nella Legge e quindi hanno paura. Pensiamo che Pietro, un povero pescatore, aveva riconosciuto Gesù come Messia e Figlio del Dio vivente, mentre loro, i sacerdoti, incredibilmente, non lo riconoscono e pretendono un segno.
Versetto 64 A questo punto Gesù apre la bocca e dice qualcosa che può sembrarci strano ma è profondamente bello: Tu l’hai detto, anzi, io vi dico, d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi del Cielo. Caifa si aspettava che Gesù chiedesse perdono, che si dichiarasse un fallito, che chiedesse pietà, invece Gesù gli dice Tu l’hai detto, sei testimone responsabile delle parole che stai dicendo, e continua citando il versetto 1 del Salmo 110 ed il capitolo 7 versetto 13 del profeta Daniele. Per il Sinedrio la risposta di Gesù è davvero esplosiva…d’ora innanzi…vuol dire da adesso in poi, cioè il tempo è venuto, avete finito di dettare le vostre leggi. Ecco la novità del Messia, usa la forza delle potenze celesti ma è un uomo che risplende di condizione divina. Siede alla destra di Dio, vuol dire che è investito della massima autorità da Dio e viene dalle nubi del Cielo, nel senso che è mandato direttamente da Dio. Davanti al Sinedrio, dunque, si trova un uomo che ha raggiunto il massimo dell’umanità e della divinità insieme, eppure sembra un uomo sconfitto.
Versetti 65-66 Il Sinedrio è felice: può accusarlo di bestemmia, i due testimoni non servono più. Gesù è andato contro l’unicità di Dio e, come uomo, si è messo al livello di Dio, piena bestemmia udita da tutti i presenti. Il Sommo sacerdote si strappa le vesti, il gesto che chiede la condanna a morte. Pensiamo che la base della fede cristiana per qualsiasi altra religione è una bestemmia.
Versetti 67-68 Dopo il furore arriva la violenza e lo scherno. Gesù è il modello di uomo per il quale la cosa più importante è il bene, i peccatori sono il modello dell’uomo violento che piega la giustizia al suo tornaconto. Gesù ha subito tantissime ingiurie nel corso della sua vita: malfattore, impostore, mangione beone, indemoniato, pazzo, di padre ignoto, samaritano, blasfemo. Questa accusa di bestemmiatore gli è stata data già quando ha guarito il paralitico e gli ha detto “ti sono perdonati i tuoi peccati”, e ancora nella dedicazione del tempio (Giovanni 10, 22); di fronte a Pilato si dirà che é un sobillatore delle folle e avrebbe scatenato una rivoluzione: a Pilato non interessa nulla delle bestemmie, ma le sommosse del popolo si, gli premono. Nella Prima Lettera 2, 23 Pietro, che dopo tutta la sua trafila, i suoi tradimenti ha finalmente capito, scrive “oltraggiato, non rispondeva con oltraggi”.
Centro del Messaggio “d’ora in poi”
Che Dio è, uno che bestemmia? Che Salvatore è, uno che subisce una condanna? Che Dio è, uno che muore crocifisso? Che giudice è, uno che viene condannato a morte? Che legge è, quella della misericordia? E che ordine c’è se il primo diventa l’ultimo? Tutta l’istituzione viene messa in crisi, Gesù ha detto “d’ora in poi”. C’è il capovolgimento di ogni valore puramente umano, muore qualsiasi immagine che ci siamo fatti di Dio: non c’è un re, un profeta, c’è qualcosa di nuovo davanti al Sinedrio. Il Dio crocifisso è la distanza infinita che esiste tra il Cristianesimo ed ogni altra religione. Per i Cristiani Gesù effettivamente distruggerà il Santo dei Santi perché non ha più ragione di esistere, in quanto il Suo corpo è per noi il Santo dei Santi, è per noi il tempio, e noi siamo già nel tempio di Dio, nel corpo di Gesù crocifisso, ma questo è scandaloso per qualsiasi altra religione. E’ meglio adorare un Dio onnipotente, che punirà prima o poi chi ha trasgredito e non farà mai giustizia sulla terra, che un Dio come quello dei Cristiani. Gesù profetizza che sarà colpito ma non denuncia i suoi persecutori, anche se vede perfettamente chi l’ha schiaffeggiato o chi gli ha sputato. Perfino Pietro con le sue menzogne …”non lo conosco”…lo percuoterà ma Gesù aveva detto “Beati voi quando vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male per causa mia”, così come è stato per Lui. Il volto di Dio é velato dagli sputi, é disprezzato, è quel volto su cui Isaia si interrogava “ma dov’è la bellezza?” C’è un volto di Dio che è giudice, ma è un giudice giudicato e condannato, schiaffeggiato e bastonato, è quel volto su cui viene scaricata tutta la violenza e la disumanità. Gesù prendendo su di sé la violenza degli uomini li guarisce. Allora, alla fine di questo brano ci sono due immagini opposte di Dio: quella dei sommi sacerdoti che è forza, potere, umiliazione, menzogna e quella di Gesù che è debolezza, impotenza, pazienza, dono e stima per ogni uomo.
A conclusione 5 brevi domande-spunto di riflessione e una celebre poesia, di attribuzione incerta, che ci fa riflettere sui tempi in cui viviamo.
· Siamo capaci di far sentire le nostre idee cristiane in questo mondo corrotto? Ne abbiamo il coraggio?
· Rispondiamo al male che ci viene fatto con il bene oppure vorremmo sguainare le spade come i discepoli, mettendoci, anche noi, dalla parte del male?
· Nelle discussioni, anche in famiglia, accettiamo di stare in silenzio, per non causare ulteriori danni, anche se abbiamo ragione?
· Com’é la nostra fede? Abbiamo uno sguardo aperto sul mondo e sul rispetto di chiunque altro? E’ la fede di Cristo o è la fede dura, primitiva, chiusa, che aspetta una giustizia puramente umana? quella dei sommi sacerdoti?
· I nostri rapporti con Gesù, e con gli altri, con il prossimo, sono di amicizia o di opportunismo?
CRISTO ALL’ONU
Spinto dalla folla stanca
Cristo arrivò al palazzo dell’ONU.
Aveva la faccia stanca del disoccupato,
il passo incerto del profugo,
le spalle curve del minatore,
l’occhio triste dell’emigrato,
le mani incerte dell’uomo del sud,
l’occhio assente del drogato,
il cuore assetato del giovane.
Non era raccomandato da nessuno,
solo il pianto degli umili lo spingeva,
la giustizia per i deboli era la sua forza.
Bussò…c’era il veto,
per lui gli uomini non erano liberi;
sulla soglia della civiltà trovò la barbarie.
Lesse i diritti degli uomini, ne ebbe compassione.
L’uomo ha diritto alla vita…
E un bimbo Palestinese gli disse che non era vero.
L’uomo ha diritto all’istruzione…
E un campesino gli disse che non era vero.
L’uomo ha diritto alla pace…
E una vedova di guerra gli disse che non era vero.
L’uomo ha diritto alla famiglia…
E un ragazzo disadattato gli chiese
che cosa significassero quelle parole.
L’uomo ha diritto al vestito…
E un barbone moriva di freddo
fra porpore e tessuti firmati.
L’uomo ha diritto alla libertà…
L’Afgano si mise a piangere.
L’uomo ha diritto alla verità…
E un sorriso ironico risuonò
all’interno del Palazzo, dei molti Palazzi,
Cristo scese dal Palazzo di vetro.
Quando la folla gli chiese il risultato della visita,
allargò le braccia:
era ancora crocifisso come il venerdì Santo.
Poi la folla si dileguò…pioveva…
…Cristo rimase là, sotto la pioggia, come tanti altri;
nessuno si fermò,
nessuno lo invitò a salire in macchina.
Oggi è ancora là.
Quando gli passeremo davanti ci fermerà
e cercherà di farci capire
che anche tu, anche io
siamo colpevoli di averlo crocifisso nel mondo di oggi,
fuori dal palazzo di vetro ,
a New York, a Londra, a Roma, a Mosca…
forse anche a casa tua,
nel tuo cuore,
nella tua gente,
nella nostra gente.